Quale radicalismo, quale rivoluzione

31 Lug

di Paola Zaretti  – Oikos.bios Centro Filosofico di Psicanalisi di Genere antiviolenza

Da Paestum verso Paestum

Nel raccogliere l’invito di Lea Melandri a dare il nostro contributo in vista del prossimo incontro di Paestum 2013, propongo una riflessione attorno a due scritti importanti di Lia Cigarini: C’è una bella differenza – un’intervista rilasciata a Luisa Cavaliere di recente pubblicazione – e Cambiare l’immaginario del cambiamento, uno scritto datato 2010 in cui uno dei nodi teorici cruciali attorno al quale il femminismo da sempre si dibatte, si ripresenterà, puntualmente annunciato, al prossimo appuntamento di Paestum.

Il nodo di cui si tratta, infatti, – rischio di “neutralizzazione” e “cancellazione della differenza sessuale e della pratica del partire da sé” – ritorna prepotentemente in scena reclamando la sua presenza unitamente alla “voglia di radicalità” e alla “libertà delle donne”, nella lettera di partecipazione al prossimo appuntamento nazionale sottoscritta da Cigarini, Masotto e Motta:

Siamo d’accordo che la libertà delle donne è il cuore del discorso (…). Il problema politico oggi è come continuare a dare corpo a quella libertà in una crisi che ha effetti devastanti su tutti, uomini e donne. Come evitiamo in questo contesto il rischio di una nuova neutralizzazione – cioè la cancellazione della differenza sessuale e del partire da sé – in tutte le nostre pratiche politiche?…

E’ questa, per il femminismo, si sa, una vexatissima quaestio e il fatto che faccia ossessivamente ritorno, intatta, dopo quarant’anni di teoria e di pratica, induce a pensare che si tratti, propriamente parlando, di un Sintomo, di un “ritorno del rimosso”, di ciò che, proprio perché rimosso, ritorna insoluto in attesa di essere elaborato e risolto.

Lo si potrebbe definire un Sintomo “da sistema”, di un sistema malato la cui patologia si riflette e attanaglia il pensiero femminista impedendogli di trovare la via d’uscita – fosse anche quella via imprevista, guadagnabile attraverso la consapevolezza e la conseguente presa d’atto di un’uscita che non c’è e non ci sarà fintantoché la gabbia della logica pato-logica di quel sistema continuerà a esercitare il suo dominio sul pensiero di donne e uomini.

A dare ampiamente prova di tale intrappolamento sono, per l’appunto, l’eterno ritorno, l’inesausta insistenza e persistenza, negli scritti femministi, della stessa musica, diversamente eseguita, a partire almeno dalla metà degli anni ’70 fino a oggi. La documentazione in merito è cospicua e non lascia dubbi in proposito.

Oltre alla parola “libertà” – una parola importante che compare nel passo citato e che ritorna in apertura della lettera di convocazione al prossimo incontro di Paestum – ci sono almeno altre due parole cui sono particolarmente interessata e su cui vorrei soffermarmi per verificare l’uso, il peso e il significato che esse possono assumere nei diversi contesti in cui m’è capitato, ultimamente, d’incrociarle: “radicalità” e “rivoluzione”. Sono due parole forti che hanno fatto da polo d’attrazione e da cassa di risonanza nel Paestum 2012 e che avendo fatto ritorno in vista della prossimo incontro, non sarebbe superfluo mettere in relazione, magari in altra occasione, per approfondirne i nessi.

I due testi scelti per la verifica di cui sopra – sono, come già annunciato, la recente intervista di Luisa Cavaliere a Lia Cigarini, pubblicata con il titolo C’è una bella differenza in cui Cigarini viene sollecitata dall’intervistatrice a dare una valutazione sull’assemblea di Paestum 2012, e un articolo di Lia riportato nel testo medesimo e pubblicato su Via Dogana nel marzo 2010, il cui messaggio decisivo è racchiuso nel titolo Cambiare l’immaginario del cambiamento, ispirato al pensiero di Rebecca Solnit.

Inutile dire che le rispettive date di riferimento dei due scritti hanno una certa rilevanza soprattutto in funzione dell’obiettivo: seguire, per quanto possibile, l’evoluzione di un percorso personale e politico, il passo e l’andamento di un pensiero in visibile travaglio, dilaniato tra la tentazione di ingranare una spericolata marcia in avanti che potrebbe rivelarsi fatale e una prudente retromarcia, diviso tra un’irriducibile esigenza di fedeltà a se stesso e una necessità di trasformazione di sé in vista di una “nuova” avventura politica, sommessamente annunciata, e resa cogente dal contesto di una crisi dagli effetti devastanti.

Per avere un’idea più esaustiva del percorso soggettivo di Cigarini per giungere a quelle che, come vedremo, hanno tutta l’aria di essere delle prospettive politiche di recente maturazione e meglio rispondenti alle delicate questioni sollevate dall’intervista di Cavaliere, bisognerebbe tener conto, oltre che dei numerosi saggi precedenti l’articolo del 2010 pubblicati nel lasso di tempo che va dal 2001 al 2012 riportati nell’ultima parte del testo, di altri precedenti contesti che danno conto dell’evoluzione del suo pensiero.

Inizierò, dunque, in ordine cronologico, dal primo dei due testi scelti, dall’articolo del 2010 Cambiare l’immaginario del cambiamento per due ordini di ragioni:

a) perché affermare – come si evince dal titolo – che l’immaginario del cambiamento va cambiato, equivale a dire che c’è qualcosa, nel cambiamento sinora e sin qui immaginato, che ha da essere ripensato;

b) perché la parola “rivoluzione” – quella rivoluzione “nel cuore della politica” che tanto spazio e peso ha avuto nel Paestum 2012 e avrà nella prossima edizione – viene qui specificata in una precisa accezione valoriale come: la “rivoluzione che conta”.

E la “rivoluzione che conta” – e che viene suggerita da Cigarini in questo articolo, sull’onda di una raccolta di scritti di Rebecca Solnit (scrittrice, femminista attiva in U.S.A. e critica d’arte) intitolata Speranza nel buio. Guida per cambiare il mondo, è quella rivoluzione che “non si presenta necessariamente come una rivoluzione”, è la rivoluzione che, sottratta a una “visione meccanicistica del cambiamento”, ha bisogno del “tempo con i suoi umori, la sua lentezza, la sua subitaneità”.

Per spiegare che cosa concretamente significhi “cambiare l’immaginario del cambiamento” e per dar conto, al tempo stesso, dell’apparente contraddizione temporale segnalata da Solnit fra “subitaneità” e “lentezza” che un cambiamento rivoluzionario comporterebbe, Lia Cigarini parte da sé, dalla sua esperienza di vita e così si/ci racconta:

Penso a me, al mio immaginario di giovane ragazza così pieno di rivoluzione, presa del potere ecc., e penso al subitaneo suo rovesciamento, venuto con la presa di coscienza che i miei desideri erano altri e che quell’immaginario in realtà copriva idealisticamente la mia sofferenza di donna. E da lì ricominciare con le altre. E, però, anche la lentezza di altre modificazioni. E la subitaneità di altre intuizioni.

Ma è soprattutto alle parole di Solnit sul “primo e più difficile (cambiamento) da fare”, che Cigarini si affida e fa riferimento per trasmetterci quello che, in questo articolo del 2010, sembra essere il nucleo e la sintesi del suo pensiero:

La politica nasce dalla diffusione delle idee e dalla immaginazione che prende forma (…) e significa che i cambiamenti che contano non si svolgono semplicemente in scena sotto forma di azione ma nelle menti di coloro che vengono descritti come il pubblico. La rivoluzione che conta è quella che avviene nell’immaginazione, il che equivale ad affermare che la rivoluzione non si presenta come una rivoluzione. (Solnit)

Per la politica, conclude Solnit, non è importante prendere il controllo del futuro, ma “lasciare andare” che è la cosa più potente che si possa fare; abbandonare i potere e trovare a lbertà. (Cigarini)

In altre parole, pur riconoscendo il valore del concreto cammino politico di tante donne “nel cuore della politica”, (movimento No Dal Molin, Sottosopra sul lavoro, autoriforma nella scuola) non è da lì, non è da quel genere di concretezza politica, che può nascere, secondo Cigarini, il vero cambiamento nel modo di fare politica ma “dalla diffusione delle idee e dalla immaginazione che prende forma” suggerite dalla scrittrice americana al cui pensiero dichiara di sentirsi elettivamente affine in quanto riconosce, nella via da lei proposta, la stessa via che ”la pratica della differenza, per approssimazione, si prefigge da anni.” (Cigarini.)

L’indicazione che si ricava da questo articolo, è chiara e riguarda un preciso modo d’intendere non solo l’idea di rivoluzione ma anche una pratica femminista ispirata a tale idea cui Cigarini non ha mai rinunciato, che va salvaguardata e su cui è dunque facile concordare. Un’idea che, nonostante le giuste critiche rivolte da Angela Putino in Amiche mie isteriche all’ordine simbolico materno teorizzato nell’ambito del pensiero femminista della differenza, non mi sembra per certi versi così distante dall’idea che lei stessa ne aveva, laddove, riferendosi al pensiero di Weil, pensava alla rivoluzione nei termini di un “capovolgimento interno”. (Un’intima estraneità).

L’orizzonte si fa invece meno sgombro da ambiguità se, una volta chiarito il significato da dare alla parola “rivoluzione”, spostiamo l’attenzione sulla seconda parola che ci interessa – “radicalità” – una parola altrettanto significativa per il femminismo – cercando di rapportarla a quella “rivoluzione che conta” per la quale, si ricorda nel testo, non sono necessarie né certe forme di attivismo di stampo marxista e della sinistra radicale e liberale, né dei “ritorni immediati”.

Per capire meglio cosa intendere per “radicalità”, non ci resta che considerare C’è una bella differenza, in cui Cigarini, proprio a proposito di radicalità e facendo riferimento a un articolo di Antje Schrupp apparso su “Via Dogana” nel 2011 – in cui l’autrice si interroga sull’esperienza di alcune donne che hanno occupato in Germania posizioni istituzionalmente importanti e che fanno politica nei luoghi del potere senza desiderare il potere – afferma che “una bella sfida per la radicalità del femminismo” consisterebbe nel “trovare un’altra misura di giudizio”.

Quale che sia questa “altra misura di giudizio” che rappresenterebbe “una sfida per la radicalità del femminismo”, essa andrebbe a mio avviso meglio precisata per valutare se sia compatibile, per esempio, con una delle tante definizioni “aggiornate” di radicalità che m’è capitato d’incontrare e che mi ha lasciata francamente perplessa: “la radicalità del femminismo ora si gioca nell’aprire conflitti fecondi con gli uomini”. (Masotto).

Se mi soffermo a riflettere su questa definizione – è perché mi chiedo, in primo luogo, se il metro di misura, il criterio di valutazione della forza del radicalismo femminile possa essere stabilito sulla base di un’apertura di “conflitti fecondi con gli uomini” e, in subordine, se l’insistenza di alcune donne sull’opportunità di una presenza maschile al Paestum 2013 , non sia il risultato prevedibile di una tale definizione di radicalismo.

Ma non è tutto perché a riaprire degli interrogativi su una serie di questioni importanti, ci sono, in C’è una bella differenza – un testo semplice solo in apparenza – almeno altri due aspetti che vale la pena considerare:

l’assoluta coerenza di Cigarini nel ribadire instancabilmente la presenza a Paestum 2012 di un “antico stile”, lo stile degli incontri “di una volta” in cui la parola chiave all’interno dei gruppi era: “autocoscienza” o pratica del “partire da sé”. Una pratica che si sarebbe rivelata, nel contesto dello scorso anno, ancora viva e operante grazie a una visibile presa di distanza dalle tradizionali pratiche d’incontro: niente iscrizioni a parlare, niente relazioni ma utilizzo di spazi altrimenti abitati. Non c’è dubbio tuttavia – e non dubitiamo che Lia Cigarini ne sia perfettamente consapevole – che il senso originario, lonziano, del “partire da sé”, si sia nutrito e abbia goduto, in passato, al di là delle sue possibili esecuzioni formali, di altri e ben più ricchi significati “rivoltosi”.

Il secondo aspetto che colpisce è l’incedere, in alcuni passaggi cruciali – in cui puntualmente ritorna il dilemma fra parità o estraneità – di una scrittura dal passo sofferto e dall’andatura incerta da cui traspare – assieme a un sentimento d’angoscia apertamente dichiarato – l’approssimarsi di una domanda non più eludibile: Che fare?

“Noi stesse” – prosegue infatti Cigarini rivolgendosi alla sua intervistatrice – “a partire da te e da me, siamo in difficoltà rispetto al desiderio di esserci e di contare che è diffuso tra le donne. Siamo (state) testimoni, e, in una certa misura protagoniste, di un cambiamento nei rapporti tra i sessi che sta schiodando l’intera umanità femminile dall’avere sopportato e interiorizzato, per secoli e per millenni, ruoli subordinati e stereotipi limitanti. E’ una cosa enorme che ha cambiato il mondo ma sembra che questo ci metta paura, metta paura anche a noi per le dimensioni che può assumere. E’ come se fossimo tentate o dal seguire il senso comune che tende a ridurla nei termini di una raggiunta parità, oppure dal ritrarci nei nostri confortevoli luoghi fuori dall’attuale mischia. Ma io non mi vedo, né riesco a immaginarmi come profetessa, per di più di sventure”.

Il dilemma fra parità o ritiro, lo ritroviamo, ulteriormente complicato, in un passo successivo in cui l’”ingombro” del radicalismo e la necessità di una sua definitiva messa al bando da parte del femminismo, appare sciolta, finalmente, da ogni ambiguità.

C’è una parte del femminismo che esita, che sembra isolarsi per godere dell’agio di stare tra donne e, in caso, incoraggiare blandamente quelle che vogliono entrare nelle istituzioni. La tuffatrice (rifacimento dell’immagine del tuffatore in una meravigliosa pietra tombale esposta nel piccolo museo di Paestum), ha detto Giovanna Piano, è ben altra cosa: è la sfida femminista nel cuore della politica. Si tratta di finirla con quel femminismo, compreso quello RADICALE, che si lascia poco coinvolgere da quanto accade in Italia e nel mondo (…). Perciò propongo di discutere di politica prima e seconda.

Difficile comprendere, a una prima lettura, se a pensare che sia ora di farla finita con il femminismo radicale sia Giovanna Piano – del cui pensiero Cigarini sembra farsi qui portavoce – o se sia Cigarini stessa a condividere questo pensiero smentendo se stessa, se non fosse che a tirarci fuori dal dubbio è quel “perciò” conclusivo accompagnato da una nota esplicativa in cui il rinvio del chiarimento del dilemma sulla fine del radicalismo, viene affidato alla distinzione fra politica prima e seconda:

la prima è la politica delle donne, quella inventata dal femminismo delle origini che si struttura sul partire da sé e sulla pratica della relazione, a differenza di quella tradizionale, la seconda, dolorosamente disincarnata.

Così, con il rimando alle due politiche, la questione di sempre – la loro inconciliabile opposizione viene rimessa in sella – intatta e irrisolta. E dire che poco prima, solo una decina di pagine prima, pur tra imbarazzi e incertezze, oscillazioni e indecisioni, un orientamento politico ispirato a un superamento dialettico e riconciliativo era stata “azzardata”:

Mi sembra, infine, che a Paestum, alcuni interventi abbiano affrontato direttamente la domanda che ponevo all’inizio: come ci misuriamo con la voglia di sempre più donne di esserci e di contare nei luoghi dove si decide? In questa voglia si mostra un movimento dinamico del desiderio femminile che ci costringe a interrogarci, ma anche, azzardo, ci domanda un qualche orientamento. E poi, mi chiedo, perché mai sarebbe impossibile “fare verità e cambiamento” su una scala più vasta di quella fin qui tenuta pur rimanendo fedeli alla nostra pratica politica?

Quale sia la scala “più vasta di quella sin qui tenuta” non viene precisato.

E così, sempre più perplessa e disorientata, chiedo e mi chiedo – e credo che siano più d’una le donne che potrebbero chiederselo: se “fare verità e cambiamento” su “una scala più vasta” rispetto a quella sin qui tenuta pur rimanendo fedeli alla nostra pratica politica” è un gesto così semplice, per quale ragione ci sarebbero voluti quarant’anni per capirlo?

Forse che a illuminare sulla via di Damasco è bastato l’aumento del numero di donne desideranti e sempre più decise a esserci e a contare nei luoghi in cui si decide? Può davvero il femminismo radicale fondare sui numeri e su un generico desiderio di cui si ignora l’oggetto – potrebbe trattarsi, infatti, di puro desiderio di potere – il proprio criterio di giudizio sul Che fare? Non dovrebbe invece, anziché preoccuparsi di inseguire il ritorno di un vecchio e pericoloso sussulto emancipatorio, interrogarsi sulle sue ragioni, di un regresso che rischia di passare per progresso?

Non sarà che tutto questo accade per via dell’ormai raggiunta consapevolezza, da parte di molte, che nessun ordine simbolico materno può incarnare quella potenza fallica propria dell’ordine maschio cui le donne, escluse da sempre, non sono disposte a rinunciare? Da dove nasce quel desiderio immedicabile di molte di entrare nei luoghi del maschile se non da una miseria simbolica causata da questa esclusione? E basta forse, per porre fine a quella miseria, un rovesciamento delle parti in cui ad essere inclusi nell’ordine materno sono gli uomini?

…Quindi perché non allargare agli uomini questa pratica che è già in corso non solo nella nostra Agorà ma anche in altri luoghi? So che per molte l’ostacolo maggiore a relazionarsi con uomini è l’abitudine non poco fastidiosa di questi (…) a descrivere scenari grandiosi, a fare analisi macroeconomiche (…) e via dicendo. Anch’io preferirei che parlassero semplicemente a partire da sé. Ma il presente ci offre questo e da questo dobbiamo partire. Adesso si tratta in sostanza di concedere una traduzione maschile della politica delle donne contando sulla loro capacità di fare mondo.

Che significa “concedere” agli uomini una ”traduzione maschile della politica delle donne contando sulla loro capacità di fare mondo”? A chi si riferisce questo “loro”? Agli uomini o alle donne?

E qualora di riferisca agli uomini, come sembra confermato anche da altri scritti, non avevano teorizzato, alcune donne, che sarebbe toccato loro il compito – nientemeno – di “mettere al mondo il mondo”?

Per quale ragione la politica delle donne, se è delle donne, dovrebbe avere una “traduzione maschile”?

E questa “concessione” fatta agli uomini, non rischia di essere una forma di abdicazione, un’implicita ammissione che le donne, noi donne, non possiamo contare sulla capacità, la nostra, di “fare mondo?

Non stiamo riconoscendo, non stiamo prendendo atto, nel dire questo, ciò che da sempre sappiamo e che abbiamo detto e scritto un’ infinità di volte, che l’ordine simbolico è uno ed è maschile-neutro-uni-versale? E che se non c’è posto, in quell’ordine per un Soggetto femminile non può esserci neppure per una politica delle donne?

Quando parliamo dunque di una rivoluzione nel cuore della politica, del “cuore” di quale politica parliamo?

Non mi resta che chiedere indulgenza per questa sequenza di domande cui altre se ne potrebbero aggiungere: a motivarmi è un desiderio di capire e di uscire da un Sintomo dal quale vengo, mio malgrado, fastidiosamente investita – con il rischio di esserne irretita – tutte le volte che leggo scritti in cui il dispositivo della trappola – così ben descritta da Cavarero – è all’opera.

Esiste una via d’uscita da questo Sintomo? E’ possibile uscire dalla dialettica e dalla sua passione riconciliativa su cui Lonzi ha sputato?

Ebbene sì, ed è più semplice di quanto non si creda: basta smettere di contrapporre alla forza del potere del simbolico maschile la forza di un potere simbolico femminile, basta far entrare in campo qualcosa di radicalmente diverso dalla forza di quel potere, e questo qualcosa è ciò che Angela Putino indicava come l’accadere dell’”infinitamente piccolo”, dell’infinito attuale. Basta pensare la differenza come lei l’ha differentemente pensata:

La differenza è una messa in gioco del molteplice. Forse per pensare in termini di differenza sessuale occorre abbandonare un modello, un’aggregazione di modi fissi, un’idea di germe e di origine; smetterla col calco ordinato e procedere in uno sviluppo dell’eterogeneo. Far dipendere la differenza dalla molteplicità e dalla possibilità delle variazioni, significa vanificarla come interiorità, soggetto e significante: metterla sui piani dei concatenamenti singolari, degli effetti che non possono essere restituiti a nessun centro. (5) Ibid., pp. 20-21, corsivo mio

“Abiezione”. E’ così che Putino, riprendendo un termine di Kristeva e utilizzandolo a suo modo, descrive la condizione femminile. Una condizione che può diventare rivoluzionaria solo attraverso un passaggio oltre il simbolico, al di là del simbolico, ciò che Putino chiama post-simbolico: subire consapevolmente la sventura che deriva alle donne dalla loro esclusione simbolica invece che cercare l’inclusione: è questa la via indicata da Angela alle donne. Andare oltre il simbolico significa andare oltre l’ordine: paterno o materno.

E’ questa, per Angela “la rivoluzione che conta”, quella in cui essere radicali non è parola vuota, non è scelta, non è ideologia, non è condizione senza costi, non è gesto eroico, è qualcosa dell’ordine di un ”destino ontologico”, un destino a cui si può dire soltanto di sì: Amor fati.

Ecco, di questo, anche di questo, vorrei si parlasse a Paestum. Senza trascurare quell’autocoscienza ritualmente evocata di cui Cigarini in La politica del desiderio scrive:

La mancanza di strumenti – finita l’autocoscienza, sospeso il tentativo analitico per tutte le ragioni che abbiamo detto nel documento – rinforza la tendenza al gradualismo.

Come? Finita l’autocoscienza? sospesa la pratica dell’inconscio?

Ma allora, non sarà bene precisare di che parliamo oggi, quando, stante l’oblio e la negazione della seconda, continuiamo ad arrampicarci sulla prima scindendo due esperienze diverse ma intimamente connesse?

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2 Risposte to “Quale radicalismo, quale rivoluzione”

  1. Maria Adami 5 agosto 2013 a 21:49 #

    Condivido in pieno, penso che tu legga il pensiero mio e di alcune mie amiche.
    Grazie.

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