Guerra dei sessi e femminicidio non sono la stessa cosa

26 Ago

di Franca Fortunato

Ho letto con attenzione il testo di Adriana, che condivido in ogni sua parola . A lei mi lega una pratica e un lungo percorso politico sia nella rete delle Città Vicine, insieme ad altre e altri, che nella sua Associazione. In molte risposte, seguite al suo scritto, sinceramente, non ho visto un desiderio autentico di confronto, di dialogo con chi – come Adriana e le molte come lei, tra cui io – vuole venire a Paestum senza nulla cancellare della propria esperienza politica con donne e con donne e uomini.

Dire il proprio desiderio di partecipare con uomini con cui si fa politica da anni non vuol dire – come molte ripetono – voler creare divisioni o guerre interne. Chi scrive questo, probabilmente, lo fa a partire dalla sua pratica quotidiana di relazioni. Sono proprio questi rapporti che molte non vogliamo più, non ci interessano. Non mi interessa fare la guerra agli uomini e tanto meno alle donne. A me interessa la libertà delle mie simili e le pratiche che la rendono possibile. Libertà guadagnata ormai da tante in ogni parte del mondo. Da qui guardo alla violenza maschile sulle donne – di cui hanno parlato tutte per invalidare quanto scritto da Adriana –, che non è conseguenza di una “guerra dei sessi”, ma la risposta violenta e unilaterale di uomini incapaci di accettare l’autonomia e la libertà di una donna che non accetta più né di farsi “vittima” né “complice”. Stiamo vivendo un vero e proprio passaggio di civiltà dei rapporti tra i sessi, altro che guerra dei sessi. Basta guardare anche a quanto sta accadendo nel mondo della ‘ndrangheta, dove donne come Lea Garafalo, Giuseppina Pesce, Maria Concetta Cacciolla e tante altre sono divenute collaboratrici di giustizia non per fare la guerra agli uomini di ‘ndrangheta ma per costruire altro, essere libere di vivere la propria vita, per sé e per le loro figlie e figli. Loro stanno scardinando l’organizzazione criminale patriarcale più potente e meglio organizzata del mondo e le uccidono per questo. Il che non è immaginazione, teoria, il vedere quello che una vuole vedere, ma realtà che cambia, che è già cambiata grazie alla presa di coscienza delle donne. Pensare di parlare a Paestum di femminicidio – come hanno proposto le organizzatrici – solo “fra donne” sarebbe non solo un arretramento sul piano politico e teorico ma anche un non riconoscimento dell’esistenza di una “questione maschile” di cui molte/i di noi parlano e scrivono da anni – altro che stare in silenzio – e un cancellare il lungo e faticoso lavoro politico che stanno facendo uomini tra loro e tante donne e uomini insieme. Adriana è una di queste. Come ha scritto Alberto Leiss «è il momento di tentare un nuovo passo avanti. Non solo a Paestum», ma, io dico, anche a Paestum, se vogliamo davvero che gli uomini non uccidano più le donne – tanto per restare su questo argomento –, la cui morte ferisce tutte noi, anche chi legge e rilegge Luisa Muraro, o forse proprio per questo.

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2 Risposte to “Guerra dei sessi e femminicidio non sono la stessa cosa”

  1. Paola Zaretti 27 agosto 2013 a 16:33 #

    Riesce davvero difficile accettare passivamente e consegnarsi definitivamente all’idea che un autentico desiderio di confronto, una libera scelta di differenziarsi da un’opinione che non si condivide, possano essere definiti inautentici diventando oggetto di giudizio. Ma la difficoltà aumenta notevolmente quando delle insinuazioni pesanti – che oltrepassano il piano di un civile confronto politico per virare sulle persone delle scriventi – intervengono in aggiunta, aumentandone, come nel brano sotto riportato, il potenziale. Commenterò uno dei passaggi iniziando dal primo enunciato:

    “Dire il proprio desiderio di partecipare con uomini con cui si fa politica da anni non vuol dire – come molte ripetono – voler creare divisioni o guerre interne”.
    In effetti, se davvero di questo – di manifestare il proprio desiderio di presenza maschile a Paestum – e solo di questo si trattasse, non ci sarebbe di che discutere. C’è molto, moltissimo da discutere, invece, quando è in atto una volontà di imporre, in vari modi e a più riprese, il proprio desiderio a chi non lo condivide, creando, di fatto, assurde divisioni e guerre fra donne che dicono sì agli uomini e donne che dicono no, come se di questo semplicemente si trattasse, rimuovendo il problema vero – peraltro più volte formulato. A dar prova di tale volontà di imposizione, è la reazione decisamente smodata ai commenti di alcune donne che pensano che non omologarsi a un desiderio che non appartiene loro sia ancora lecito. Gli enunciati che seguono, oltre a contenere un giudizio del tutto arbitrario su persone sconosciute:
    “Chi scrive questo” – si dice alludendo alle divisioni e alle guerre -probabilmente, lo fa a partire dalla sua pratica quotidiana di relazioni”
    E, come se una tale insinuazione non bastasse, nell’intento di rendere più forte, più uni-to e compatto, il fronte di una “comunanza”, non c’è niente di meglio del plurale maiestatis per conferire alla propria tesi la tonalità sprezzante che segue:
    “Sono proprio questi rapporti che molte non vogliamo più, non ci interessano”.
    A me pare, di avvertire, invece, che sia proprio dal confronto con chi la pensa diversamente che si vuole in ogni modo sfuggire e se tale atteggiamento è sempre disdicevole, esso risulta inaccettabile in donne che dicono di ispirarsi al pensiero della differenza. Ciò detto, resta ancora da interrogarsi sulle ragioni di tanta insistenza da parte di alcune, tanto più che la questione della presenza maschile a Paestum, postasi sin dall’inizio, era stata tacitamente accolta e risolta attraverso la “mediazione di Lea Melandri la quale aveva proposto di ripetere la formula dello scorso anno. Perché riaprire di nuovo la questione? A che pro rimetterla nuovamente in campo, in questi giorni, con l’ aiuto di alcuni uomini? Qual è il senso di questa operazione, affrettata, prematura per un luogo come Paestum segnato da una tradizione femminile e femminista che ha voluto ritrovare se stessa dopo molti anni di silenzio e di frammentazioni? Questo è il momento di creare un “insieme differenziato”, non di spaccare in due il fronte delle donne di cui bisognerà assumersi la responsabilità etica e politica invece che cercare di depistarla attribuendola a donne che – lungi dall’aver introdotto elementi di divisione, hanno legittimamente manifestato il proprio dissenso rispetto a quello che si configurava, sin dall’inizio e a tutti gli effetti, come un tentativo di divisione già in atto.

  2. Lorella 26 agosto 2013 a 12:15 #

    Io credo che il confronto e il dialogo possano e debbono partire da “dati di realtà” e non da quel “simbolico” a cui spesso ci si appella. I commenti in risposta all’articolo della Sbrogiò hanno voluto evidenziare che la realtà quotidiana vissuta dalle donne è molto distante da quella ritratta nell’articolo. Se ci sono fermenti di cambiamento sociale, soprattutto nell’associazionismo, è certamente un dato importante da evidenziare e che non deve essere trascurato; ma molti altri dati di realtà descritti in quei commenti (lavoro e relazioni con donne e uomini, e non solo la violenza che culmina nel femminicidio) ci mostrano un immaginario sociale della donna ancora fermo e tuttora ancorato a una cultura profondamente maschilista. Si è fatto riferimento al lavoro, ad esempio: si vedano le statistiche sulle donne in politica, o sulle donne nelle posizioni dirigenziali, e si tirino le somme; oppure si guardi alle possibilità di conciliazione lavoro/maternità offerte in Italia, e si capisce quanto poco si voglia investire sulla libertà della donna. Si è fatto riferimento alla tv e alla pubblicità che veicolano un’immagine sempre più mercificata della donna. Eccetera eccetera. Dunque, non solo violenza e femminicidio.
    I dati di realtà portano quindi molto lontano dalla libertà che tanto si vuole affermare; le pratiche che la rendono possibile devono quindi partire da qui, dal cercare di modificare radicalmente questa cultura maschilista che ancora dilaga.
    E allora, ripeto, possiamo anche fare a meno di parlare di guerra dei sessi, purchè partiamo da questi elementi che fanno parte della realtà di tutte le donne per capire a che punto è il “simbolico” e per strutturare dialogo e confronto.

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