Il patriarcato è finito?

27 Ago

di Franca Filippone

Buone le pratiche che nel mondo del femminile ci sono state fino ad ora, che si contagiate anche al mondo maschile: hanno fatto crescere consapevolezza e cambiamento nelle persone che hanno frequentato questo pensiero, che hanno assimilato queste pratiche e le hanno agite.

Ma fuori? Fuori dai circoli dalle associazioni dagli incontri? Come e dove arrivano queste pratiche e questi pensieri?

E come attuare un disegno, un progetto politico che possa sostituire il dilagante, vacuo e massivo modello culturale imperante (mi viene da piangere se penso all’emergere delle nuove ricchezze nel sud est asiatico e nell’est europeo…non perché non se lo debbano permettere ma perché sono supportate dallo stesso strato culturale denso di patriarcato e di maschilismo). Fa bene la presidente della camera a rimanere fedele al calendario di lavoro per il voto alla legge sul femminicidio o doveva rimandare la seduta per questioni di economia e risparmio?

Che alla fine, stringi stringi, dopo tanti bei discorsi che possiamo fare e avere fatto nei nostri incontri e con i nostri confronti a partire da noi stesse/stessi, alle scelte concrete e pratiche ci dobbiamo sempre arrivare e dobbiamo decidere che risposte dare e che strade intraprendere, nelle piccole cose quotidiane così come nelle decisioni di più “alto” livello.

Come rispondere a un compagno rispetto alle scelte di famiglia?

Come rispondere a un datore di lavoro ( non sempre maschio) che perpetua l’arroganza e la violenza verbale?

Come rispondere al coro dello stadio che inneggia un “figlio di troia” condiviso dai tifosi dell’ala dx come da quelli dell’ala sx?

Facciamo un nuovo slogan contro il padre anzichè contro la madre? Cioè perpetuiamo la violenza con altra violenza per rispondere al modello culturale? Esattamente uguale, pari pari a quanto è successo con la mercificazione del corpo: mercificare ed esibire il corpo maschile come sta succedendo da un po’ di tempo, così come succede da secoli con il corpo femminile, è la risposta che libera la donna e fa cambiare il sistema?

Una risposta che voglia abbattere la violenza non deve usare gli strumenti della sopraffazione, della violenza, appunto, subdola o manifesta che sia. Deve avere echi frequenze e vibrazioni diverse. Non può e non deve usare gli stessi strumenti dell’aggressore altrimenti il giro ricomincia.

So che questo può sembrare accettazione e resa ma non è così. Non voglio dire questo, né affermare che le vittime devono sopportare e subire: chi è attaccato ha diritto a difendersi e pestare duro se serve.

Seminare consapevolezza è però un processo lungo, sempre in movimento perché il terreno guadagnato è fragile prima che arrivi al consolidamento e diventi roccia su cui poggiare le fondamenta del proprio pensiero e del proprio agire. Una volta ricevuta l’illuminazione non è detto che la lampadina resti accesa per sempre: deve essere alimentata di energia continua e solo dopo e dopo comincia a dare frutto nella concentrazioni di una risposta che non è più standard ma sposta la nostra linea di confine (nella ulteriore consapevolezza che questo spostamento è libertà raggiunta da godere ma non è affatto sicuro che questo nuovo spazio non venga di nuovo aggredito e che la nostra libertà sia accettata da chi ci sta al fianco e fino al giorno prima ci vedeva diverse).

So che è poco, ma allo stadio si può decidere di uscire dal coro dei propri amici che urlano, abbandonare lo stadio e intavolare con loro una successiva discussione sull’episodio, non accettare altre uscite se non a patto di non usare questo linguaggio: tengono più a noi o alla partita? Se non tengono a noi c’è una piccola riflessione da fare in proposito e forse è meglio cercare “altri” amici. Ma questo significa e ha come conseguenza una modifica nella nostra vita.

Seminare diversità. E questa è fatica quotidiana. Oscura e spesso non gratificante, quando non pericolosa; da attuare senza i plausi dei media e i riflettori di quello strumento micidiale che è una tv, onnipresente nelle case a ogni ora del giorno, che spande violenza, sottocultura, banalità, luoghi comuni e pochissime buone idee.

Una risposta diversa è ancora più difficile, da quando si deve combattere contro il modello di un rinnovato e vincente maschilismo portato dalla figura di Berlusconi, che ha plasmato le menti dei grandi e impedito il pensiero ai giovani. I giovani sono affamati di pensiero, di conoscere pensatori, malgrado noi grandi continuiamo a crederli debosciati e viziati. Prima di tutto sono figli/ nipoti nostri, che siamo loro genitori zii/zie nonni e così li abbiamo tirati su, direttamente o indirittamente lasciando filtrare ( ammetto che l’onda era irrefrenabile) questi modelli perversi, che però sono scintillanti e un po’ ci hanno ammaliato tutti.

Ma i giovani sono soprattutto demotivati dalla nostra posizione corrotta e di corruttori, sono senza speranza e senza segni di un futuro possibile, che forse è condizione ancora peggiore.

Ragion per cui credo che solo essere coerenti con il proprio pensiero “alto” nelle azioni quotidiane e continuare a seminare sulle nuove generazioni, parlando ancora di un simbolico diverso e possibile, agendo nei piccoli gruppi e nelle piccole cose sia la strada percorribile, alternativa a una rivoluzione che non vedo agibile allo stato attuale e che non mi piace come forma di cambiamento. Strappi, discussioni accese, prese di posizione le considero valide ma le rivoluzioni per diversi aspetti e ragioni, che non è il caso di approfondire qui, non ritengo siano mezzo di cambiamento valido. Sistemi di rottura forse, ma non sempre lasciano terreno pulito per costruire, più spesso si attua una restaurazione.

Non riesco (certamente per mia incapacità personale) ma non riesco a vedere altro modo di agire di quanto esposto sopra e credo che tutta la violenza contro le donne di questo periodo, almeno nel contesto italiano, sia anche la risposta di persone che, certamente legate a maschilismo e comportamento patriarcale, non vedono altra possibilità di azione perché sono senza punti di riferimento intorno: il loro mondo maschile si sta sgretolando sotto la spinta non tanto del femminismo ma più del consumismo e della schiacciante globalizzazione, che rende sole e indifese le persone ( maschi o femmine che siano).

Diamoci un’occhiata in giro: i maschi proposti nella pubblicità o sono macho o sono femminilizzati, soprattutto nella moda.

Al macho e al maschio possessivo spesso le donne dicono no, per diverse ragioni (alcune delle quali a volte non condivise da me; nemmeno le donne sanno a volte cosa vogliono per se stesse: questo è un serio problema non un giudizio!); ma questo rifiuto non viene accettato e scatta la violenza fisica.

Io non voglio giustificare il mostro, sto solo cercando di capire chi ho di fronte, che mostro sia, se il vecchio drago del patriarcato che sta sbattendo la coda forsennatamente nei suoi ultimi respiri o se sono di fronte un nuovo mostro, non con una ma con cento teste, figlio del patriarcato, alimentato di maschilismo ma vitaminizzato con dosi elevate di capitalismo, assunto con pillole di consumismo e globalizzazione, egocentrismo e pigrizia mentale. Mostro del 21° secolo, ma figlio nostro anche questo, anche di noi donne che abbiamo accettato, diversi anni fa, una parità che annullava la nostra differenza di donne e ci livellava agli stessi doveri/stessi diritti. La riflessione su questo è in atto da tempo e la politica delle differenza è tema attuale.

Un nuovo ordine simbolico, che nasce dalla filologia del passato delle donne, dalla storia e dal recupero del pensiero femminile, dal percorso del simbolico della dea madre e dei suoi significati non li trovo assolutamente superflui oggi, se sgrondati degli aspetti folcloristici, dall’aura new age fine a se stessa e via di fuga dal mondo moderno. Il ritorno al contatto e al ciclo della natura, al rispetto del mondo un cui viviamo (di cui ad esempio l’agricoltura biologica e biodinamica, l’attivismo di Green Peace, la green economy e gli studi per risorse energetiche rinnovabili, e… possono essere degli aspetti visibili e tangibili) sono gli elementi da cui io, per me stessa, posso trovare nuovamente le forze e le forme adeguate per ripartire nella difesa del mio agire e del mio modo di pensare, per difendere i miei tre pasti quotidiani ma anche per permettere che mangino altrettanto le mie figlie/figli e i loro figli, che siano qui o in altro continente.

Cambiare il mio, nostro sistema di vita e accettare le fatiche che ne vengono: acquistare di meno, non intasare i grandi magazzini ma comprare qualcosa in quartiere parlando con i gestori, spegnere la tv, procurarsi libri o altri supporti per idee, passare il tempo con i figli: sono fatiche che si sommano alle fatiche del lavoro, del domestico, all’aggiornamento tecnologico continuo che è necessario oggi per essere semplici utenti di un gestore telefonico, alla fatica per una cure di se stesse/i che continua a volerci perfette/i e giovani a ogni età, alla responsabilità per l’educazione dei figli che per le/i più fortunati è in parte responsabilità condivisa con i/le compagni/e – non è fortuna ma è frutto delle scelte compiute dato che i nostri presenti sono il frutto del nostro passato e la base dei nostri futuri giorni di vita-, responsabilità educativa che non trova più appoggi nelle istituzioni, se non quelle settarie e a circolo chiuso.

Bisogna uscire da queste logiche, abbandonarle, scegliere di non esserci, di non approfittare della comodità di una vita che sembra facile perché modera ma che spersonalizza mentre il nostro Essere profondo ha bisogno invece di sapere chi è, da dove viene, che sta facendo e le nostre giovani generazioni hanno bisogno di sapere anche dove li abbiamo portati. Ancora una volta è la nostra generazione che deve interrogarsi e dare delle risposte delle indicazioni: non è bastato il ’68, il femminismo, la teoria della liberazione, lottare contro il blocco dei due fronti capitalistico/comunista. Siamo ancora noi a dover dare indicazioni, soprattutto come singoli. Magari togliendoci dai piedi e lasciando degli spazio di azione ai giovani, oppure ancora una volta in strada, sulla rete, sul divano a chiederci come e tentare una strategia, anche se siamo stanchi/e e ci sentiamo vecchie/i ed esausti e demotivati come i nostri ragazzi/e.

Soprattutto, io credo, in questo momento storico siamo chiamati ad agire come singoli, con le piccole azioni quotidiane, con la coerenza a un’idea di cambiamento e di possibilità, non arretrando sui diritti acquisiti ma cercando di spiegarne il valore ( ad es l’intransigenza dei movimenti integralisti sia cattolici che musulmani sono una splendida occasione per certi aspetti: non ci possiamo nascondere dietro alla mancanza di argomentazioni in questo campo, è paradossalmente assurdo e crudele ma che altro modo c’è di rispondere a tentativi di violenza e di arretramento o a violenza manifesta a questo livello, se non prendere la parola con le persone vicine e cominciare a parlarne?)

Aspettare risposte, illuminazioni e scenari di futuro dalla politica attuale è improponibile, sia nel nostro paese che a livello internazionale, assorbiti come sono, i politici, a cercare di salvare il salvabile da questa crisi di sistema e di cultura, con la paura che gli attori protagonisti sulla scena mondiale cambino a favore di paesi che sono arricchiti dopo secoli di povertà e che portano con se’ una richiesta di affrancazione e di riconoscimento di potere che sono paragonabili solo al loro numero sul pianeta.

Io non sono in grado di fare diversamente, rispetto alla forza fisica che ho, se non continuare da una parte ad alimentarmi di pensiero che mi fortifichi e dall’altro di confrontarmi con le posizioni delle altre persone, correggendo la mia posizione se necessario ma rimanendo fedele ai pochi e solidi principi in cui credo: sorellanza e fratellanza = solidarietà; dignità di me stessa e della mia condizione di donna; coerenza tra il mio pensiero e la mia azione; ricerca del significato originario della parole che uso abitualmente stando attenta a come le uso, tentando di non usarle a sproposito per non dilavarle di significato e di potenza; ricerca e valorizzazione delle azioni delle mie predecessore ( a proposito di parole: si dice così? Non conosco il termine femminile di predecessori!! Prima di me solo maschi o ignoranza mai personale???) che siano state nel mondo nell’era preistorica o solo pochi decenni prima di me come mia madre; riconoscimento degli errori per non perpetuarli e chiedere scusa quando sbaglio (spesso ho scoperto che non sono infallibile ed è stata una constatazione molto dura credetemi imparare che sono immagine di un divino incarnato ma non sono la perfezione in terra); riconoscimento del proprio limite e valorizzazione del proprio agire al mondo per togliermi i millenari sensi di colpa di una cultura di cui sono intrisa che io l’ abbia scelta o meno; manifestazione del mio voler bene alle persone; agire con morale (che brutta parola al giorno d’oggi!!!); capire se dal comportamento delle altre persone posso imparare qualcosa, sapendo che niente è scontato e tutto ha un costo nella vita, non in senso commerciale ma nel senso che se imparo qualcosa sono una persona nuova e qualcosa di prima la devo lasciare. Mi esercito in questo con un esercizio semplice ma difficile che a volte non riesco sempre a mettere in pratica: se compro o porto a casa una cosa nuova, qualcosa che avevo se ne deve andare. Non sempre ci riesco e mi ritrovo con un armadio pieno di cose, la cucina stracolma e la scarpiera intasata. Tutto tempo che perdo a sistemare e pulire, soldi che spendo per comprare e lavoro ulteriore per ripristinare le finanze. MI chiedo se abbia senso e mi riprometto di sgombrare qualcosa e di acquistare/ barattare di meno. Di quante cose posso fare a meno e quanto tempo libero per passeggiare sotto il sole mi ritroverei che oggi non ho, impegnata come sono a sistemare nuovamente il ripostiglio?

Aspettare cambiamenti dalla politica è improponibile, lavorare nei piccoli gruppi è poco, ma un tempo parlare di biologico era settario ora è universale, base della green economy e per assurdo anche pericoloso perché abusato e fagocitato dal sistema che ingloba qualsiasi cosa, soprattutto l’avversario, l’alterità.

Le donne in nero scendono in piazza in silenzio, le donne indiane con il sari rosa ma armate di bastone, le attiviste di Femen si insinuano nei luoghi del potere nude, con messaggi impressi sul loro corpo, per smascherare il maschilismo svergognandolo nel suo regno. (Perché non parliamo ad esempio del fatto che delle attiviste di Femen solo le più belle e attraenti sono riprese dai media e noi che le vediamo siamo più sconcertate dalla loro nudità che dai loro messaggi?)

È più serio il messaggio delle donne in rosa / nero o più serio quello di Femen? Non lo so, posso solo sapere quale di questi sia più vicino alle mie corde e chiedermi perché.

Mi pare che sia importante soprattutto che le donne ci siano intanto, e che manifestino il loro dissenso con il passato. Stiamo già agendo sul nel e per il futuro. Un’amica dice che non possiamo accettare senza battere ciglio che l’omosessualità sia un valore nella società se la nostra generazione aveva bene in mente che era tabù e vergogna; bisogna che la nostra mente (non la Mente che pensa in tandem con il cuore e lo spirito ma quella che per automatismo culturale risponde agli stimoli) abbia il tempo di cancellare il vecchio file, resistente e consolidato nella nostra identità personale e sociale, con un aggiornamento profondo, che a volte ci destabilizza, propone parametri nuovi e che spesso allontaniamo per paura.

Allo stesso modo, millenni di soggezione femminile, di sudditanza, di sensi di colpa, di violenza subita ma anche di complicità con il sistema patriarcale maschilista e androcentrico… allo stesso modo, per spostare tutto questo non è utopistico pensare che un paio di generazioni possano cambiare tutto? La lotta femminista la identifico a iniziare dalla fine del 1800, inizio del 1900. Forse non sono due generazioni, sono un po’ di più, direi comunque che solo da dopo la 2° guerra mondiale possiamo parlare di lotta, azione con un allargamento della partecipazione a un numero rilevante di donne.

E allora, seminare e continuare, cercare di parlare tra noi donne per definire delle posizioni comuni, provare e testarci nell’incontro con gli uomini, fortificarci, educare i nostri figli e le nostre figlie con le nostre nuove e ritrovate parole, valorizzando il passato che ci vede protagoniste attiva e incisive sul progresso dell’umanità e non dimenticare che i figli del vicino sono come i nostri figli.

Non riesco a vedere una sola strada maestra, ma tanti rivoli, tanti torrenti vitali e tortuosi che pulsano e scorrono dai fianchi di una montagna che è la nostra essenza e il nostro essere donne, portatrici di vita. Essere piccoli torrenti, ma alla fine convergere in un mare: cambia l’aspetto (liquido e non solido come la terra) ma non la sostanza: vita.

Non voglio insegnare niente a nessuna e a nessuno. Sono solo riflessioni che mi sono salite alla mente leggendo l’articolo dell’amica Adriana e dai successivi commenti. Modo per fissarli e tentare un confronto costruttivo.

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Una Risposta to “Il patriarcato è finito?”

  1. Gian Andrea Franchi 28 agosto 2013 a 12:52 #

    Se la filosofia è, come è stato detto, ‘lavoro fine con le parole’ e ancor di più la filosofia politica, allora io direi che il patriarcato, inteso quale forma storica legata alla famiglia come cellula sociale è una forma di ANDROCENTRISMO, così come la parità dei sessi, intesa come accesso pieno delle donne a tutte le attività che rimangono pur sempre di tipo androcentrico, basate sull’individualismo proprietario, sulla competizione economica, sul denaro come forma eminente di socialità. In alcuni paesi il patriarcato è finito o agli sgoccioli; in altri (ad es paesi come l’Arabia saudita o l’India) è ancora in pieno vigore. Ma il problema è l’androcentrismo presente anche in forme asettiche e apparentemente neutrali, nell’economia, nella scienza e nella tecnica che considerano la natura come una riserva da saccheggiare. Andrea Franchi

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