Nate nel solco

1 Set

di Doranna Lupi e Carla Galetto

Abbiamo partecipato a Paestum 2012 e stiamo seguendo con attenzione lo scambio politico che attualmente si sta svolgendo sul blog in merito all’organizzazione di Paestum 2013. Siamo d’accordo nel constatare, come altre hanno già fatto, che il dibattito sulla partecipazione o meno di alcuni uomini stia prendendo molto spazio.

Pensiamo si tratti di uno spazio necessario per mettere in campo pratiche e percorsi che la creatività politica del femminismo ha elaborato nel corso degli anni.

Perchè di questo, secondo noi, si parla.

Le relazioni politiche significative tra donne e uomini per un cambiamento radicale, di cui parlano Sara Gandini, Laura Colombo, Adriana Sbrogiò, Alberto Leiss, Alessio Miceli, Marco Cazzaniga e altre/i, sono pratiche politiche “nate nel solco” della tradizione e del pensiero femminista e sono un “prodotto concreto di quelle lotte e di quelle idee”.

E non solo, è evidente il tentativo di queste pratiche politiche di alzare la posta in gioco, perché il mondo è due e questo passaggio è inevitabile.

Noi ci rendiamo conto che, perché accadano salti simbolici, non occorrono grandi numeri. Ciò che conta, come dice bene Adriana Sbrogiò, è allargare l’ambito del possibile, mettere in scena e creare passaggi inediti. Si possono così innescare spirali di fiducia, la stessa fiducia di cui parla Chiara Zamboni, che “orienta il desiderio di incontro, di scontro, di conflitto e di vero pensiero” e che, crediamo, abbia dato origine alla proposta e alla riuscita di Paestum 2012, nonostante scetticismi e opposizioni.

Pur mantenendo il carattere politico di Paestum come luogo in cui abbia priorità l’approfondimento di “relazioni tra donne impegnate nel femminismo ma che sono rimaste sconosciute le une alle altre, o ideologicamente contrapposte” (Lea Melandri), ci sembrerebbe opportuno, proprio per accogliere, rispettare e valorizzare i diversi punti di vista:

mantenere tutti i gruppi costituiti solo dalle donne che ritengono, come riteniamo anche noi, sia ancora indispensabile e produttivo un luogo separato di elaborazione e di relazioni politiche tra donne

contemporaneamente offrire la possibilità ad alcune di noi, che lo desiderano, di invitare uomini con cui hanno un rapporto di scambio e di pratiche comuni, creando un gruppo di lavoro misto in cui, come auspicava Alberto Leiss, si possa tematizzare un confronto più ampio;

anche l’assemblea potrebbe dar voce solo alle donne, aprendo però all’ascolto in presenza degli uomini invitati.

Secondo noi sarebbe poco opportuno che la presenza o meno degli uomini limitasse la partecipazione delle donne. Crediamo sia meglio continuare a cercare punti di contatto, piuttosto che dare spazio a ciò che può separare i nostri percorsi.

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9 Risposte to “Nate nel solco”

  1. Luciano Anelli 8 settembre 2013 a 17:08 #

    Seguo da tempo le informazioni diramate in questo blog , che ho chiesto di ricevere. Ho partecipato attivamente alla prima manifestazione di “se non ora quando”, ormai di tanto, troppo tempo fa, sperando ci fossero anche altre, ritenendo il contatto, la condivisione, la visibilità il modo migliore per far conoscere in maniera certa e inequivocabile un modo diverso di vivere la vita, di concepirla , di volerla: quello che chiamo Cultura delle donne. Partecipo da sempre agli incontri dei gruppi femministi o meno che riportano i dibattimenti avvenuti a Paestum. Da oltre 10 anni, con sempre più consapevolezza, dopo aver seguito un corso di 2 anni per Operatore delle Pari Opportunità, mi dedico alla conoscenza, documentazione e divulgazione (su face book, nella mia rete di “amiche virtuali”, ed in ogni luogo chi cui mi trovo-anche maschilista) della cultura delle donne, anche attraverso la loro scrittura, presentando libri scritti da donne su tematiche inerenti le donne.
    Ho letto il dibattito sulla opportunità di far partecipare uomini alle assemblee di Paestum ed anche all’enfasi data al parere negativo dei rappresentanti di Maschile Plurale a tal proposito.
    Però, mi stupisco che, aldilà del machismo imperante, o al qualunquismo miope di tanti uomini o al falso buonismo comprensivo, le donne vedano qui come unica alternativa quella espressa dall’ammirevole gruppo di Maschile Plurale, senza intravvedere altre forme di attenzione e percorsi di condivisione degli uomini. Esistono altri modi per addivenire alla formazione di un nuovo paradigma della vita che veda pari dignità mantenendo le differenze esaltandone i benefici effetti reciproci.
    In questi anni ho scelto una strada di conoscenza del pensiero femminile senza imposizioni ed influenzamento del genere di appartenenza, come mi ha insegnato Chiara Zamboni, da cui imparo ogni volta che la incontro, ma non è la sola. La mia scelta è stata di partecipazione alle azioni e riunioni poste in essere dalle donne (con qualche iniziale mugugno di alcune, ma poi con accettazione), senza imporre alcun pensiero maschile e cercando di individuare le differenze ed assimilarne i positivi effetti se accettate in un contesto paritario. Ora, attraverso ogni partecipazione reale o virtuale, avvalendomi anche dell’essere anche pubblicista, la mia attività si estrinseca nel divulgare nelle scuole, nei contesti lavorativi, nelle associazioni e quant’altro, un evidenza di dualismo del pensiero che non può essere più sottaciuto, imbavagliato, ignorato volutamente o inconsciamente, misconosciuto, avversato, condannato, Violato. Sono certo di non essere l’unico uomo che abbia scelto tale approccio di conoscenza prima e di divulgazione dopo, in ogni ambito anche maschilista, per cui mi piacerebbe che sia tenuta in considerazione anche questa visione del maschile. Quindi spero che le donne, che si impegnano per un cambiamento, riescano ad intravvedere anche l’utilità di una visione del maschile con questa forma di approccio. In tale ottica da anni sono socio, mai nel direttivo, del Centro di Documentazione e Cultura delle Donne di Bari e all’inizio anche dell’associazione nazionale Pari e dispare. Per tale motivo penso, adeguandomi ad ogni decisione che spetta solo alle donne, che consentire a uomini di apprendere il pensiero delle donne ed il modo diverso di approcciar visi, sia la strada migliore perché gli stessi uomini possano rimodellare con consapevolezza un modo nuovo di condivisione paritaria di ogni aspetto della vita (familiare, sociale, lavorativo, politico).

  2. paolam 2 settembre 2013 a 21:05 #

    Non saprei dire con altrettanta circostanziata e sapiente efficacia delle due commentatrici prima di me, Paola Zaretti ed Emanuela Borrelli. Da parte mia, aggiungo: volte che le donne del famminismo passato e presente, singole e in gruppi, si incontrino con uomini che hanno cominciato a riflettere sulle tematiche su cui il femminismo lavora da decenni? Benissimo, ottima e lodevole iniziativa. Ma che c’entra con Paestum? Paestum è il luogo in cui, dall’anno passato, le donne del femminismo in Italia hanno deciso di ricominciare ad incontrarsi. Dunque, questo bell’incontro con gli uomini sulla via della consapevolezza, facciamolo, ma non nella stessa occasione. Perché non è l’occasione adatta: sarebbe come servire i cavoli a merenda. Serviamoli a pranzo o a cena, e ne saremo deliziate.

  3. Paola Zaretti 2 settembre 2013 a 20:39 #

    Cara Mira Furlani, è solo una forma di rispetto dovuta a ogni persona – e, a maggior ragione verso una persona che non ho il piacere di conoscere – a dissuadermi dal rispondere sullo stesso piano da lei scelto. Un piano che, come si evince già dal primo enunciato del suo commento, ha un solo scopo evidente: screditare anziché argomentare e rispondere nel merito delle molte questioni poste nonostante il pensiero in esse contenuto non “giri” nel verso da lei previsto e desiderabile. Spero di avere l’occasione di conoscerla di persona.

  4. Mira Furlani 2 settembre 2013 a 16:30 #

    Ci si stanca a leggere le solite risposte sospettose di tutto, leggere commenti dove non gira pensiero, ma solo acredine verso le esperienze che non coincidono con le proprie aspettative. Se Paestum 2013 vuole continuare a essere luogo dello scambio di tutte le esperienze che il femminismo ha faticosamente portato avanti dagli anni ’70 in poi, a mio avviso bisogna dare credito anche a quelle donne che propongono una presenza maschile. Esse lo fanno in quanto forti di una lunga pratica politica con uomini “nel solco” dell’autocoscienza e della differenza donna/uomo.
    Sono una vecchia femminista degli anni ’70, conosco la fatica di quando donne e uomini ci accusavano di essere delle fanatiche, inutili separatiste. Perciò oggi, anche se mi porto dietro tanto negativo maschile e anche femminile, riconosco il grande lavoro, l’onestà e la forza di quelle che hanno da molto tempo stabilito relazioni significative tra donne e uomini; capisco e difendo il loro desiderio di mettere in circolo tali relazioni a Paestum o altrove. Grazie alle loro pratiche politiche vedo la possibilità dell’avveramento della radicalità del pensiero della differenza sessuale. Penso che tale desiderio e non altro abbiano spinto a scrivere le due redattrici del testo “Nate nel solco”. Neppure per un attimo ho pensato che sotto possa esserci dell’altro, anche perché di “altro” a Paestum non c’è posto e le organizzatrici lo sanno bene.
    Proprio alle organizzatrici dell’incontro Paestum 2013 suggerisco di valutare a fondo le proposte fatte nel documento “Nel solco”, sono proposte innovative, si tratta di una pratica politica che può veramente “alzare la posta in gioco” per la costruzione di una società in cui la differenza sessuale possa agire e portare cambiamento radicale nel simbolico
    dominante.

    • Rita 2 settembre 2013 a 20:42 #

      Ci si stanca dell’ottusità di chi crede che dividersi in due gruppi, cioè rappresentare la spaccatura che è stata creata, sia un’innovazione. E’ un delitto, invece.
      Ma ci sarà un momento di verità, spero, non so se a Paestum visto che in molte stanno pensando, a questo punto, di disertarla.
      Complimenti per l’operazione, stavolta qualcuna è stata davvero geniale.

    • Rita 2 settembre 2013 a 22:05 #

      Scusi Mira, quindi siccome il separatismo è faticoso, allora vanifichiamo la fatica di chi ha voluto un incontro nazionale del femminismo? Ma cosa c’entrano gli uomini a Paestum? Le donne se vogliono essere soggetti politici debbono confrontarsi tra di loro e poi, solo poi, fare politica con gli uomini. E’ così difficile da capire un concetto tanto elementare? Comincio a pensare che cotanto pensiero difetti di qualche lume.

  5. Paola Zaretti 2 settembre 2013 a 12:10 #

    A leggere l’ultimo di una serie di contributi impegnati a riproporre, con rinnovata insistenza, la necessità della presenza degli uomini a Paestum, una domanda nasce spontanea: qual è la ragione – o quali le ragioni – che spingono alcune donne a continuare su questa strada invece che prendere atto della “mediazione” suggerita da Melandri e a suo tempo accettata con tacito assenso e, fino a prova contraria, da parte di tutte? Non fa forse pensare, un tale accanimento – che tanto ricorda la famosa “voglia di vincere” – che ne vada, per le proponenti, di qualcosa di davvero importante e irrinunciabile?
    Che cos’è che, dunque, che ne va? Qual è la Cosa cui risulta così difficile rinunciare? Sono davvero gli uomini – che le sostenitrici di questa proposta possono incontrare quando, come e dove vogliono – il vero oggetto della questione o c’è dell’altro? C’è da dubitare che di questo e solo di questo si tratti.
    Pare sia all’opera, piuttosto, qualcosa che ha a che fare con un desiderio che si traduce, di fatto, in un progetto egemonico da parte di un gruppo la cui pretesa – peraltro apertamente dichiarata – è quella di incarnare e rappresentare, anche a nome e per conto di altre, la “tradizione del pensiero femminista” e la “creatività politica del femminismo” italiano. Di qui la necessità di farsi portatrici a Paestum, di “pratiche politiche” limitate alla loro personalissima esperienza e per nulla rappresentative, dunque, di un patrimonio comune e condiviso.
    Tali pratiche – si dice – avrebbero lo scopo “di alzare la posta in gioco perché il mondo è due e questo passaggio è inevitabile”. Ed è sull’onda di questi improbabili innalzamenti e di una fatale inevitabilità che, nell’illusione di facili avanzamenti, si rischia di precipitare all’indietro di quarant’anni. La proposta, dopo vari tentativi, viene, infine, da alcune così aggiornata:

    “mantenere tutti i gruppi costituiti solo dalle donne che ritengono, come riteniamo anche noi, sia ancora indispensabile e produttivo un luogo separato di elaborazione e di relazioni politiche tra donne”
    “contemporaneamente offrire la possibilità ad alcune di noi, che lo desiderano, di invitare uomini con cui hanno un rapporto di scambio e di pratiche comuni, creando un gruppo di lavoro misto in cui, come auspicava Alberto Leiss, si possa tematizzare un confronto più ampio”;
    “anche l’assemblea potrebbe dar voce solo alle donne, aprendo però all’ascolto in presenza degli uomini invitati”.

    E, dulcis in fundo:

    “Secondo noi sarebbe poco opportuno che la presenza o meno degli uomini limitasse la partecipazione delle donne. Crediamo sia meglio continuare a cercare punti di contatto, piuttosto che dare spazio a ciò che può separare i nostri percorsi”.

    Sì, certo, sarebbe davvero il colmo – e mi auguro di cuore che ciò non accada – che in un incontro così importante a mancare fossero proprio le donne. Ma perché – di nuovo ci si chiede – si sono volute creare le condizioni, da parte di alcune, per il verificarsi di una tale possibilità? E perché le stesse persone che hanno creato queste condizioni di rottura non se ne assumono in pieno la responsabilità invece che rivolgere – attraverso grossolane manovre di rovesciamento di responsabilità – accorati appelli alle altre affinché continuino “a cercare punti di contatto” e a non “a dare spazio a ciò che può separare i nostri percorsi” quando sono state proprio loro le prime responsabili di questa separazione?
    Non era forse prevedibile, visti i precedenti, ciò cui il loro gesto avrebbe potuto dar luogo? E se c’era, a guidarle nel loro intento, un benché minimo barlume di consapevolezza di ciò, non sarebbe stato il caso di evitare fratture in una fase in cui di tutto ha bisogno il femminismo italiano fuorché di questo?
    E quali sarebbero i punti di contatto ora cercati per rimediare alla frittata? Quelli fra le donne che diranno sì agli uomini e le donne che diranno loro di no? E perché al gruppo che nutre questo incoercibile desiderio di presenza maschile non è mai venuto in mente di promuovere un altro Convegno a misura delle proprie esigenze? Perché imporre a Paestum, proprio a Paestum, questa presenza? E’ davvero la presenza degli uomini la questione di cui si tratta o c’è in gioco dell’altro?
    Ebbene, credo sia proprio di questo “altro” – di cui la presenza maschile rappresenta soltanto la punta di un iceberg – che sia urgente parlare.
    Un’ultima domanda, infine, fra le tante: a che cosa è dovuto questo silenzio da parte delle organizzatrici? Non sarebbe forse bastato, da parte loro, un pronunciamento chiaro – nel senso di ribadire, perlomeno, quanto già proposto da Melandri e tacitamente accolto – per porre fine a una discussione che trova, in questo vuoto di pronunciamento e di chiarezza, una ragione di più per autoalimentarsi?
    Ma forse, al di là delle apparenze, non tutti i mali, come si dice, vengono per nuocere e questo è senz’altro uno di quelli che, una volta affrontato seriamente, potrebbe davvero portare a un avanzamento e a una svolta degni di questo nome.

  6. Emanuela Borrelli 2 settembre 2013 a 10:24 #

    il finale di quanto letto mi sembra veramente inquietante… cosa significa che è meglio guardare avanti… Significa che avete già deciso e non s’intende considerare chi ha qualcosa da dire perché non bisogna separare i percorsi… percorsi di chi? di che cosa? La negazione di punti di vista per altro fortemente riconosciuti da molte persone anche di un certo spessore, dovrebbero qui essere considerate un limite per consentire ad altre che hanno già deciso di andare avanti, riconoscendo la partecipazione degli uomini in un luogo come Paestum? è veramente terribile questo modo di procedere… Potrei tranquillamente fregarmene con un “tanto io non ci sarò”. Ma anche se non ci sarò perché non posso esserci, tutto questo non mi piace affatto…
    Proprio in questo blog ho letto il commento di un uomo di cui ora non ricordo il nome, che consiglia lui stesso di tenere separati gli ambiti d’incontro… mi sembra molto saggio e in questo caso credo sia stato utile l’ascolto di un uomo perché gli uomini se s’invitano non possono essere relegati a un solo ruolo di ascolto come fossero dei cagnolini addestrati… Non vedo rispetto, mi dispiace…. Mi sembra di percepire altro da tutto questo… ma io non sono nessuna per cercare di capire prima che sia troppo tardi, giusto?

    • Chiara Marri 3 settembre 2013 a 08:54 #

      Approffittiamo della differenza diceva Carla Lonzi.
      Dopo 30 anni da altro Convegno femminista a Paestum a cui allora come gruppo femminista di Venezia partecipai, insieme ad una storica amica mi sono iscritta a quello del 2013. Per quanto mi riguarda trovo inverosimile che partecipino degli uomini, anche se illuminati da un percorso di sane relazioni condiviso con donne.Capisco l’importanza nella vita quotidiana della relazione donna-uomo,e la relazione donna-donna?, ma in un breve convegno femminista( 2 gg scarsi) ritengo che gli spazi siano dedicati al nostro pensiero e pratica.
      Ci sono spazi e luoghi diversi per incontri tra generi. Magari potrebbero essere proprio donne e uomini dalle pratiche “innovative” a proporli.
      Considerata la difficoltà economica della spesa, il tempo familiare e le ferie, che si faccia chiarezza su che tipo di convegno è Paestum 2013.
      Chiara Marri.

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