E ora qualcosa di completamente diverso

4 Set

di Ilaria Durigon, Chiara Melloni, Laura Capuzzo

La focalizzazione “uomini sì / uomini no” ha ultimamente monopolizzato l’attenzione rispetto all’incontro nazionale del 4, 5, 6 ottobre a Paestum e ha neutralizzato il dibattito e il conflitto su una serie di argomenti più importanti. Anche se noi, come molte, siamo fermamente contrarie alla presenza degli uomini a Paestum, troviamo che sia ancora più grave far diventare questo il centro del nostro discorso. Guardiamo a ciò che conta per noi.

Innanzitutto guardiamo a che senso ha la partecipazione a Paestum da parte delle donne, che sono comunque il soggetto principale di questo incontro.

Per quanto ci riguarda, il senso di questo prender parte – che è un prendere, ma anche un dare – è una presa di responsabilità su quello che accade e su quello che vorremmo accadesse. La presa di responsabilità significa innanzitutto rifiutare la comodità dell’autoesclusione e dell’isolamento. Le persone si autoescludono perché pensano di non trovare spazio a Paestum. Ma Paestum non è un luogo di unificazione né di neutralizzazione. Non si tratta di far emergere una voce unica – anche se questo testimonia una voglia di efficacia di cui parleremo tra poco – ma che più voci possibili si prendano lo spazio, che siano voci in conflitto purché voci che si parlano. Nella lettera di invito abbiamo provato a rendere chiaro che secondo noi esistono due poli, due tentazioni o derive, tra i quali dobbiamo trovare un equilibrio, quello della frammentazione sterile e isolata (in cui ogni gruppo porta avanti il proprio percorso specifico) e quello dell’omologazione che appiattisce il conflitto, la diversità e la creatività politica.

L’aggravarsi della crisi di civiltà che stiamo vivendo porta in noi un desiderio di concretezza, che noi identifichiamo con il dialogo e il confronto vivo con le donne che in tutta Italia portano avanti esperienze di radicalità. In questo senso consideriamo vitale uscire dall’elitarismo in cui talvolta ci accorgiamo di rinchiuderci: perché il femminismo è una questione di identità che a volte ci teniamo anche troppo stretta, mentre esso dovrebbe essere l’esperienza di una identità in evoluzione e in questo il rapporto con le altre e con gli altri è il terreno su cui misurarsi di continuo. È la relazione il terreno della trasformazione. Se a volte evitiamo di costruire dei ponti possibili, se ci tratteniamo dallo stringere legami con donne non militanti solo perché non lo sono, o non lo sono abbastanza, se rimaniamo nel terreno solido delle nostre sicurezze, è lì che sbagliamo: la liberazione prende strade inaspettate e nuove in ciascuna. Riconoscere l’elitarismo in noi stesse permette di allargare il soggetto del femminismo, riconoscere l’azione delle altre donne anche in luoghi, in contesti, in progetti che noi mai ci saremmo immaginate.

Un altro argomento che ci sta a cuore è quello dello “scontro intergenerazionale”. L’entusiasmo che a Paestum 2012 aveva accompagnato la frase «siamo tutte femministe storiche» assomigliava al sollievo, poiché tranquillizzava rispetto a uno scontro tra “femministe storiche” e “femministe giovani”. Ma noi non crediamo che lo scontro sia tra queste due categorie. Quello di “giovani” è un concetto politico e sociale creato ad hoc per porre le cosiddette giovani in uno stato di minorità. È un concetto che in sordina abbiamo mutuato dalla politica, ma che porta con sé i discorsi beceri della “rottamazione” e del “tutti a casa”… e così che la trentenne precaria, nonostante tutto, viene considerato “giovane” e addirittura tale si sente, come se non avesse ancora raggiunto la piena legittimazione di soggetto politico. Quindi diciamo a noi stesse che questo stato di minorità è da superare, che è una forma di ghettizzazione che dobbiamo smettere di accettare per entrare invece in un confronto alla pari.

Dunque lo scontro in atto è di un’altra natura. E non è uno scontro tra donne (come a volte ci capita di voler comodamente credere). È uno scontro tra il dominio spersonalizzante dell’economia e un’idea di politica come pratica di vita delle persone.

Il partire da sé è l’antitesi assoluta di un potere manageriale che non considera gli individui ma i meccanismi: è una politica del quotidiano, che coincide con una cura di sé e contemporaneamente del mondo. Il partire da sé è una politica del quotidiano perché non è una pratica che si realizza negli stretti spazi delle istituzioni stabili del potere, ma ha a che fare con i piccoli grandi gesti che compiamo tutti i giorni. È la responsabilità di ciò che facciamo, in ogni momento della nostra vita.

Se la crisi in cui viviamo è una crisi politica, una crisi economica, statale e globale, e se crisi vuol dire “separare”, e in senso figurato anche “decidere”, noi dobbiamo decidere tutti i giorni da che parte stare e per quale politica vogliamo combattere. Senza per questo cadere nelle tentazioni dell’autosufficienza e dell’onnipotenza: anche per questo noi vogliamo incontrarvi, scontrarci, parlarci, ridere, arrabbiarci, mangiare, ballare – a Paestum.

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5 Risposte to “E ora qualcosa di completamente diverso”

  1. marialuisaboccia 11 settembre 2013 a 16:21 #

    ho cliccato mi piace all’intervento di ilaria, chiara e laura, prima di aver letto i commenti. li ho letti e non muto giudizio. non trovo pretestuosa o inutile la discussione sulla presenza degli uomini. ma per me come per loro il cuore dell’incontro è come e perchè noi, donne, vogliamo esserci. non è vero che è stata cambiata “linea” rispetto a paestum 2012. allora, come ora, la mediazione fu quella ricordata da lea: l’incontro è promosso, costruito, pensato e realizzato da donne, e tra donne. se uomini vogliono venire e partecipare non saranno espulsi. penso che continua ad esserci una distinzione tra situazioni, simboliche e materiali, dello “stare tra donne” e situazioni dello “stare tra donne ed uomini”. si costruiscono contesti diversi, scambi e relazioni diverse. ed è questo che dà forza ed efficacia alla politica delle donne come politica da cui traggono guadagno tutti e tutte, come scrivono giustamente laura colombo e sara gandini. non condivido però la loro convinzione che sia per timore che la presenza maschile tolga spazio alla libera espressione femminile che pratichiamo, ancora, il separatismo. io lo faccio “strutturalmente”, scusate il termine tecnico, visto che sono in un gruppo di sole donne, quello del mercoledì. ma siamo tutte, come singole e come gruppo, interessate e attive nel costruire politica con gli uomini. anche rispetto a sessualità e violenza, sono in accordo e disaccordo con laura e sara. in accordo sul valutare di “corto respiro” uno scambio che non tenga conto del punto di vista maschile. in disaccordo sul ritenere che questo implichi, sempre e comunque, di essere in presenza degli uomini. la relazione e lo scambio, richiedono anche momenti e pratiche non in presenza, lo sappiamo bene. altrimenti non avremmo praticato il separatismo, con continuità, più o meno tutte quelle che traggono dal femminismo anni ’70 il proprio modo di fare politica. certo non è un separatismo fermo a quella stagione. ha tante forme e facce, e sopratutto, è sempre più contrassegnato da un muoversi tra questo piano e quello delle pratiche di relazione con uomini. che è altra cosa da essere presenti, come donne, nei luoghi della politica “mista”, cosa che io faccio, anche questa più o meno da sempre, ma che non fanno molte donne che più di me oggi avvertono l’esigenza della presenza maschile nei nostri luoghi, ad esempio a paestum. e quindi sono diversi i piani, e le modalità di far vivere la politica delle relazioni e del partire da sé. perché mai dovremmo semplificare? ridurli ? ancora un’osservazione sull’intervento di laura e sara. trovo molto significativo quello che raccontano di mantova, dello scambio tra rodotà e buttarelli e del debito che il primo ha riconosciuto con la nostra politica. ma pensiamo che giocarsi il sapere acquisito ovunque, voglia dire che ovunque dobbiamo avere questo tipo di scambio? altrimenti regrediamo nell’illusione di una oasi femminile, di una neutralizzazione e pacificazione tra donne? io penso proprio il contrario. e penso che vi sono molti modi di giocare la nostra forza, e mostrare a tutti e tutte l’importanza di tenersi in relazione con la nostra politica.faccio un esempio, che rigarda paedstum. con bia sarasini abbiamo scritto una lettera a stefano rodotà,laura carlassare, maurizio landini, don ciotti, gustavo zagrebeski, quali promotori di una manifestazione. prevista il 5 ottobre, per una politica radicata nella costituzione. per attuarla e non per stravolgerla. una politica che ci interessa. e abbiamo posto a loro la questione di rendere possibile lo scambio con noi, evitando la sovrapposizione di date. la manifestazione si farà il 12 ottobre, così ha deciso l’assemblea tenutasi a roma domenica scorsa. per noi è un riconoscimento di relazione e un’occasione per rilanciare la sfida più alta che sta a cuore a noi tutte e che laura e sara nominano: rendere davvero sapere acquisito per uomini e donne che la politica delle donne è politica per tutte e tutti. ma sappiamo che non è ancora così. anzi, noi stesse abbiamo bisogno di confronto e verifica, costanti, per non perdere di vista questo criterio del nostro agire e del nostro pensare.
    un osservazione a ilaria, chiara e laura. anch’io considero pretestuoso, anzi effetto della politica istituzianle-mediatica, “lo scontro tra generazioni”. ma il confronto, e il conflitto, non sono alla pari. siamo in rapporti di disparità, e non a senso unico, tra femministe storiche e “giovani”, o altro. la disparità è pluriversa, a seconda della questione, del contesto in cui le relazioni e lo scambio si dà. ad esempio io sulla precarietà sono in ascolto, mi sento meno, rispetto alle giovani donne con cui mi confronto. riconosco a loro un sapere, non solo un esperienza e una condizione vissuta. se vogliamo sottrarci agli stereotipi su di noi e tra di noi, dobbiamo , credo, vedere e nominare queste disparità. è un modo per dare valore alle differenze, senza cadere nel piatto e generico pluralismo.

  2. ledabubola 5 settembre 2013 a 15:47 #

    Cara Ilaria, Chiara e Laura, ho avuto occasione di incontrare solo due di voi di persona, ma purtroppo è un incontro durato troppo poco per associare i vostri nomi ai vostri visi.
    Mi piace, quando mi rivolgo a qualcuno, farlo in modo chiaro ed esplicito oppure.. non farlo proprio. Credo che sia una forma di rispetto che tutti gli esseri umani si meritano, parlare per sottointesi è un atto violento soprattutto quando si esprimono giudizi. Questi, si sa, possono essere discordanti, ma, come credo siate d’accordo, la discordanza di punti di vista è fonte di arricchimento. Permettetemi quindi di esprimere il mio senso di sconcerto di fronte al vostro definire ciò che sta accadendo come poco importante. Credo che questo giudizio impedisca di fare chiarezza su quanto successo. Non è l’essere a favore o contro la presenza degli uomini a Paestum ad aver ingaggiato la discussione, anche se l’argomento ha un risvolto simbolico importante. Il punto centrale, infatti, è il modo con cui questa proposta è stata presentata, e cioè, senza interpellare nessuno. È stata una decisione presa con la stessa modalità con cui si giudicano le persone senza nominarle, quindi senza dare loro lo spazio per replicare. In quest’ottica l’autoesclusione, che definite come comodità, si rivela invece essere l’unico modo per sottrarsi ad una violenza.
    Frammentazione e omologazione sono due facce della stessa medaglia, ancora una volta la conseguenza di una visione della realtà dualistica che fallisce di portare in superficie il nodo irrisolto del conflitto. Frammentarsi implica il fatto che non si riesca a trovare un punto in comune mentre omologarsi significa assolutizzare questo punto in comune e farlo divenire un “discorso unico”. Entrambi svelano un’incapacità di relazionarsi all’altro/a che ha radici culturali profonde e che, la presente situazione, mostra essere un ostacolo talmente grande da rischiare di vanificare qualsiasi altra azione, anche la più intelligente. Se, invece di dare per scontato un’idea e assumerla come una decisione già presa, tutte quante fossero state interpellate in proposito, magari ponendo questo come un altro punto da discutere (visto che si tratta di un cambiamento di linea importante rispetto all’anno scorso), non credo che quest’argomento avrebbe avuto l’effetto deleterio che sta avendo. Un’imposizione ha come gesto conseguente la ribellione di chi l’ha subita, quindi ha come scopo quello di creare la rottura, non si può dunque chiudere gli occhi di fronte ad un gesto volto a distruggere e .. semplicemente parlare d’altro.
    Inoltre, voi stesse riportate al centro il vero problema, anche se nominandolo in modo diverso e con l’unico scopo, credo, di spostare l’attenzione dal piano dei soggetti a quello culturale vanificando così il tentativo di rendere politico il personale: “Dunque lo scontro in atto è di un’altra natura. E non è uno scontro tra donne (come a volte ci capita di voler comodamente credere). È uno scontro tra il dominio spersonalizzante dell’economia e un’idea di politica come pratica di vita delle persone.” Ma che cos’è il dominio spersonalizzante dell’economia se non un dominio messo in pratica da uomini (e donne) che concepiscono l’altro solo in funzione della sua capacità di produzione, vanificandolo come soggetto? E cosa significa imporre una decisione senza prendere in considerazione l’altro? Che cosa diventa l’‘altro’ in quest’operazione se non proprio il prodotto di un potere esercitato da un uomo/donna su di un altro/a? E se è questo che esiste anche all’interno del femminismo cosa pensate di cambiare proponendo un’idea di politica come pratica di vita quando questa pratica è speculare a quella del dominio? Le idee sono belle e sulle idee si può essere d’accordo ma non quando queste sono discordanti rispetto alle azioni.
    Se vogliamo partire dai meccanismi, come vi proponete di fare nella conclusione del vostro articolo, è proprio da queste modalità assassine che dobbiamo partire per cercare di sciogliere i nodi di un potere che miete le sue vittime non solo negli ambienti istituzionali, ma anche in quelli femministi. Proprio evitare di affrontare il problema porterebbe allora a illusioni di autosufficienza o onnipotenza.

  3. Paola Zaretti 5 settembre 2013 a 08:18 #

    “E ora qualcosa di completamente diverso”- è un titolo che pare l’annuncio della buona novella.
    – Se si è voluto puntare con questo titolo a una mossa performativa – nominare qualcosa, in questo caso il “diverso” nell’intento di farlo esistere, di dargli quella reale consistenza che gli manca
    – se si è voluto suggerire l’idea di svoltare radicalmente pagina, di cambiare musica archiviando di colpo quanto accaduto nel frattempo a proposito del conflitto sorto in merito alla presenza o meno degli uomini a Paestum,
    – se si è pensato che rimuovere i problemi archiviandoli sia la ricetta per risolverli, siamo in presenza di un grossolano errore di valutazione.

    C’è nel titolo infatti – prima ancora che nelle finalità e nel contenuto del comunicato – un desiderio decisamente intenzionato a censurare e ad archiviare in tutta fretta un libero dibattito, nato spontaneamente e quanto mai importante, che va ben oltre la questione della presenza o meno degli uomini a Paestum. Un dibattito sollevato, peraltro, tempo addietro – vale la pena ricordarlo – proprio dalle firmatarie del documento che, dopo essersi defilate dalla discussione disertandola e lasciando ad altre l’onere di confliggere su una questione che le aveva viste schierarsi in prima fila contro la presenza maschile a Paestum, lanciano oggi accuse di “monopolizzazione” e di “neutralizzazione” di un dibattito su una serie di argomenti più importanti” su cui ciascuna – scriventi incluse – aveva facoltà e libertà, se solo lo avesse voluto, di intervenire. Ma nessuna l’ha fatto.
    Non c’è nulla di nuovo e nulla di diverso, in questo comunicato, che non rievochi, purtroppo, una strategia consumata di vecchio stampo: dar fuoco alle polveri, accendere (per giusta causa, beninteso) la miccia del conflitto e tirarsene fuori non appena s’intravede il rischio che le fiamme divampino.
    E’ la strategia dello stare a guardare lasciando che siano altre a confliggere in attesa del momento più propizio per pontificare, elargendo, nel frattempo, giudizi sui comportamenti altrui e predicando dal pulpito a “guardare ciò che conta”.
    E nel raccogliere l’invito a guardare ciò che conta, vien da chiedersi perché mai le autrici del post si siano prese la briga di scrivere, a suo tempo, un documento tanto lungo e persuasivo sul loro No agli uomini su qualcosa, dunque, che per loro ha contato molto e che oggi è declassato al rango di pura petizione di principio: “Anche se noi, come molte, siamo fermamente contrarie alla presenza degli uomini a Paestum”….Come si è manifestata nel corso dell’agone questa fermezza e come pensano di manifestarla, di qui in avanti? Defilandosi dalla discussione e lasciando al caso la soluzione degli eventi?
    Ritornano, naturalmente, nel testo i soliti riferimenti al partire da sé, come da rituale. Se si cominciasse invece a partire davvero da sé per interrogarsi sulle ragioni e contraddizioni dei propri comportamenti invece che assumere atteggiamenti super partes, ci si guadagnerebbe in credibilità nello scrivere che bisogna “partire da sé”, dai “piccoli grandi gesti che compiamo tutti i giorni” e dalla ”responsabilità di ciò che facciamo in ogni momento della nostra vita”. Forse allora, solo allora avrà senso parlare di quel qualcosa di “completamente diverso” che si va ad altre predicando.
    Credo che ci sia, anche in una discussione, un’etica da salvaguardare: altro è argomentare, sia pure con forza e determinazione, altro è cercare di emergere screditando. E quando lo si fa persino nei casi in cui c’è, su un argomento, una comune condivisione, vuol dire che siamo nel cuore di una a guerra di tutte contro tutte. Altro che cura delle relazioni…e balle varie.

  4. Geni Sardo 4 settembre 2013 a 12:01 #

    I luoghi delle donne sono sempre stati necessari.. dobbiamo trovarci tra donne e trovare un nostro percorso e nostri obiettivi di lotta. Ora che il femminismo è diventata una parolaccia, ritrovare un nostro modo di essere femministe in questo momento storico, confrontarci tra giovani e vecchie, fare una fotografia precisa di cosa siamo oggi in Italia e nel mondo. Decidere assieme quali sono gli obiettivi prioritari da perseguire.

    Tutto questo , secondo me va fatto in modalità separata: Le nostre lotte poi le faremo coinvolgendo gli uomini, disertori del patriarcato, che vogliono condividere: analisi, obiettivi e lotta.

    Per esempio la 194 esigibile su tutto il territorio nazionale ha bisogno di un grande coinvolgimento anche degli uomini , ma le modalità con qui impostare una campagna nazionale le dobbiamo decidere noi a Paestum o in qualsiasi altro luogo : Rilanciamo “obiettiamo gli obiettori” o ci inventiamo un’altra cosa?
    Non rinunciamo, per rincorrere una modernità che non esiste, ai nostri fondamentali.
    Il separatismo ci serve, dobbiamo rielaborare ridiscutere reinventare… possibilmente a Paestum
    Geni Sardo
    CDT

    PS ho ripostato un mio vecchio commento perchè ho ricevuto “adesioni personali da giovani femministe” che non so spiegarmi perchè, non ho trovato nel dibattito successivo (un poco di maniera) “uomini ” che ha monopolizzato l’ultima parte del dibattito. Trovo condivisibile e auspicabile “ora qualcosa di completamente diverso”
    Il movimento femminista deve confrontarsi sui grandi temi che oggi incombono. condizionano e spesso rovinano la vita alle donne: Dalle giovani precarie, impossibilitate a scegliere liberamente se abortire o partorire alle vecchie rinchiuse nei nuovi manicomi che sono le case di riposo.
    Scegliamo gli obiettivi comuni per rendere le nostre lotte incisive e note
    Trasformiamo la parolaccia “femminismo” in lotte coinvolgenti x tutte noi.

    Attiviamo l’ascolto delle giovanissime schiacciate da un’immagine avvilente di se e attraverso e la molle infinita di teorie elaborate e qualche volta praticate diamo vita ad un femminismo reale. concreto in grado di parlate alle donne che vogliano mutare lo stato delle cose presenti
    un abbraccio e ci vediamo e sentiamo a Paestum
    con un invito alle giovani e giovanissime a non lasciarsi schiacciare dalle “teorie” ma di conoscerle, utilizzarle come tutte le storiche
    Geni Sardo
    CDT

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  1. E ora qualcosa di completamente diverso | femminile plurale - 4 settembre 2013

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