Agire la libertà

6 Set

Gruppo del mercoledì

Abbiamo bisogno della libertà per vivere e per agire nel mondo. Ma la libertà  si esprime nei contesti. E il contesto è cambiato rispetto a dieci, venti o più anni fa. Dobbiamo quindi interrogarci sul senso della libertà oggi e sui  modi per farla esistere per ciascuna e per tutti.   In effetti, noi siamo cambiate non solo perché viviamo in un mondo diverso.   Siamo cambiate anche per le vicende personali che ci segnano. Per le relazioni che abbiamo stretto, per quelle che si sono interrotte, per l’amore e per il lutto, per la finitezza e la fragilità della nostra umanità. Siamo cambiate anche e soprattutto perché abbiamo provato a nominare tutto questo a  partire da noi, dal nostro femminismo e  dalla pratica della differenza .

La differenza non è bene accolta in questo passaggio di civiltà. Se il pensiero critico non se ne è avvalso o, nella sua smania di riportare tutto all’universale cioè al maschile ne ha tratto spunto senza valorizzarla come pratica politica, ora sono i partiti, i movimenti dove incontriamo i nostri adorati compagni, i messaggi mediatici e la pubblicità a neutralizzarla . Spesso, in politica  sono le  stesse donne che, nella sfida con gli  uomini, sottraggono valore alla differenza tornando alla retorica delle “vittime” o, peggio, parlando a nome di un “genere” .

Ansia mimetica , paura di spendere la propria forza o mero calcolo?

Certo è  difficile dimostrare il guadagno che la libertà delle donne può produrre nello spazio pubblico. Trenta anni di mondo ridotto a mercato hanno frantumato il senso individuale e collettivo della libertà, quella “liberazione” che cambiò il paese,  le vite di molte di noi  e di chi con noi era in relazione.  L’inizio fu facile, il seguito di quel “il personale è politico” si è rivelato molto più di difficile. Ancora oggi  non abbiamo risolto la contraddizione tra la differenza e ciò che è comune ai due sessi, tuttavia la contraddizione non va chiusa. Anzi, deve servirci a costruire una pratica efficace , per cambiare il mondo a partire da noi .

Saremo a Paestum per ragionare insieme di questa contraddizione giacché ci sembra che la politica delle donne a volte si accontenti della strada percorsa, nel timore o nella timidezza che ci trattiene dal buttare a mare la zavorra, quello che non funziona più. Così i baluginii, le intuizioni non mettono radici, non si confrontano con la prova dei fatti.

Tra voi che avete accettato la responsabilità di scrivere il testo di Paestum 2013 e noi che ve lo abbiamo affidato, ci sono distanze incolmabili? Certo, le controversie, i dissidi sono sempre possibili ma non vogliamo che Paestum sia teatro di un contenzioso generazionale. Sarebbe un finto contenzioso. Ci convince invece che lo scambio genealogico giochi come ricchezza politica. Il fatto che Snoq, quando è nata, non abbia riconosciuto lo scambio con il femminismo degli anni Settanta, ha reso difficile parlarci.

Abbiamo bisogno di mettere al centro il contesto. Nella diversità delle nostre esperienze. Quello che ci diremo, deve poter camminare nel discorso pubblico, produrre simbolico. Ci vuole un linguaggio per uscire dalla crisi giacché la politica che abbiamo conosciuto è rimasta senza parole. Si è screditata. D’altronde, il patriarcato è in crisi. Come è in crisi il modello economico competitivo e l’idea novecentesca del lavoro, centrata sulla separazione produzione/riproduzione.

Noi abbiamo ragionato sulla necessità di ricomporre lavoro e cura. Proprio per reinventare il lavoro e proporre un altro modello economico. Guardiamo alla cura non solo nel suo aspetto di prestazione (ma qui la domanda di riconoscimento va probabilmente intrecciata con la richiesta di reddito di cittadinanza) bensì in connessione con le relazioni, con la politica, con l’ambiente. Un modo di leggere la realtà.  Un modo di agire senza vergognarci dei comportamenti virtuosi.

Abbiamo bisogno di nominare tutto questo perché detestiamo l’arroganza, la speculazione, la voracità, la cupidigia, il disprezzo della debolezza. Vogliamo un cambio di prospettiva. Certo, si tratta di farlo anche assieme agli uomini. Alcune relazioni politiche le abbiamo. Ma non c’è sufficiente individuazione del conflitto e neppure ricerca per affrontare insieme i nodi del potere,  per mettere in questione la sessualità che è all’origine di molte asimmetrie tra maschile e femminile, quali che siano i corpi che le recitano.  Si ha l’impressione, a volte, che in Italia il pensiero queer sia stato utilizzato per togliere valore all’esperienza della differenza, per sostituire con la moltiplicazione dei generi, la presa di coscienza della propria sessualità .

Di sessualità non si è molto parlato nel precedente incontro di Paestum. Ma è proprio vero che la precarietà la rende impossibile, come ci è stato detto in una riunione post Paestum a Roma, o forse vanno ancora indagate le ragioni di un conflitto la cui rimozione spesso produce esiti tragicamente palesi?

Quanto al discorso sulla violenza contro le donne, la riflessione del femminismo e di gruppi maschili viene oggi semplificato dai media e nell’aggravamento delle pene, soluzione adottata dal decreto legge in materia di sicurezza approvato dal governo Letta. Anche qui compare la contraddizione tra tutela e repressione; prevenzione e logica emergenziale;  immagine della donna e modalità giuridiche, culturali, con cui la politica decide di occuparsi della violenza sessuale. Le giornate di Paestum possono spingere avanti il discorso non solo per noi ma per tutti.

La parola che a noi non piace poiché viene da un’altra situazione: “femminicidio”  ha avuto molto corso in questi ultimi tempi, ma è divenuta una parola “totem” usata per il computo statistico delle vittime.  Noi preferiamo nominare la “violenza contro le donne”  per la sua  forte carica “relazionale” che parla alle coscienze di donne e di uomini. La violenza rimanda ai contesti in cui si produce e alle origini simboliche che la rendono una “strutturale” manifestazione del sessismo .

E qui ancora occorre calarsi nel nostro “comune” contesto. Riconoscere le diverse esperienze di vita e di pratica per trasformare i conflitti in uno scambio.

(Fulvia Bandoli, Maria Luisa Boccia, Elettra Deiana, Bianca Pomeranzi, Letizia Paolozzi, Bia Sarasini, Rosetta Stella, Stefania Vulterini)

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Una Risposta to “Agire la libertà”

  1. giordana masotto 6 settembre 2013 a 16:38 #

    “Quello che ci diremo, deve poter camminare nel discorso pubblico, produrre simbolico.” E’ quello che anch’io mi aspetto e condivido la fatica e l’urgenza che traspare dal vostro bel testo. A presto. giordana

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