Maternità sì – maternità no? C’è dentro qualcosa di più

10 Set

In contributo al laboratorio “Maternità e non Maternità”

di Franca Clemente

Nella lettera di invito a Paestum si individua la necessità di “alzare la posta” di un discorso interrotto un anno fa, focalizzando le questioni aperte e urgenti, e l’emergenza che drammatizza il peso del patriarcato e non permette una vita dignitosa. Necessità quindi di un confronto per “tessere la politica delle donne”. Perché la possibilità di un inizio, la possibilità del nuovo, sta nel concetto stesso di libertà femminile, e oggi la libertà delle donne è soffocata nelle maglie di una rete che si stringe sempre più.

La contraddizione attuale, che il Gruppo del mercoledì individua “tra la differenza e ciò che è comune ai due sessi”, si può forse meglio tradurre in quella tra la differenza e una civiltà sempre più in contraddizione con gli esseri umani. Ciò che ci distingue dagli uomini, ciò che può fare la differenza, è il come uscirne. Se accettare la loro mano tesa, fragile ed effimera perché fondata sul volontarismo etico, e la decisione di “produrre simbolico”. Continuiamo a misurarci sui problemi cercando alleanze con i maschi buoni, ma mi sembra non sia ben chiaro che la violenza è strutturale e non dei singoli. Anche la precarietà è strutturale e la precarietà annulla la libertà. La povertà, di cui molte amiche soffrono, è la tendenza derivata dalla concentrazione della ricchezza e la povertà toglie il pensiero e la vita, psichica e fisica.

La differenza sta nel decidere ed essere consapevoli che tocca a noi “produrre simbolico”.

Il femminismo, spinto da una contraddizione insopportabile tra regole sociali e consapevolezza delle donne, aveva aperto uno squarcio di intuizione su principi potenzialmente rivoluzionari, che possono essere buoni per una intera società. La relazione come rovesciamento della logica corrente dei rapporti umani fondati solo sulle regole; l’autosufficienza come rifiuto del principio che qualcuno può avere su di te diritto di vita e di morte; l’autodeterminazione, che significa contare, decidere e non essere numero; la libertà sessuale, ovvero il rifiuto di essere proprietà privata. E soprattutto la differenza, che rimanda ad un differente paradigma e non è l’elemosina del rispetto. Anche la cura del mondo è una intuizione. Essa deriva direttamente dalla pratica della riproduzione perché è lì che tutti noi ne acquisiamo conoscenza ed esperienza.

Il femminismo ha dietro di sé un fiume, di dolore e insensatezza, che ci preme (l’ambiente, la guerra, solo per citare) e si ingrossa sempre più. Siamo ad un punto in cui o si fa un salto simbolico o si rimane schiacciate.

Finora vedevo solo il muro contro cui si va sgretolando il patrimonio femminista. Poi sono venuta a conoscenza di comunità dove ho visto trasformate in società le intuizione del femminismo.

Sono società inventate dalle donne, dove le donne sono al centro e che ha funzionato per migliaia di anni. La donna, la madre anziana, è la guida, materiale e morale della famiglia formata dalla sua progenie, figli e nipoti, maschi e femmine, e su queste famiglie si fonda la comunità. E la relazione?La relazione è concetto di base del femminismo, ma il femminismo stenta a connotarla, perché non basta mettersi l’una di fronte all’altra per fare relazione e invece riproduciamo troppo spesso ciò che abbiamo imparato dal patriarcato. La relazione fondante di queste società è una relazione forte, da cui non ci si può ritrarre, di amore più che di rispetto, quella che ha come modello la relazione madre-figli. quella da sempre impostata dalle donne

La libertà sessuale? Lì vige il visiting marriage, non esiste la coppia che convive. E’ lei che decide di accogliere nella sua stanza, di notte, il suo compagno. E’ un rapporto solo di amore non gravato da angustie quotidiane che si gestiscono invece tra sorelle e fratelli. Quando la relazione finisce, lei chiude la porta e non ci sono conseguenze per i figli, che vivono con la madre, e per i beni (la casa, la terra da coltivare e i beni strumentali), che garantiscono l’autosufficienza perché sono i beni della famiglia, inalienabili e indisponibili, che la matriarca gestisce. Si viene al mondo già in una condizione che assicura l’affetto e la sopravvivenza. Non c’è incertezza né competizione. Altro che la eventuale elemosina del reddito di cittadinanza.

L’autodeterminazione? Chi può autodeterminarsi se ciò che si decide non conta niente nella società, non sposta niente? Lì vige la regola del consenso e le decisioni, prese nella famiglia e strettamente riportare alla comunità, non si prendono se tutti non sono d’accordo.

E gli uomini? Lavorano come tutti gli altri membri della famiglia, senza ruoli, e si occupano dei bambini delle sorelle come amorevoli padri adottivi. Nella comunità hanno usualmente il ruolo di portavoce, ambasciatori delle decisioni familiari e si assumono volontariamente il compito sociale di difendere e diffondere i principi del matriarcato. C’è da chiedersi se ne siano soddisfatti o se si sentano discriminati? Sono loro, non ad accettare, ma a propagandare le regole sociali del matriarcato perché hanno riconosciuto che la nostra asimmetria originaria può regolare un mondo migliore per tutti. Non sono arrogantemente autolesionisti.

Studiando queste società ho capito che il dilemma non consiste in maternità sì-maternità no. A questo vogliono ridurlo quelle e quelli che non ne hanno capito la portata. O forse l’hanno troppo bene intuita ed è per questo che denigrano la “madre vecchia”: ha troppa esperienza per sperare di controllarla e, per esempio, non comincerebbe mai una guerra in cui mandare i suoi figli a morire. E’ per questo che dividono le donne dalle loro sorelle, per spezzarne la forza. L’importanza delle donne è data dall’essere portatrici di un paradigma di vita e questo paradigma soltanto può garantire la pace e l’uguaglianza sociale, non la buona volontà dei maschi.

E allora non mi accontento più di lottare per essere riconosciuta come individuo differente, nello stesso modo in cui lo sono gli uomini. So che la mia rivoluzione chiede un diverso principio egemonico, un diverso modello, un differente paradigma. Perché l’asimmetria originaria c’è e ha la potenza di cambiare il mondo: intendo servirmene e non intendo lasciarmela soffiare.

 

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