Sum ergo libera

20 Set

di Clelia Mori

Libera ergo sum, di Paestum 2013, dichiara il tema della libertà per essere: libera quindi sono. Come condizione. E dal tono del dibattito attuale sul blog penso che questo tema del titolo vada ripreso perché mi pare che approfondirlo possa servire al dibattito stesso… Da quando ho letto questo titolo mi balla in testa il suo contrario: sum ergo libera e la lettera d’invito non me l’ha tolto dalla mente.

Perché mi dico: se non sono non posso neanche pensarla la libertà, desiderarla volerla. Non la conosco, non so cos’è. Invece se sono posso pensarla.

Poi tutto quello che accade alla mia libertà, all’esterno di me, sarà mio compito fare in modo che non mi venga tolta, che mi venga ridata o decidere quanta concederne nel caso. (È ovvio che ne parlo senza competenza se non quella che parte da me).

Comunque mi pare che: se io per essere aspetto che la libertà materiale mi confermi, in qualche modo penso di non averla intrecciata al mio esistere e mi metto simbolicamente alle dipendenze di qualcosa, qualcun’altro o qualcun’altra, mi delego. Insomma alla fine non la faccio coesistere simbolicamente con me e quasi esula da me. E io non sono.

Sento una sorta di sospensione in libera ergo sum. Non rimane identico il significato della frase se al posto di cogito metto libera. Cogito si svolge tutto all’interno di me, libera viaggia tra l’interno e l’esterno, tra il simbolico e il materiale, tra me e gli altri e le altre. E io non me la sento di scindermi simbolicamente tra essere e libera per poter dichiarare che sono. Perché se lo faccio è come dire che simbolicamente non sono.

Ma io sono. In pensiero e corpo, di donna per di più.

E se guardiamo le cose da questa altra prospettiva la questione dell’interpretazione di sé e della libertà cambia anche per il dibattito in corso, almeno credo che una riflessione in più possa un po’ servire…

Questa convinzione di essere libera dall’origine di me, mi è stata rafforzata e confermata dalla scoperta del nostro valore, come

donne, dalla teoria della differenza di sesso (non di genere e neppure di quella emancipatoria) che nel ’68, all’epoca della separazione politica delle donne femministe dagli uomini, non c’era. Così come il metodo del partire da sé, che mi pare uno dei modi più realistici di indagine tra quelli di cui sono venuta a conoscenza. È ovvio che la differenza di sesso è femminile e maschile e che responsabilizza entrambi i sessi, sottraendoli al livellamento della neutrità che giustificava l’esercizio del potere maschile.

Questo bagaglio fondante del femminismo ci ha permesso di mettere al centro di Paestum 2012 il primato della vita del Primum vivere e, se il giovane femminismo di Paestum 2013 ne è ancora convinto, il dibattito sulla libertà della differenza può prendere un’altra piega, soprattutto se usiamo la libertà della differenza per fare spazio d’incontro a “singole, gruppi e associazioni” (lettera d’invito). E poi non possiamo porre limiti, perché nessuna ha mai avuto questa delega e nessuna è in grado di darla, alla partecipazione di chi lavora e si riconosce da tempo sulla differenza di sesso, uomini o donne che siano. Così come siamo e sono disposta ad incontrare quella di genere e l’emancipazionismo, se ci vorranno essere come spero.

La soluzione non può essere quella di dividerci scegliendo per chi parteggiare, che non è una soluzione ma un metodo dubbio e inutile che non frequento più da molto tempo e che non sento mio. Creare a Paestum un luogo libero di relazione e confronto tra chi ha ben chiaro il valore del proprio sesso nel darsi del gioco del potere non credo possa svilire nessuna di noi se è certa della sua libertà in quanto donna. Su quella materiale poi lavoreremo intensamente insieme.

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