Lettera di Lea Melandri per Paestum 2013

21 Set

Care amiche,

come temevo, per lo stato di temporanea immobilità a cui sono costretta per una caduta nel mese di agosto, non potrò essere con voi a Paestum. Inutile dire quanto mi addolora l’assenza da un incontro che ho desiderato, sostenuto e immaginato come una svolta verso percorsi più largamente condivisi – che non vuol dire unanimità, ma capacità di costruire relazioni tra donne di età, formazione culturale e politica diversa.

Come ho già detto lo scorso anno, il richiamo al femminismo degli inizi (anni ’70), alle sue teorie e pratiche originali, rivoluzionarie rispetto all’ordine esistente – sia privato che pubblico -, non è sempre e necessariamente la ripetizione o la replica nostalgica del passato, ma una ripresa essenziale per dare seguito e nuovi sviluppi a esigenze radicali che si sono poste allora ma che non potevano avere in quel momento risposte adeguate.

Tale è a mio avviso l’idea di libertà riportata al rapporto tra vita personale e politica, che non a caso abbiamo ritrovato come titolo nella Lettera di invito a Paestum 2013. Che sia stata sottolineata innanzi tutto la libertà dal bisogno – inteso dalle donne più giovani come condizione materiale di sopravvivenza – non mi meraviglia: mancanza di lavoro, dipendenza prolungata dalla famiglia d’origine. La generazione protagonista dei movimenti antiautoritari degli anni ’70, a cui pur con tutta la sua originalità appartiene il femminismo, ha potuto esprimere dissenso, contestazione, rovesciamento di ruoli e poteri, perché era “garantita”, o si è pensata tale anche quando, come nel mio caso – nullatenente, con genitori nullatenenti e sulla soglia della vecchiaia – non lo era affatto. Con uno stipendio da insegnante si poteva trovare facilmente affitto, vivere da sole, economicamente autonome.

Oggi non è così. Se non vogliamo chiamarla precarietà, perché giustamente ci sembra una definizione riduttiva rispetto alla varietà e complessità delle attuali condizioni di lavoro, oltre che dell’esperienza che ne fanno le singole, diamole altri nomi, ma affrontiamola. E non solo per le giovani, ma per tutte le donne che si vengono a trovare nell’età avanzata , quando i bisogni primari aumentano, a fare i conti con la loro condizione economica. Il riferimento a difficoltà materiali che oggi vivo in prima persona non è affatto casuale, ma vorrei che se ne discutesse in chiave politica, per tutte e, mi viene da aggiungere, per tutti: donne e uomini. Se non ricordo male, diceva Don Milani: «Il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia».

Ma ci sono altre mancanze di libertà, i cui effetti sono altrettanto materiali. Sono le illibertà meno visibili e quindi più insidiose, impropriamente considerate meno pressanti – o “sovrastrutturali”, come avrebbero detto i ‘compagni’ degli anni ’70 – Sono quelle che affondano le loro radici in una visione del mondo imposta dal dominio maschile, ma incorporata dalle donne e subìta sotto certi aspetti dagli uomini stessi. Io continuo a chiamarla come in passato “violenza invisibile”. Pierre Bourdieu, nel suo libro Il dominio maschile (Feltrinelli 1998), parla di “violenza simbolica”, riferendosi a condizioni di esistenza intollerabili, che tuttavia appaiono spesso “accettabili”, persino “naturali”. La forma suprema, la più subdola, perché invisibile della violenza simbolica – dice Bourdieu – è l’amore, come sogno fusionale, appartenenza intima a un altro essere.

Se il dominio maschile dura così a lungo e arriva alla coscienza con tanta lentezza, è perché passa attraverso la vita intima (sessualità, maternità), perché è inscritto “nell’oscurità dei corpi”, oltre che nelle istituzioni, leggi, poteri e saperi della sfera pubblica. Il femminismo ha cominciato interrogando la complicità, inconsapevole e incolpevole, delle donne – quella che passa attraverso la cancellazione della loro sessualità, diventata obbligo procreativo-, ma abbiamo smesso troppo presto di farlo, pensando di essere già portatrici, come eredi dell’ “ordine simbolico delle madri”, di una “libertà” , di un “di più”, di una “differenza femminile” riletta in chiave di positività e che avrebbe dovuto essere solo “riconosciuta” per la sua evidenza logica da donne e uomini. L’uso che le donne fanno oggi delle “doti femminili”, della “libertà” di disporre del loro corpo in cambio di denaro, successo, carriere, dovrebbe dirci che c’è ancora molto da riflettere per venire a capo dei tanti adattamenti provocati da millenni di sottomissione alla cultura maschile.

Alle amiche che ritengono sia oggi necessario lavorare insieme agli uomini, al di là degli interventi che ho fatto precedentemente sul blog per evitare contrapposizioni inutili, vorrei dire ora con più chiarezza quello che penso. La presa di coscienza che viene dal femminismo fin dai suoi inizi ha spostato l’attenzione dalla “questione femminile” al “rapporto uomo-donna”, e come tale rappresenta l’apertura di una nuova storia per entrambi i sessi. Ma si è detto anche che occorreva “partire da sé”, e anche questo vale per uomini e donne. Non si tratta perciò di fare proselitismo e cooptazione – su cui siamo tutte d’accordo -, ma nemmeno chiedere il riconoscimento di verità teoriche e pratiche di libertà di cui saremmo portatrici. Non si tratta, come abbiamo detto spesso, di “cambiare” gli uomini, ma di metterli di fronte al nostro cambiamento, nel privato e nel pubblico. Se è importante condividere momenti di riflessione comune con quelli che oggi si interrogano sulla maschilità, come gli amici dell’associazione Maschile Plurale, lo è altrettanto trovare la forza per contrastare, dissentire, configgere, imparare a dire dei no, quando ci accorgiamo che ci viene imposto o chiesto di sottostare alle logiche del potere maschile, sotto qualsiasi forma si presenti, anche la più accattivante.

Come ho già scritto nella proposta di “laboratorio”, quando ancora speravo di poter esserci, vorrei che ci chiedessimo perché la femminilizzazione della vita pubblica sia così poco conflittuale, se per caso la violenza che c’è nella complementarietà dei ruoli, non stia transitando dal privato al pubblico, dalla “cura” e dal lavoro domestico visti come “dono d’amore” al “talento femminile” elogiato oggi dall’economia – almeno a parole – come “valore aggiunto” per le imprese. Mi chiedo se dietro la tendenza a integrarsi, anziché mettere in discussione l’ordine esistente, non ci sia ancora l’illusione amorosa, l’interezza pensata come ricongiungimento armonioso di due “generi” complementari. Non sto parlando di residui romantici, ma di un bisogno d’amore che per le donne viene da lontano, come scopriamo ancora con sorpresa quando facciamo autocoscienza.

Vi chiedo di perdonare la lunghezza, ma ci tenevo a essere con voi almeno con qualche pensiero, in attesa di altre occasioni di incontro che non mancheranno se a Paestum ci saranno la passione e la felicità collettiva dello scorso anno.

Baci a tutte e a presto

Lea

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7 Risposte to “Lettera di Lea Melandri per Paestum 2013”

  1. Geni Sardo 23 settembre 2013 a 12:51 #

    “I luoghi delle donne sono sempre stati necessari.. dobbiamo trovarci tra donne e trovare un nostro percorso e nostri obiettivi di lotta. Ora che il femminismo è diventata una parolaccia, ritrovare un nostro modo di essere femministe in questo momento storico, confrontarci tra giovani e vecchie, fare una fotografia precisa di cosa siamo oggi in Italia e nel mondo. Decidere assieme quali sono gli obiettivi prioritari da perseguire.

    Tutto questo , secondo me va fatto in modalità separata: Le nostre lotte poi le faremo coinvolgendo gli uomini, disertori del patriarcato, che vogliono condividere: analisi, obiettivi e lotta.

    Per esempio la 194 esigibile su tutto il territorio nazionale ha bisogno di un grande coinvolgimento anche degli uomini , ma le modalità con qui impostare una campagna nazionale le dobbiamo decidere noi a Paestum o in qualsiasi altro luogo : Rilanciamo “obiettiamo gli obiettori” o ci inventiamo un’altra cosa?
    Non rinunciamo, per rincorrere una modernità che non esiste, ai nostri fondamentali.”

    Carissima Lea e care tutte

    in modo noioso ribadisco la necessità delle nostre pratiche :rinverdirle o modificarle profondamente è compito delle giovani e giovanissime femministe.
    Il lavoro che ci spetta a Paestum, oltre alla gioia di ritrovarci, di persona o per mail o in video, sarà mettere a tema quello che vogliamo fare per modificare l’insopportabile ns condizione. se Lea non sarà presente fisicamente sarà con noi comunque con la sua teoria e la sua prassi
    Mi sembra che chiudere il diascorso sulla partecipazione degli uomini a Paestum sia importante x continuare serenamente l’eleborazione, soprattutto nei territori, dove non si capisce bene il motivo di questa “intrusione” (chiarisco x chi non conosce il CDT -Coordinamento Donne Trieste -che tutte noi abbiamo abbiamo prassi politiche comuni con “generi” diversi e anche con buoni risultati di chiarezza di confronto e di condivisione di obbiettivi).
    un arrivederci a Paestum e un augurio di larga partecipazione
    Geni Sardo
    ( la discussione in CDT continua….)

  2. laura ghianda 22 settembre 2013 a 13:01 #

    …mi ha permesso di rivedere criticamente un mio atteggiamento nei loro confronti,e a trovare pace rispetto a certi traumi passati.e solo allora,ho iniziato a intravvedere nuovi possibili scenari. La quotidianita’ e’fatta di rapporti tra generi,io credo che il mondo lo si crei con le azioni,e si cambi “sul campo”. Non vedo motivo per escludere momenti di lavoro assieme,non vorrei che il “non si puo fare”assuma un tono di dogma senza che si vada a fondo del perche’ di questa assoluta separatezza. Bisogna imparare a parlarci. Il dialogo non lo si impara ciascuno pet le sue,ma affrontandoci se necessario,o comunque collaborando. Condivido in pieno,da sacerdotessa di dea,la meravigliosa riflessione sul sacerdozio qui postato. Un altro sacerdozio e’possibile,lontano da potere e rigidi ordini gerarchici. E anche lontano da dogmi.

  3. laura ghianda 22 settembre 2013 a 11:14 #

    Io onestamente sono dell opinione che il lavoro tra donne e il lavoro assieme agli uomini siano tutt’altro che gli estremi di una coppia dicotomica.nella mia esperienza uno non esclude l altro. Come avere due gambe,per camminare e compiere “passi in avanti”,trovo utile che avvengano momenti di separatezza,e poi momenti di confronto,per poi ritrovarci separati,e unirci in confronto e sostegno di nuovo. La pratica assieme a quegli uomini che si sentono oppressi dall esasperazione del maschile, su di me,ha avuto effetti liberatori,

  4. Mira Furlani 22 settembre 2013 a 11:11 #

    Vorrei aggiungere all’ analisi di Lea, una riflessione, per me importante, circa “la poca conflittualità nella femminilizzazione della vita pubblica” e “sul pericolo che la complementarietà dei ruoli stia transitando dal privato al pubblico”.
    Penso a quello che sta succedendo nella chiesa cattolica con l’attuale papa Francesco. Molte donne e uomini inneggiano questo papa per la simpatia che sprigiona, per la sua pastorale evangelica, per le sue promesse riformatrici e liberatorie, per donne e uomini, credenti e non credenti.
    Mi sarebbe piaciuto che nei punti da trattare a Paestum 2013 ci fosse stato anche quello politico/religioso su donne-chiesa, perché di politica si tratta. Mi spiego con un esempio:
    non credo affatto che l’ordinazione sacerdotale delle donne – al quale, peraltro, papa Francesco ha ribadito la posizione negativa dei suoi predecessori – sia cosa utile o che riguardi, come papa Bergoglio ha detto, “la mancanza di una teologia delle donne”. Un sacerdozio femminile io non lo voglio perché quello che oggi vorrei, è un sacerdozio radicalmente diverso dall’attuale, anche per i maschi. Esiste una teologia femminista della differenza donna/uomo che papa Francesco sembra ignorare, forse per l’impossibilità di conseguire una forma di AUTORITA’ da parte di quelle donne che la praticano. Questo accade anche dentro ogni altro potere disegnato al maschile, il quale ignora sempre il sapere femminile giocando sull’occultamento della violenza insita nella complementarietà dei ruoli, “dalla cura e dal lavoro domestico visti come dono d’amore” fino al talento femminile elogiato in primis da papa Wojtyla e ribadito dai papi successivi, “come valore aggiunto” per l’economia della chiesa e della società. Risultato: una tendenza ad omologarsi e integrarsi, anziché aprire una discussione radicale, di donne e uomini, sull’ordine esistente.
    A questo punto comincio a rimpiangere le grandi donne mistiche, tipo Teresa d’Avila, che hanno saputo raggirare il potere dell’Inquisizione per realizzare il proprio desiderio. Chi “si ferma alla critica, a deriderla o a sentirsi superiore, rischia di cadere nel cinismo o di perdere l’orientamento”. Ma la tua lettera, cara Lea Melandri, sprigiona un desiderio ardente, insopprimibile, che sempre si rinnova, di “trovare un senso e di vivere un’esistenza appagata”. Grazie e tanti auguri per un felice superamento del tuo infortunio.

  5. Margherita 22 settembre 2013 a 08:31 #

    Cara Lea condivido la tua bella lettera, ma su un punto vorrei chiarezza. Non vogliamo far cambiare gli uomini, certo. Io credo che debbano essere loro e TRA DI LORO ad iniziare quel percorso di autocoscienza, tanto caro ed utile, se no indispensabile, compiuto dalle femministe. Maschile Plurale ha iniziato un percorso che DEVE diffondersi in tutte le nostre città, in modo capillare.ORA POI LA QUESTIONE DEL FEMMINICIDIO LO RENDE URGENTISSIMO. Noi donne possiamo sostenerli ma non partecipare. Noi abbiamo ancora molta strada da fare tra di noi…visti i cambiamenti avvenuti nel sociale, anzi gli ARRETRAMENTI AVVENUTI.
    Diverso il discorso per la vita privata, anche se resta sempre valido il nostro
    vecchio: IL PERSONALE E’ POLITICO. IO SONO MIA… ECC…
    In merito alla libertà delle giovani, io pure insegnante, come vivevo con amiche/i negli anni 80 per condividere appartamento, penso che sia possibile anche oggi… forse però i ns figli/figlie sono stati “viziati” da noi e dai media… ma il dibattito è aperto.
    Un saluto a tt.

  6. Silvia Neonato 21 settembre 2013 a 17:00 #

    Solo per dire a Lea che la sua lettera è bellissima, ricca di quella politica femminista che ancora mi stupisce dopo tanti anni. E ricca della sua generosa umanità. Non potrò essere a Paestum neppure io purtroppo ma continuo a seguirvi e quest’anno pare che da Genova qualcuna si muova. Silvia Neonato

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  1. 2 Commenti alla lettera di Lea Melandri | Insieme, tessendo reti... - 23 settembre 2013

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