Precarietà femminile nel patriarcato neoliberista

24 Set

di Resistenza Femminista

Il precariato non è una condizione lavorativa ma ontologica. L’impossibilità di progettare la propria vita futura, la cancellazione di un orizzonte di aspettative non ci riguarda solo come persone che lavorano, ma prima di tutto come persone che esistono. Se il precariato ha cancellato la generazione degli anni ’70 (quarantenni che sono precari da dieci-vent’anni) e continua a mettere in pericolo le successive, esiste uno specifico di genere in questa nuova condizione dell’esistenza in epoca di globalizzazione? Che cosa resta delle lotte femministe per la liberazione della donna in epoca di capitalismo avanzato? Per rispondere a questo interrogativo bisogna distinguere tra la percezione che le donne hanno dei loro diritti, l’effettivo avanzamento storico delle loro condizioni e il messaggio che in Italia e non solo viene veicolato dai media sull’attuale condizione femminile.

Quello che è preoccupante è che la cultura del consumo neoliberista ha tentato di fagocitare, travestire da “filosofia del libero mercato” alcune idee politiche femministe. Alcune espressioni chiave del femminismo di seconda ondata come “libera scelta” vengono manipolate e banalizzate dai media e dalla cultura popolare con lo scopo di incoraggiare l’individualismo femminile. Una forma capitalista di “femminismo” viene assunta dai media per giustificare lo sfruttamento delle donne attraverso la retorica della libertà o della versione commercializzata della liberazione sessuale. La libertà di disporre del proprio corpo, quell’autodeterminazione per cui le femministe hanno lottato, oggi è oggetto di manipolazione della retorica liberista del consumo. Noi pensiamo che la definizione data da Angela McRobbie di “postfemminismo” sia essenziale per comprendere questa strategia politico-economica con cui il capitalismo tenta di plasmare mente, comportamento e ideologia delle donne e cerca di respingere gli obiettivi politici femministi. Come l’autrice ha spiegato nel suo illuminante lavoro, il “postfemminismo” è una sensibilità, un’ideologia costruita dai media e dalla cultura popolare in cui l’identità femminile è ridotta al paradosso di un soggetto politico che sceglie liberamente di auto-oggettificarsi rinunciando alla propria agency. Il processo di auto-oggettificazione è rappresentato come una forma di empowerment femminile mentre in realtà l’obiettivo è quello di confermare e rafforzare stereotipi e ruoli di genere. Tutto questo è stato possibile grazie ad una serie di ragioni storico-sociologiche legate all’affermazione del capitalismo globalizzato e alla concentrazione del potere mediatico in mano maschile attraverso alcuni grandi gruppi economici (multinazionali) che usano il controllo dell’informazione per orientare il consumo.

La prima contraddizione che una precaria donna si trova ad affrontare è la serie di messaggi paradossali che la società contemporanea, il sentire comune, diffondono: le donne hanno finalmente ottenuto l’indipendenza economica, possono liberarsi della patria potestà del buon padre di famiglia, possono emanciparsi da padre e marito e mantenersi da sole. Ma nella loro vita da precarie sperimentano invece l’esatto contrario: guadagnano poco, meno degli uomini, a loro sono riservate posizioni in cui è richiesta una minore competenza oppure sono ingabbiate nei soliti lavori di cura, dall’insegnante alla segretaria del capo, l’infermiera, la badante. Allo stesso tempo però, e qui il sentire comune e il messaggio mediatico più diffuso si contraddicono, come disse Berlusconi con una celebre battuta purtroppo ancora attuale, in tempo di precariato bisognerebbe riciclare una vecchia ricetta pre-femminista: “sposare il ricco”. Ritornare tra le braccia del padre padrone, togliersi dalla posizione scomoda di concorrente in un mercato del lavoro sempre più competitivo e povero di alternative. Ritornare al lavoro a tempo pieno di madre e colf personale del marito. Ancora dentro la trappola della cura. Ma la forza lavoro della donna non è solo la cura, il suo valore d’uso è fatto anche di altro, che è poi l’altra faccia della cura: il suo corpo o forse dovremmo dire il suo sesso. Ecco allora che mentre certi settori della Chiesa e della società contemporanea spingono per un ritorno delle donne in casa, esattamente come accadeva negli anni ’50 in periodo post-bellico, e parallelamente, si cerca di impedire alle donne di esercitare i pochi diritti conquistati duramente come l’aborto, una finta filosofia libertaria che è invece esplicitamente liberista propone alle donne, ma sopratutto alle ragazze, carriere a breve e brevissimo termine dove bellezza fisica e accesso al loro sesso (spesso per una cena, un caffè, niente) sono il vero valore di scambio nel mercato dell’industria del sesso.

Le nuove carriere televisive riservate alle donne scelgono vezzeggiativi, nomi infantili per ragazze usa e getta ossia tutte le variazioni sul tema valletta: velina, letterina, meteorina, pentolina, paperina. E poi ragazza immagine, Miss qualcosa, modella, hostess di conferenze. Cambiando scenario, in azienda per esempio, non cambia la ricetta: alla segretaria, o semplice impiegata, è richiesta obbligatoria la bella presenza che non ha niente a che vedere con la sua competenza.

Immagini mediatiche e vendita di donne sul mercato del sesso si rafforzano a vicenda. L’industria del sesso non è mai stata così fiorente come in epoca contemporanea, è la colonna portante del neoliberismo capitalista e un’industria che fattura miliardi. Loro, le donne, sono libere e felici, ci dicono: libere di essere usate, sfruttate, malpagate, stigmatizzate.

L’uomo resta il soggetto protagonista incontrastato della vita politica ed economica, l’agente che ha il controllo dei mezzi di produzione; alla donna, invece, è riservato il solito ruolo di oggetto strumento subordinato che possiede solo la sua forza lavoro (capacità di cura e sesso, madre e prostituta).

Un vantaggio in più per il mercato oggi deriva dal doppio ruolo che la donna può incarnare: consumatrice consumabile. Le donne lavorano, percepiscono un reddito e quindi devono consumare. E consumare per essere belle. Rifarsi per sedurre, per non invecchiare. Ma il messaggio pubblicitario e mediatico sfrutta, in realtà, la retorica della libertà: la mastoplastica additiva si fa solo “per se stesse”, per risolvere un personale problema di autostima, la libertà di rifarsi, di essere sempre belle e giovani, di doversi sentire a disagio per il proprio peso, in colpa per le proprie “stranezze” corporee o sessuali. Perché anche il sesso diventa norma, secondo gli standard della pornografia mainstream. L’omosessualità è ridotta a quella fittizia, funzionale al desiderio maschile (mentre il lesbismo in realtà continua ad essere emarginato). E secondo la versione occidentale delle modificazioni genitali femminili, si può anche scegliere un “revirgination” o un intervento di correzione delle labbra per aderire al sogno porno imposto.

Il patriarcato ha cambiato volto, ma è rimasto violento: non è più soltanto quello del padre o marito che è l’unico a percepire un reddito e impedisce alla donna di uscire dalle pareti domestiche o di fare qualcosa di diverso dall’allevare i figli, che le proibisce l’accesso all’istruzione e al controllo delle nascite. Ma ha la faccia altrettanto violenta di colui che sfrutta la moglie lavoratrice come governante, oppure quando la moglie rivendica il suo diritto a separarsi, la uccide. È quel tipo di padre separato che accusa l’ex partner di cupidigia per i contributi che in realtà lui versa come genitore, che rivendica la prole come una proprietà, appellandosi persino a presunte sindromi inventate ad hoc e macchiate da profondi pregiudizi di genere, o che usa l’affido condiviso per controllare la vita della ex partner. È il datore di lavoro della stagista precaria sfruttata, senza diritti, molestata sessualmente e messa davanti al bivio “vieni a letto con me o sei licenziata”. Oppure il datore di lavoro con la foto sulla scrivania con moglie e figli, che impone alla neo-assunta di rinunciare alla maternità. È l’adolescente bullo cresciuto sui media sessisti e il porno violento, con i quali rinforza una visione delle donne come oggetti da manipolare e distruggere, che (così come certe compagne di classe succubi della retorica patriarcale) perseguita la ragazza sui social network, diffondendo voci sulla sua vita sessuale, perché una ragazza non ha diritto a fare sesso come i suoi coetanei, lo stigma arriverà puntuale a perseguitarla come “troia” per spingerla all’isolamento e all’autodistruzione. È l’uomo “normale” che pensa che se una ragazza ubriaca è stata stuprata se l’è cercata, la stessa cosa se era vestita da “troia” o se “provocava” come “una troia” (perché mentre la prostituzione viene difesa come libera scelta professionale della donna e soprattutto diritto maschile al sesso a pagamento, restano immutati la confusione tra sessualità e prostituzione e lo stigma sulla prostituta). È quello stesso uomo magnaccia, che oggi si è però ripulito e riciclato come imprenditore del sesso continuando a sfruttare, violentare, a volte uccidere le prostituite che usa come schiave nei bordelli che gli fruttano, ma solo a lui, miliardi di introiti. Le tasse – per esempio in Olanda e in Germania – la maggioranza le pagano loro, le più povere, che vengono da paesi dove non si può scegliere, obbligate a servire uomini annoiati e violenti, costrette sempre più spesso a soddisfare veri e propri tour del sesso, nei quali gli sfruttatori offrono ai clienti più donne a prezzi stracciati.

Il modello imposto ai paesi impoveriti dalle multinazionali e dai paesi industrializzati, che priva le donne dei loro diritti per prostituirle al turismo sessuale e per sfruttarle nell’industria nel sesso e nella pornografia, si sta imponendo anche nei paesi occidentali. Lo smantellamento dei diritti delle persone, assieme all’involuzione della condizione femminile e al conseguente incremento della tratta di donne e ragazze nell’industria del sesso globalizzata, costituisce il nuovo trend socioculturale del sistema neoliberista. “Non tutto si può vendere, il mercato deve avere dei limiti” dice giustamente l’etica che si oppone al capitalismo globalizzato, e allora perché le donne devono vendersi per povertà? La stessa difesa incondizionata dei desideri e appetiti sessuali maschili fa parte dell’ideologia del libero mercato. La migliore arma di questo sistema, come evidenzia bene D. A. Clarke, è la retorica: nella società capitalista, l’aspetto del business dell’industria e del mercato del sesso diventa invisibile (con tutte le sue caratteristiche di sfruttamento) e viene percepito solo l’aspetto sessuale (la cosiddetta libertà individuale). Nel modello neoliberista, l’etica viene ridotta a “ideologia”, in senso negativo. La cultura del consumo è invisibile, pervasiva, neutra. Qualsiasi critica etica viene respinta come “ideologica”. La prostituita è l’emblema della precarietà femminile, e la prostituzione la forma di sessualità ufficiale del neoliberismo. Per questo il femminismo oggi non dovrebbe parlare genericamente di patriarcato ma affrontare le specificità del capitalismo globalizzato. Il neoliberismo si fonda sul patriarcato ma allo stesso tempo lo rinforza continuamente, in una logica circolare, non limitandosi cioè a proporre una continua offerta di mercato che presuppone una domanda maschilista preesistente, ma costruendo, influenzando e poi ingigantendo la domanda stessa secondo contenuti sempre più misogini.

A partire da questi contenuti, come gruppo Resistenza Femminista, con una sensibilità femminista, antirazzista, anticapitalista, di sinistra, antispecista ed ecologista, ci proponiamo sia come gruppo – misto – di attivismo, ricerca e autocoscienza, sia come intersezione e luogo di dialogo e convergenza di progetti già attivi e collaborazioni preesistenti, nello sforzo di superare alcune frammentazioni che riteniamo impoveriscano il movimento (ma non necessariamente di superare tutti i conflitti emersi nel femminismo).

Con la nostra prospettiva, vorremmo prendere parte a Paestum al seminario proposto da Lea Melandri, i cui temi ci risuonano affini e allo stesso tempo complementari a quelli che ci riguardano di più. La sua lettura ci sembra individuare alcuni punti salienti dei problemi delle relazioni odierne tra i generi.

http://www.resistenzafemminista.noblogs.org

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2 Risposte to “Precarietà femminile nel patriarcato neoliberista”

  1. resistenza femminista 24 settembre 2013 a 14:30 #

    Da precaria sono assolutamente d’accordo! per molte di noi riuscire a venire a Paestum, è un lusso. Si combatte su molti fronti: assenza di soldi, tempo, opportunità, aiuti dallo stato e dalla società. Per questo la sorellanza diventa un’urgenza e un rifugio in un tempo in cui alle donne viene chiesto di tacere e accettare tutto, qualsiasi condizione. Abbiamo molto apprezzato l’accento messo dalla lettera di invito sulla libertà perché una donna precaria è una donna sempre meno libera del suo destino, del suo corpo, del suo futuro. Saremo a Paestum per incontrare altre donne, altre storie per condividere percorsi di uscita e di cambiamento da una situazione politico-sociale che sembra bloccata, ma che noi crediamo possa essere messa in crisi.

  2. luci 24 settembre 2013 a 08:59 #

    Parlando con una giovane donna madre di una bimba (due anni) che vive in una grande città (un’ ora per andare e una per tornare da un lavoro precario) problemi a non finire e tempo limitatissimo..mi sono sentita dire che è veramente un LUSSO poter documentarsi , leggere, partecipare a dibattiti , occuparsi del sociale e soprattutto della politica delle donne.., (non tutte le donne sono insegnanti o docenti), mi ha fatto molto riflettere.(io, che ero a Paestum, là ho visto un altro mondo..) utilizziamo questo” lusso” ..

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