Perché vengo a Paestum

4 Ott

di Maria Luisa Gizzio

Relazioni, questioni da porre e pratiche. E la scommessa della libertà

Desidero raccontare perché vengo a Paestum 2013.

Inizio da Paestum 2012. Quando ho saputo che alcune “storiche femministe” avevano organizzato un nuovo incontro nello stesso luogo in cui, ben 36 anni prima, vi era stato uno storico incontro femminista ho sentito presto che mi invitava e mi riguardava. Perché volevo ascoltare le mie amiche e maestre femministe e perché mi muoveva un forte desiderio di confronto e riflessione sulla politica. Lo stesso desiderio lo condividevo con altre della “Costituente”, della Casa Internazionale delle donne di Roma.

Ma il mio desiderio si è incontrato in particolare con quello di Chiara, con cui da qualche tempo lavoro politicamente a Roma nella stessa “Costituente”.

Subito la sua richiesta di collaborare e il reciproco desiderio di scambio (e di dono) ci hanno consentito una bella esperienza di un viaggio insieme nella mia auto: loro quattro di “Femminile Plurale” ed io.

Il viaggio ha fatto incontrare subito la nostra forte aspettativa di radicalità: la mia e le loro, certo distinte, ma unite da una passione e da una aspettativa comune rispetto al femminismo e alla sua capacità di riflessione e di risposte.

C’è stato uno scambio intenso e ho saputo, credo, rispondere positivamente al loro desiderio, sia di essere ascoltate nel loro raccontarsi superando una certa diffidenza, che di ascoltare una “vecchia femminista occupante fin dagli inizi del Buon Pastore”. Il che ha fatto nascere qualche ipotesi comune di seguirci ancora, come di fatto sta avvenendo. (Il viaggio di ritorno, poi, ci ha consentito di approfondire alcune loro esigenze di comprensione di alcune idee e parole espresse a Paestum che ho cercato di accontentare, data la mia lunga riflessione sulla politica e sul femminismo).

Una pratica di ascolto, risposta a reciproci desideri fra generazioni (parecchio) distanti, costruzione di relazioni.

Non per una decisione comune ci siamo poi trovate tutte nell’incandescente gruppo 9, a cui ho partecipato sempre ascoltando quella loro esigenza di radicalità: ma mettendo dei limiti, invitando ad una reciproca capacità d’ascolto.

La mia decisione nel venire a Paestum 2013, inizialmente, è stata dovuta a questa mia relazione in particolare con Chiara, anche se non ho condiviso la scelta di “ripetere” Paestum e altro che emergerà forse da quanto dirò, ma senza contrapposizione, con desiderio sincero di confronto reciproco e di crescita insieme.

A questo aggiungo che in tutte noi della “Costituente” è nata infine l’esigenza di partecipare, cogliendo Paestum come occasione aperta di comunicazione e partecipazione a tutte, anche per portare la nostra esperienza originale di pratica politica e per discuterla e confrontarla con le altre. Ed è un motivo non secondario, anzi, per me venire con le altre per un progetto comune.

Non solo: Paestum è anche occasione d’incontro con le amiche della Rete delle “Città vicine” che vogliono discutere a Paestum e mettere ad aperto confronto le loro ricche pratiche politiche elaborate attuate e diffuse da tempo.

Per cui vengo a Paestum per 3 esigenze diverse, che riescono a convivere e, forse anche a rafforzarsi e somigliarsi fra loro: Paestum come luogo di costruzione – o consolidamento – di relazioni, occasione d’incontro e confronto fra gruppi – donne già in relazione fra loro nei luoghi dell’impegno politico, gruppi di sole “giovani” o di confronto e costruzione di nuove pratiche fra più generazioni – che desiderano e aspettano Paestum come luogo di confronto più ampio anche per questo.

Vengo adesso a me con altri miei desideri e aspettative soggettive

La mia radicalità non è mutata e spero questa Paestum sia occasione per esprimerla.

Paestum 2012 mi aveva, come è successo a molte, specie alle più giovani, entusiasmato per le pratiche di assoluta apertura e libertà, messe a disposizione di tutte, dalle organizzatrici cui siamo ancora tutte grate per questo. Ma questa libertà ha significato anche il prevalere di temi che hanno dato turbamento a molte, specie alle più giovani, malgrado il giudizio complessivo e i desideri aperti e vivacizzati dall’atmosfera vitale realizzata nell’incontro siano stati molto positivi.

Questa aspettativa delusa sui temi è una prima sollecitazione a pormi/porci interrogativi che più avanti affronterò.

Tornando al perché vengo a Paestum quello che più intensamente mi muove soggettivamente a venire, come sta accadendo a molte che già lo hanno, seppure variamente, annunciato è l’interrogazione inquieta a partire dal divario fra quello che di molto positivo e nuovo c’è nel mondo – in modo ampio e vario mosso dal femminismo, tutto il nuovo che non sempre riesce ad imporsi e a farsi riconoscere, spesso anzi viene celato e/o stravolto nella rappresentazione – e lo spettacolo desolante che il teatrino della politica ci offre.

Il divario fra quello che molte desideriamo per noi e per la società tutta e la drammatica e nauseante realtà politica ed economica sfrontatamente distruttiva per l’umanità che abbiamo di fronte, a partire dall’Italia, ma non solo. Realtà che mostra bene l’incapacità maschile di molti uomini, a partire da quelli che gestiscono il potere e delle donne che li seguono, di reagire positivamente di fronte al crollo simbolico del patriarcato totalmente immerso nelle sue convulsioni. Questo divario ci/mi invita a domande pressanti senza sosta: nel nostro confronto e pensare con altre, ma anche nel mio, quasi incessante ma fiducioso, interrogarmi.

Provo a partire dalla esperienza – e dalle riflessioni – di tutta la mia vita, sulla storia femminile, persino a partire da quella più spicciola familiare che mi mostra una libertà femminile sempre esistita e trasmessa, arrivata da una generazione all’altra, senza ricorrere al racconto di queste tante storie femminili a volte anche grandi e ripetute nel tempo a me giunte come patrimonio. Senza parlare di tante donne la cui libertà e grandezza, malgrado la persistente millenaria cancellazione patriarcale, è riuscita ad arrivare fino a noi. Infatti molti uomini sono stati disposti alle più assurde convulsioni letterarie e filosofiche e in ogni campo del sapere – che per millenni hanno tenuto gelosamente nelle loro mani – per nascondere questa, dolorosissima per molti di loro, verità della spesso grandezza e della diffusa da sempre libertà femminile. Di cui forse molti uomini non hanno mai realmente avuto esperienza e hanno dovuto ottenerla solo ingannevolmente accontentandosi di toglierla alle/agli altre/i. E pochissimi l’hanno realmente conosciuta e raggiunta nel passato. Meno delle donne.

Applaudendo Luisa Muraro quando afferma in un suo recente scritto: L’incredibile fortuna di essere donna, ma sapendo anche vedere che nei luoghi ed esperienze nuove anche gli uomini stanno riconoscendo libertà femminile e stanno praticando finalmente la loro.

La libertà di cui parlo non sembra a volte coincidere con la libertà richiesta a gran voce da molte donne, specie giovani. La libertà che cerco è qualcosa che va oltre, è libertà per tutte/i. Un’esigenza di libertà che nasce e che cerco non soltanto da sola (apparentemente, ma di fatto raccogliendo il dono della nascita che ci mette al mondo con altre/i, fra cui in primis la madre) perché sempre “a partire da sé” – ma anche necessariamente insieme ad altre “ad una ad una” : è desiderio di libertà per tutti. Il rivendicare non fa parte delle pratiche femministe che io riconosco; è simile alla pratica patriarcale.

Ma vado oltre: per quanto riguarda le donne e il loro confronto/diversità con gli uomini, a partire dall’uso della parola: “Donne”: biologicamente diverse? anche se oggi si parla di più sessi. Ma andando oltre e indietro: a me sembra che nei miei tempi femministi all’inizio non intendevamo parlare genericamente di donne: come oggi, invece, si fa a volte automaticamente. Questo può far pensare che, per natura biologica, le donne sono tutte uguali nella loro “Differenza” rispetto agli uomini? Il che è difficile da spiegare se non a partire da un modello preciso di corpo “realmente femminile”? E che è facile pensare legata biologicamente al sesso?

Senza voler ridurre neanche di un briciolo la grandezza del Pensiero della Differenza esso forse è stato frainteso? Dobbiamo parlarne, interrogarci, non superficialmente, aggiungendo anche altro.

Sarà bene intanto passare allora dal parlare di donne/uomini anche al parlare di pratiche. Che forse è di questo che dovremmo anche parlare per un approfondimento del pensiero sulla “Differenza”.

Le pratiche.

Di nuove ce ne sono tante, spesso di donne o con massiccia presenza di donne. Ad esempio sul “Bene comune”. (Concetto complesso e di varia interpretazione come ne parla la mia amica Ilaria Durigon nel blog di “Femminile plurale” su cui concordo).

Molte esperienze di “Bene comune” – in cui la presenza di donne non è solo reale ma riconosciuta al loro interno come valore anche per la preziosa specificità delle loro pratiche – stanno riempiendo ultimamente anche le prime pagine dei giornali, purtroppo criminalizzando i protagonisti. La NO-TAV, il Teatro Valle. Ma si è riflettuto sulle pratiche che hanno dato corpo a quelle esperienze che oltre ad essere di “Bene Comune” sono pratiche di “fare in comune” (Come sottolineano vari numeri di DWF del 2012?)

Pratiche che modificano l’idea di “welfare”: da attività gestite attraverso pratiche burocratiche, dove spesso è ben altro che l’attenzione e la sensibilità ai corpi e pratiche di “bene comune” che partono da sé e dalla attenzione, ascolto, relazione con altre/i a partire dai corpi reali e pulsanti.

Allora approfondiamo il discorso sulle pratiche a partire dall’analisi dalle esperienze più recenti e particolari.

Ma andiamo anche a confrontare fra loro quelle patriarcali ancora in parte operanti e quelle matriarcali di cui oggi, fortunatamente, sappiamo molto di più. Come racconta molto bene Danila nel suo intervento recente di cui la ringrazio

Come continuamente ci offre, con il suo straordinario lavoro concreto e teorico sul “dono” inteso anche come pratica economica delle società matriarcali e non assente nemmeno oggi nel nostro desiderio di condividere con altri il saluto, il sorriso; dono generoso di cui l’esperienza umana è ricca e che ci vengono mostrati persino nei racconti quotidiani di ciò che avviene anche nelle drammatiche storie delle nostre spiagge siciliane (e oltre).

Come fanno le amiche delle “Città vicine” che costruiscono pratiche ovunque sono e che da anni ne discutono nei loro incontri a partire dalla realtà dei corpi che attraversano la città: corpi belli e brutti, bianchi o colorati, vecchi o giovani e dalle loro esigenze reali.

Queste esperienze inoltre cerchiamo di farle conoscere il più possibile, mostriamole; perché poco e fuggevolmente se ne parla nella discussione generica che circola, individuandone soprattutto le pratiche e le riflessioni relative: facciamole circolare ovunque possibile.

Questa secondo me è il discorso centrale da fare a Paestum; sottolineando una riflessione specifica su questo.

Infine mi piacerebbe una riflessione sulla proposta delle care amiche Laura Colombo e Sara Gandini come ipotesi di lavoro insieme a Paestum: donne e uomini insieme.

L’esigenza politica reale l’ho condivisa presto accogliendo e sottolineandone il significato politico di incontro e confronto con uomini che è esigenza condivisa da molte come ulteriore strada possibile per il profondo rinnovamento della politica, oltre i luoghi in cui meritoriamente da tempo si incontrano e confrontano già amiche e amici a partire dal Pensiero della Differenza come “Identità e Differenza” o “Maschile Plurale”.

Sono i luoghi in cui sono presenti molte donne, spesso la maggioranza anche se questo non sempre è evidenziato, dove si pratica concretamente il “Bene comune” con un fare che è quotidiana costruzione di società, dono a tutte/i del proprio fare.

Ma voglio andare anche a incontrarli gli uomini – e le donne che li seguono – anche in quei movimenti o quelli soliti ben noti e ben caratterizzati dalla quella che comunemente viene definita politica. O almeno quelli in cui si imitano apparentemente già alcune nostre pratiche e parole; ma senza coglierne la sostanza: anzi spesso modificandola o alterandola.

Lì esistono pratiche o delle convenienze personali o di gruppo o dei “duri e puri” che non vogliono mescolarsi con quelli non identici a sé.

Anche qui vorrei allargare il discorso dalla appartenenza – chiara o complessa – ad un sesso a quella delle pratiche necessarie per il cambiamento.

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