Settantapiùtrentacinque passi per Paestum

4 Ott

di Chiara Guida e Simona Ricciardelli

Quest’anno siamo pronte per partire insieme. Due donne di generazioni diverse; viviamo nella stessa città; storie, pratiche diverse; ci siamo avvicinate per allontanarci più volte per poi ritrovarci di nuovo, ognuna proveniente dal suo personale percorso, l’anno scorso a Paestum.

Ci siamo studiate a vicenda per molto tempo, per poi decidere insieme e senza dircelo del tutto esplicitamente che abbiamo entrambe buone ragioni per ripensare il nostro agire condiviso, mettendo da parte qualcosa che già non ci apparteneva ma da cui comunque eravamo condizionate: la supposta distanza e incompatibilità generazionale.

Che una delle due decidesse di riconoscere alla più giovane una storia autonoma di pensiero e militanza, di aprirsi all’ascolto e alla messa in discussione era quello che l’altra stava aspettando per fare lo stesso passo. Questo ci ha aiutate a ritrovare il desiderio di affrontare insieme i nodi che ritenevamo fossero venuti fuori dal primo incontro di Paestum e che in qualche modo andavano ancora sciolti.

Per questo ci siamo ritrovate nuovamente insieme a frequentare con rinnovata energia il gruppo di Napoli del dopo Paestum.

Così ci siamo riscoperte non nella condizione di singole, ma come esponenti di due generazioni che dovevano a questo punto necessariamente fare i conti l’una con l’altra. Senza dare nulla per scontato.

È stato necessario superare il tema generazionale e puntare su quello della trasmissione non come semplice dono generoso né ancor meno come eredità storicamente scontata, ma come un gesto di responsabilità e di consapevolezza interamente politico. Una contraddizione reale di fondo che però non era più possibile liquidare con il “non ci capiremo mai” che da sempre alza preventivamente una barriera di incomunicabilità, ma che è invece crediamo sia il tema del femminismo oggi. Di conseguenza un tema politico che riguarda le battaglie che abbiamo ereditato, i cui risultati vengono oggi messi in discussione da forze molto potenti, e naturalmente le battaglie future. Ma, e questo è un punto di assoluta rilevanza per le donne e le femministe della generazione più giovane, il fatto è che intanto, per così dire, non si vince più, e le conquiste vere sono rimaste quelle storicamente acquisite (conta poco o molto che oggi però che siano di fatto quasi svuotate?) nel corso dei trent’anni che abbiamo alle spalle.

E allora se per una di noi, settantenne, la declinazione della libertà femminile ha un sua collocazione storica e personale, questa è il 1978 e l’approvazione della legge 194. Per me invece, a 35 anni, declinare la parola libertà è ancora tutt’uno con la ricerca di una condizione materiale definita e non una affannosa ricerca di una qualche stabilità personale. Perché per quanto possa sembrare fuori tema, il paradosso è che allora, persino allora ai tempi del primo femminismo, era possibile ritagliarsi, rompendo la gabbia del patriarcato, tempi e forme della militanza e della lotta politica. Oggi, invece, ai tempi del neoliberismo, persino questa possibilità ci viene negata. Se il segno dei tempi non è solo la sussunzione del lavoro vivo come tempo di vita, ma della sfera relazionale ed emotiva di ognuna di noi; se anche il non lavoro, il lavoro negato è funzionale alla sfera del dominio; e se dentro questo vortice si sono riarticolate anche le forme di potere agite dal patriarcato, allora si determina una situazione tale per cui è difficile capire contro cosa si debba lottare in prima istanza per costruire concretamente, come donne, un percorso di libertà.

Per noi resta in ogni caso imprescindibile non lasciare sullo sfondo la situazione politica del paese, il suo collasso sociale, il degrado del costume pubblico. E non per ultima, ancora una volta, la nostra condizione materiale, specie nel Mezzogiorno dove per metà delle donne accedere al lavoro, sia pure un lavoro sottopagato e precario, resta proibitivo. E davvero riteniamo che l’urgenza del momento non possa inchiodare la discussione ai nostri modi di intendere il rapporto con il potere o alla rappresentanza femminile. E questo a noi pare il punto centrale: quando le donne si incontrano nessuno deve guardare il dito: un incontro femminista un po’ autoreferenziale, cosa che non vuole e può essere Paestum, ma la luna: un incontro di donne con una valenza generale, dunque politica.

Infine un appunto sul metodo. Abbiamo scritto queste righe senza concepirle come un cedimento rispetto alle ragioni teoriche e culturali dell’una o dell’altra, ma convinte che fosse necessaria una mediazione per spostare in avanti la nostra discussione. Per questa ragione la sintesi l’ha scritta la trentacinquenne, e la firmiamo insieme; ci sembra un buon modo di ripartire per Paestum.

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