Una a una mettere fine al patriarcato

4 Ott

di Danila De Angelis 

Verso un gesto di radicalità comune nella differenza

«Il blocco va forzato, una a una, è questo il presupposto di ogni cambiamento».

Carla Lonzi

A Una A Una il Patriarcato delle origini ha separato le donne sconvolgendo e cancellando la genealogia femminile e l’ordine sociale e simbolico delle comunità-clan matriarcali

A Una A Una ci siamo riprese la libertà di essere singolari e di rimembrare genealogia e relazioni, scardinando il Patriarcato nel quale siamo nate.

Ognuna ha messo fine al Patriarcato dentro di sé e nel rapporto con il mondo. Lo ha rifiutato come unico-universale- globale Ordinatore sociale, a cominciare dalla Famiglia e dalla coppia Uomo/Donna, nella sessualità e nel sociale.

Lo ha rifiutato come Autorità di senso e di parola su di sé e sul mondo. Ciascuna un granello di sabbia che lo ha inceppato irrimediabilmente.

L’autocoscienza è la singolarità che, nel riconoscimento del punto di contatto con l’Altra, ne fa rivelazione delle reciproche differenze.

È l’irriducibile che riconosco nell’altra e vedendolo in lei posso riconoscerlo in me, dove non può esserci identificazione totale.

L’Essere Donna non è un contenuto. L’ autocoscienza è pratica di autenticità e fedeltà a sé e al proprio sesso. Alla relazione tra donne non si accede per adesione.

Rivoluzione nel e del pensare stesso che non chiude in un’illusoria sintesi i due estremi della contraddizione, posta dai dispositivi della colonizzazione, dell’accesso al desiderio tra estraneità e presa sulla realtà.

Processo politico di singolarità relazionale che caratterizza il Femminismo italiano: la Vita è il luogo della Politica e la Pratica , è l’invenzione di inedito rapporto tra soggettività e contesto storico.

Il tempo è il presente, il qui e ora che trasforma passato e futuro, riscrive la storia umana e fa irrompere l’essere donna come soggetto di desiderio.

Il femminismo delle origini prende subito una dimensione internazionale, intergenerazionale, interclasse dove la sessualità è crocevia di corpo, conscio e inconscio, simbolico e sociale.

Questa irresistibile forza singolare arriva alla dimensione collettiva con l’esemplarità del contagio, attraverso il rifiuto del proselitismo.

Ovunque si scelga di agire dall’ambiente domestico allo spazio pubblico il personale è già politico.

Oggi 2 settembre 2013, su ”il Fatto quotidiano” Elisabetta Ambrosi rivela l’esistenza del matriarcato odierno dei Moso e porta a conoscenza delle e dei più l’esistenza di una società ordinata dal paradigma materno della cura, dove l’autorità femminile è riconosciuta nella genealogia e nella trasmissione femminile della competenza a governare l’economia e le relazioni sociali. Il triangolo edipico non è originaria relazione. Padre, proprietà e matrimonio sono invenzioni-dispositivi di colonizzazione del sistema patriarcato, più recente e più breve della civiltà matriarcale che ha soggiogato. Ma non tutte le comunità matriarcali sono state soggiogate, e oggi possiamo incontrare ancora viventi, nella forma originaria, donne e uomini che la riconoscono come matriArchè: “All’inizio le madri”.

Dal 2004 queste comunità sopravvissute alla globalizzata colonizzazione patriarcale si incontrano in Convegni mondiali, e in Italia nel 2012 e nel 2013 a Torino, dove ho avuto la meraviglia del conoscerle. Sono a noi contemporanee, sono organizzate fuori dalla colonizzazione patriarcale e i presupposti su cui si fondano sono al centro della riflessione sulla crisi della politica e nei movimenti antagonisti al neoliberismo patriarcale del presente: Paradigma della cura, beni comuni, decisioni per consenso, portavoce con mandato collettivo, equilibrio economia-ecosistema, sessualità per desiderio, sacro immanente e incarnato nei viventi come mistero da celebrare. Costituiscono ambiti di proposta politica di riconosciuto protagonismo femminile ma dove il taglio della differenza femminile e la sua competenza stenta a essere riconoscibile per le donne stesse. Le comunità matriarcali contemporanee testimoniano una realtà che rende conto della intuizione eccellente di Carla Lonzi per cui “le donne sono la specie vinta dal “mito dell’Uomo”, il simbolico dispositivo di colonizzazione che rovescia il senso delle parole, e con esso instaura la Babele del disordine patriarcale. Da oltre 40 anni Heide Göttner-Abendroth ricerca e sistematizza la testimonianza nel presente di società organizzate secondo il paradigma della cura e su modello di relazione materno, ancora viventi in varie parti del pianeta:

«Spiegare la nascita del patriarcato significa spiegare la nascita del dominio. Affinché fosse riconosciuta la paternità e la genealogia patrilineare si sono dovute isolare le donne, metterle sotto chiave e obbligarle alla monogamia. Per affermare un sistema di riconoscimento della paternità si deve organizzare un gruppo coercitivo in grado di sopprimere e soggiogare donne e uomini dei clan materni. Tale processo comporta l’usurpazione della cultura preesistente e la reinterpretazione della convivenza umana. Perché ci fosse il riconoscimento della paternità biologica, si è dovuto prima affermare il dominio, sottrarre le donne ai loro clan materni, confinarle con un solo marito e proibire loro di avere amanti».

II Congresso Mondiale degli Studi sul Matriarcato, 2005, San Marcos, USA. Originariamente, quindi, l’Autorità è femminile non solo per il potere generativo dei corpi, ma dei significati alla base della scelta dell’economia del dono e dei beni comuni, e della relazione tra l’umanità e il mondo che abita, del legame tra contingenza e trascendenza a cui si riferisce la genealogia e la trascendenza, incarnata e trasmessa per via femminile . Che si tratti di traduzione in forme sociali ed economiche di un simbolico ordinato dalla differenza femminile e che rispecchi l’intuizione femminista della politica del simbolico, lo conferma Abendroth in un suo recente testo citando a riferimento proprio L’ordine simbolico della madre di Luisa Muraro e dopo essersi confrontata con femministe italiane di varie città italiane. Dalla conoscenza della loro struttura sociale possiamo oggi capire meglio quanto sia stata scardinante la pratica femminista del personale già politico. Sapere che non esiste una coppia uomo-donna originaria delle odierne forme di convivenza umana può significativamente farci comprendere quanto l’azione vincente del patriarcato sia stata quella di deportare e isolare le donne a una a una, inventando insieme alla proprietà privata l’istituto del matrimonio, e il perché dell’efficacia del gesto di rifiuto da ciascuna, una a una, insieme al ritrovare riferimento ontologico nell’originaria relazione con la madre e il riconnettersi al continuum della genealogia femminile. Possiamo anche comprendere quanto sia inaggirabile anche oggi intendere la libertà femminile come pratica e come esercizio di ciascuna, che l’essere in relazione non solo non esonera, ma richiede l’esposizione in prima persona.

Questa riscrittura delle origini dell’umanità comporta constatare la validità del processo dell’autocoscienza nell’arrivare a toccare l’autenticità di sé e la verità storica altrimenti occultata dalla colonizzazione patriarcale. Come già intuito da Irigaray, alle origini del patriarcato, c’è il matricidio e la cancellazione della differenza sessuale, sia femminile che maschile perché ambedue sottratte al loro libero dispiegarsi, schiacciate ambedue nei dispositivi di perpetuazione del sistema di dominio che le recinta nelle definizioni di complementarietà dei generi. Cade anche un sospetto sulla “naturalità” della violenza maschile, uomini degli odierni matriarcati testimoniano come l’asimmetria della madre incarnata in ogni donna è riconosciuta come competenza.

«Se non conosci la foresta, inizierai a temere la foresta, e ciò che temi, lo vorrai distruggere. Questo è il patriarcato, perchè è fuori dall’equilibrio. La prima cosa che loro temono, sono le loro donne, perchè non comprendono le donne, perchè le donne hanno questo altro senso che l’uomo bianco chiama intuito, conoscenza sacra, quell’abilità di vedere le cose chiaramente, quell’abilità di sentire. Fino a che non conosci una donna, non saprai mai cos’è la vita. Che cos’è una società patriarcale? È un mondo di divinità tutte maschili: islamici, ebrei, cristiani, induisti, buddisti, hanno tutti divinità maschili. Devo ancora vederlo un uomo capace di far nascere la vita! Mi dispiace, per loro è impossibile creare! Le donne non comandano, cercano l’equilibrio e lo mantengono». Russell Means, Lakota

Anche nella psicanalisi il femminismo ha comportato spostamenti decisivi: dal Padre-accesso al simbolico come ci indica Manuela Fraire. «Sono convinta che il femminismo abbia ereditato e trasformato genialmente non solo la scoperta freudiana della sessualità infantile, ma anche e soprattutto la centralità che nello sviluppo psicosessuale degli individui occupa l’esperienza che essi fanno del corpo della madre. Il primo legame con la madre è un’esperienza avuta prima di imparare a dire “io”». Piera Aulagnier opera un salto ancora più radicale: la madre, in quanto porta-parola, non solo trasmette al figlio il linguaggio ma in tanto può farlo in quanto è proprio lei la portatrice dell’universo simbolico che dà per primo il senso all’esperienza corporea del bambino. Noi tutti impariamo ad “avere” oltre che ad “essere” un corpo nella relazione con la “parola materna” che per prima ci descrive e ci significa ancora prima che nasciamo. (Aulagnier, La violenza dell’interpretazione, Borla, 1994).

Società a noi contemporanee e sopravvissute alla quasi totale globalizzazione patriarcale, danno forma sociale a intuizioni fondanti il femminismo della differenza e della politica del simbolico, pratiche politiche che ancora fanno questione che ripropongono continuamente il conflitto sul riconoscimento tra donne. Anche nella proposta di Colombo-Gandini leggo che è in questione , più che il separatismo, il riconoscimento tra donne delle pratiche che nel femminismo hanno individuato la “porta stretta” della disparità e dell’autorità femminile: conflitto trans-generazionale riguardo alle strategie di intervento sulle condizioni materiali e che ha come sfondo il diverso posizionarsi rispetto all’ordine simbolico patriarcale, fuori o dentro il taglio della differenza e, anche all’interno di questo nella scelta delle pratiche nello spazio pubblico, tra pratica trasformativa singolare, contestuale e di relazione, o pratica dell’obiettivo, dei diritti e delle rivendicazioni paritarie dentro “il patto sociale” dato e le sue regole di inclusione. La Presenza degli uomini a Paestum si era posta anche nel 2012, ma dalle allora proponenti di “Primum vivere” come protagoniste di una pratica per loro del presente e in quanto tale da portare a confronto dopo 40 anni dal primo Paestum. A Bologna la “questione generazionale” trovò guadagno nell’aver interrogato la domanda di protagonismo che ha consentito il riconoscimento reciproco di autorità , e che passava alle interroganti l’impostazione di Paestum 2013. Oggi quella proposta viene da donne che ne chiedono riconoscimento politico, come pratica femminista del presente, una pratica dell’autorità femminile con uomini che vi si riferiscono, dalla loro differenza riconoscenti. A Paestum 2012 la presenza dell’uomo si è mostrata molto più ingombrante nella strategia di occupazione dello spazio di dibattito da parte di SNOQ, nella pratica dell’obiettivo il consenso al 50/50 e nel misconoscimento del femminismo della differenza. Oggi la sua riproposizione esige che sia interrogata la domanda perché possa mostrarsi l’irrinunciabile che ne sta alla radice, parla di qualcosa di radicale che fa questione sempre agente, fin dalle origini, nel femminismo: quella del riconoscimento tra donne, dell’è già politica del personale e del riconoscimento nel femminismo della differenza della politica del simbolico, come le obiezioni poste alla presenza degli uomini da parte di quelle che si riconoscono in politiche identitarie di genere e che nello spazio pubblico ricercano un patteggiamento in senso paritario, con le regole di convivenza e di potere patriarcale, in continuità con la tradizione emancipatoria dell’eguaglianza e che non riconoscono il taglio della differenza . Già ne La presenza dell’uomo nel femminismo Carla Lonzi lo esplicita rispetto a Lea Melandri secondo la pratica femminista del conflitto esplicito. Lo fa esemplarmente a partire dalla pratica politica e nel riconoscimento dell’altra come interlocuzione prioritaria. La Babele che su queste questioni ha imperversato nel dibattito, rappresenta il campo di battaglia primario che la libertà femminile deve fronteggiare, l’ordine dei significati che interpretano la realtà e la gerarchia delle priorità . Se il femminismo dell’autocoscienza individuava come urgenza e priorità la sottrazione femminile dal piano simbolico patriarcale oggi per le proponenti di Paestum, la gerarchia delle urgenze è dettata dalle condizioni materiali di vita, sottolineata da Laura Capuzzo quale distanza generazionale e luogo di interrogazione che richiede radicalità e coraggio di scompaginare anche il già pensato femminista, avendo cura delle relazioni e dei guadagni già raggiunti .

La questione della dislocazione rispetto alla politica del simbolico è oggi ancora al centro della scomposta polemica del nostro dibattito, ma oscurata da qualche confusione non casuale introdotta dalla politica dell’emancipazione paritaria che si riconosce nel femminismo ma non riconosce il taglio della differenza. Confusione amplificata dal fenomeno mediatico SNOQ che la disconosce, nel merito e nella pratica di lobby per la spartizione 50/50 del potere così com’è, come dalla politica dei diritti e dalla pratica dell’obiettivo, che misura l’efficacia dal miglioramento delle leggi e la pratica politica in termini di lotta e rivendicazione, di militanza e proselitismo, che riconsegna proprio a quella oscillazione di illusorio movimento tra onnipotenza e impotenza femminile. La confusione di una misura della trasformazione del reale rispetto a “tutte o nessuna” che misconosce radicalmente la forza sovvertitrice che ha messo in moto l’ inaddomesticato femminile della singola.

L’esistenza di una società dove la sessualità è libera da condizionamenti e strumentalità: non implica né la convivenza, né la cura e la sussistenza, poiché queste sono assicurate dal clan materno, anche se non possiamo affidarci ad una meccanica riproposizione del modello matriarcale dei clan della madre, può farci avvantaggiare di un riscontro reale e contemporaneo della efficacia della pratica del partire da sé che ha dimostrato di saper arrivare alla verità storica partendo dalla presa di coscienza di sé, per la relazione significativa con l’altra e costruendo genealogia di desiderio.

Interrogando quella esperienza possiamo a Paestum mettere a fuoco i nessi e i legami che ancora intratteniamo con le forme di relazione del patriarcato e con il suo simbolico su cui indirizzare efficacemente l’azione politica. Un gesto di inaddomesticato femminile.

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Una Risposta to “Una a una mettere fine al patriarcato”

  1. Francesca Freeman 4 ottobre 2013 a 12:00 #

    Buongiorno a tutte, spiacente di non poter essere con voi! Visto che parlerete di matriarcato con riferimento alla societ matriarcale dei Moso, vi invio una mia intervista alla radio sul “Paese delle donne” che ho visitato ripetutamente in questi ultimi dieci anni e sul quale ho pubblicato un libro : “Benvenuti nel paese delle donne”. Spero che vi potr essere utile e se vi interessa fate pure girare l’intervista. Grazie! Vi auguro un buon lavoro! Francesca

    2013/10/4 La rivoluzione necessaria. La sfida femminista nel cuore della

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