Perchè un laboratorio sull’autocoscienza

12 Ott

di Paola Zaretti Oikos.bios Centro Filosofico di Psicanalisi di Genere antiviolenza

Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre». (Josè Saramago)

 Sta in queste parole il senso della proposta di un Laboratorio su Autocoscienza inviato al blog di Paestum, come avrete visto, senza alcuna considerazione aggiuntiva. Abbiamo ritenuto, infatti, che fosse questo il Luogo più idoneo per avviare una riflessione e un confronto su un tema denso di storia, delicato e complesso.

Che cos’è, oggi, “Autocoscienza”, che cos’è oggi “partire da sé”? Quante sono le donne che la praticano, quali i luoghi in cui la si pratica? Come la si pratica? Quali gli esiti? Che rapporto c’è fra il “partire da sé” di lonziana memoria e l’ autocoscienza, oggi spesso nominata in una sorta di rituale che ne dà l’esistenza per scontata? Ecco che cos’era per Lonzi autocoscienza:

 E questo chiamo autocoscienza: fare in modo che chi parla prenda coscienza che trovare se stesso è riconoscersi nell’espressione di sé… Certo non è facile, spesso è disperante, ma chi ha detto che sarebbe stato facile e non disperante?

 E poi…fra le tante domande, un’altra: Le donne l’inconscio ce l’hanno? Ce l’hanno ancora? Domanda è legittima se si considera l’importanza assegnata da Lonzi all’inconscio e al suo legame con l’autocoscienza:

 …L’autocoscienza porta alla scoperta dell’inconscio, e quindi provoca l’interesse spontaneo per la psicanalisi” – scriveva Lonzi (C. Lonzi, Taci, anzi parla)

 Inconscio, tu e io andiamo alle Bahamas. Non mi metterai più i bastoni tra le ruote, adesso ti colgo sul fatto, te e i tuoi simboli. Adesso ti sfido: vieni avanti, non ti resisto più, ti colgo al volo, non mi fai più paura. Se ti affacci, in qualsiasi enigma tu sia travestito, mi butto su di te. Ti spoglio in quattro e quattr’otto. (C. Lonzi)

Stavamo muovendo qualcosa senza sapere cosa fosse” scriveva una donna negli anni ‘70. E a muovere per prima questo qualcosa era stata Lonzi, con la sua invenzione che portava delle donne, inevitabilmente e a loro insaputa, alla scoperta dell’inconscio: “Si flectere Superos nequeo Acheronta movebo” aveva scritto Freud parlando della sua invenzione e non fu certo un caso se a Lonzi venne in mente di paragonare il suo rapporto analitico con Sara a quello di Freud con l’amico Fliess da cui la psicanalisi ebbe origine. Si trattava di capire come e con quali strumenti gestire quel fiume di parole, quell’ Inferno che Carla aveva mosso negli anni ‘70 e che aveva avuto i suoi effetti destabilizzanti e a volte drammatici, sulla vita di molte donne. Frequentare i gruppi di autocoscienza e, in un secondo momento, i gruppi di pratica dell’inconscio non era una passeggiata, era vivere un’esperienza profonda e scardinante: angosce, confusioni di ruoli, aspettative mancate e competizioni che implodevano all’interno dei gruppi .

Sono relegata al ruolo di psicanalista non essendolo, Non sono una psicoterapeuta. (C. Lonzi, cit.).

Mi sono svegliata, dopo una notte tranquilla, con dei pensieri sulla psicoanalisi. E’ vero che si tratta di una terapia e basta, e dà, al massimo, un individuo guarito, non liberato (…) E l’analista è un professionista non un poeta. (Ibid.).

Vediamo già qui prefigurarsi, con Lonzi, il controverso rapporto di amore odio- di prossimità e distanza fra femminismo e psicanalisi che caratterizzerà, in forme diverse e per molti anni, il femminismo italiano. Qual è stato dunque a cominciare dalla nascita in Italia della pratica dell’autocoscienza (importata per la prima volta in Italia da Serena Castaldi, fondatrice del Gruppo Anabasi e poi ripresa da Carla Lonzi) e della pratica dell’inconscio, il rapporto del Femminismo italiano con la psicanalisi? Quale la sua evoluzione? Quali sono state le ragioni della Centralità e del Peso assunti, in una certa fase storica, dalla figura dell’isterica all’interno del movimento e della pratica politica femminista? Per quali ragioni, per quali vie e a quale titolo una categoria clinica come l’isteria fa irruzione nel bel mezzo della politica delle donne? Che c’entra l’isteria con la politica delle donne?

Scrive a questo proposito Muraro:

Nel parlare di “debito simbolico-madre simbolica”, “madre reale-autorità femminile, bisogna prendere in mano la questione dell’isteria femminile, perché c’è una tipologia femminile che passa per la donna isterica, ed io mi metto tra queste. (L. Muraro, La posizione isterica e la necessità della mediazione)

Io ero prima muta e frigida e non lo sono più non perché ho fatto l’analisi ma perché ho vent’anni di materialità tra le donne. Ho modificato il mio inconscio e sono nell’ordine simbolico della madre, non è stata solo una modificazione politica (…). (Ibid.)

Che cosa significa “ho modificato il mio inconscio e sono nell’ordine simbolico della madre?” Cos’era una specie di psicanalisi “fai da te?” E cosa resta oggi, a distanza di quarant’anni, del rapporto fra femminismo e psicanalisi, un legame tanto intenso, vivo e promettente per la politica, quanto ingombrante e controverso?

Mancano, su un pezzo di storia così importante, connessioni e rielaborazioni che siano altro da pure narrazioni frammentarie e insufficienti a dar conto della natura e della complessità di quel rapporto che fu. Si può azzardare da subito l’ipotesi di un legame composito di Amore e Odio che ha finito per dar luogo, alla fine degli anni ’80, a un processo di appropriazione e sostituzione operato da una parte del femminismo nei confronti della psicanalisi. Di un processo che passando per l’autocoscienza, per la ”pratica dell’inconscio” e per l’appropriazione e dislocazione di alcuni dispositivi propri del setting analitico messi in atto da alcune donne – transfert, “autorità”,” “disparità”, “affidamento” – all’interno dei gruppi femministi, approderà alla costruzione di un “ordine simbolico materno” appositamente istituito dal femminismo come nuovo luogo preposto a una nuova “terapia politica” dell’isteria:

Nella lotta per la nostra liberazione troviamo un nodo problematico, la sessualità, il corpo. Se si decide di non passare oltre con trovate ideologiche, è inevitabile fare i conti con la psicoanalisi. (Sottosopra del 1974 dedicato a Pratica dell’inconscio e movimento delle donne, in Una visceralità indicibile di Lea Melandri)

La critica di Lonzi alla scelta di una parte del femminismo di fare ricorso agli strumenti culturali della psicanalisi è costante e apertamente dichiarata, Lonzi rifiuta falsarighe scientifiche e “trasferimenti” di campo. La psicanalisi può essere utile solo, come si è visto, a un certo stadio dell’autocoscienza.

Magari dovrei io stessa andare da un analista e poi passare al professionismo. Ma veramente m’interesserebbe occuparmi di qualcuno professionalmente, su una falsariga scientifica rivelatami da altri? (C. Lonzi, cit.)

Questo dirottamento dei rapporti, nei gruppi femministi, verso l’analisi del profondo o pratica dell’inconscio non mi va per diversi motivi, ma soprattutto perchè si ha un bel dire che non esiste più analista né analizzata, c’è circolarità, ecc. Non è vero: esiste la cultura dell’analisi (…)

Le femministe che si affannano a dimostrare l’utilità della psicoanalisi per la liberazione delle donne (…) traggono questa preoccupazione da un’identificazione culturale (…). Il mio primo bisogno come femminista è stato quello di fare tabula rasa delle idee ricevute, una tabula rasa dentro di me per privarmi della garanzie offerte dalla cultura, convinta che le certezze acquisite nascondono un veleno paralizzante (…). L’autenticità di questi testi è che riposano su un vissuto (…) e dunque ho affermato tutto sul vuoto (…) su questo vuoto, che era me stessa, potevo finalmente ascoltare la mia voce interiore (…). Autocoscienza dunque come tabula rasa dei miti.(C. Lonzi, Ibid.)

La domanda : E le donne l’inconscio ce l’hanno? Ce l’hanno ancora? E’ dunque lecita se si pensa che tanti anni fa, all’interno del gruppi femministi alla pratica dell’autocoscienza, seguì, su iniziativa di alcune donne, la “pratica dell’inconscio”, una sorta di approfondimento della pratica autocoscienziale introdotta da Carla Lonzi.

Che ne è oggi di questa “pratica dell’inconscio” totalmente scomparsa dall’orizzonte femminista, innominata e innominabile nei discorsi e negli scritti, mentre il riferimento alla pratica lonziana del “partire da sé” continua a sopravvivere come se fra queste due esperienze che rappresentano storicamente due momenti diversi di un medesimo processo non ci fosse più alcuna relazione?

Del resto nemmeno sul destino della pratica lonziana dell’autocoscienza le cose sono poi così limpide come si vorrebbe credere o far credere. Basti pensare, fra le tante cose, a un passo di Lia Cigarini contenuto in un testo del 1995 La politica del desiderio – che raccoglie articoli e riflessioni sull’arco di una ventina d’anni – per capire che già vent’anni fa l’autocoscienza e la pratica dell’inconscio venivano date entrambe per finite non senza una serie di conseguenze con cui oggi occorre fare i conti:

La mancanza di strumenti – finita l’autocoscienza, sospeso il tentativo analitico per tutte le ragioni che abbiamo detto nel documento – rinforza la tendenza al gradualismo.

L’idea di proporre un Laboratorio su un tema caro a Lonzi e al femminismo delle origini, è nata, un po’ per caso, poco dopo la stesura del post intitolato Quale radicalismo, quale rivoluzione pubblicato nel blog alcuni mesi fa a commento del dialogo fra Luisa Cavaliere e Lia Cigarini intitolato C’è una bella differenza.

Al momento della pubblicazione di quel post, questa idea non aveva ancora preso forma così com’era di là da venire il desiderio di dar vita, in fb, a un gruppo dedicato all’Autocoscienza della cui breve e già difficile esperienza cercheremo di dar conto a livello personale.

Da cosa, insomma, nasce cosa.

Le ragioni di ordine personale e politico per le quali abbiamo pensato di proporre questo Laboratorio sono più d’una. La prima è presto detta e riguarda, come già accennato, l’uso piuttosto frequente di parole di antica memoria – “autocoscienza”, “partire” da sé – ritualmente evocate spesso a scapito del loro autentico significato e di una verifica circa la loro effettiva praticabilità nel contesto attuale di una politica femminista sempre più in corsa verso la rappresentanza e sempre più in preda a una “voglia di vincere” che mal si accordano con il pensiero di Lonzi e con il significato da lei assegnato alla pratica del partire da sé.

Di qui l’esigenza di “ricominciare il viaggio”, di “ritornare sui passi già dati per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini”.

Che significa, per noi, ritornare sui principali passaggi del percorso femminista iniziato negli anni ’70 – pratica dell’autocoscienza e pratica dell’inconscio – per capire che fine abbiano fatto queste pratiche e come e perché sia avvenuto il passaggio alla “pratica del fare” alla teorizzazione di un ordine simbolico materno.

Non possiamo accontentarci di ridurre l’autocoscienza all’assenza, nell’incontro di Paestum dello scorso anno, di certi rituali – le iscrizioni a parlare e relazioni – non possiamo certo riconoscere in ciò “il marchio dell’antico stile degli incontri di una volta”. Pensiamo infatti – e siamo certe che a pensarlo non siamo le sole – che il senso originario, lonziano, del “partire da sé”,si sia nutrito e abbia goduto, in passato, di altri e ben più ricchi significati “rivoltosi”.

E’ possibile che l’oggetto di questo nostro Laboratorio, l’Autocoscienza, possa apparire ad alcune, forse a molte, un tema superato da archiviare ma noi non la pensiamo così. A indurci a proseguire su questa strada in salita ma ricchissima di saperi rimossi e per lo più sconosciuti alle nuove generazioni, di saperi che devono essere portati alla luce, ci è senz’altro di stimolo e di conforto quanto scritto da Lea Melandri in uno dei suoi ultimi comunicati:

Come ho già detto lo scorso anno, il richiamo al femminismo degli inizi (anni ’70), alle sue teorie e pratiche originali, rivoluzionarie rispetto all’ordine esistente – sia privato che pubblico -, non è sempre e necessariamente la ripetizione o la replica nostalgica del passato, ma una ripresa essenziale per dare seguito e nuovi sviluppi a esigenze radicali che si sono poste allora ma che non potevano avere in quel momento risposte adeguate”. (L, Melandri, blog Paestum)

Emerge in questo passaggio di Lea una continuità di pensiero con quanto scritto in Una visceralità indicibile in cui si interroga criticamente sulle “forme” prese dal femminismo a partire dagli anni ’80:

C’è, innanzi tutto, bisogno di capire meglio, allo stato attuale, che forme ha preso il femminismo. Dopo quel momento iniziale di apertura di una coscienza inedita, radicale nell’affrontare la vicenda dei sessi, viene da chiedersi che esito e sviluppo abbiano avuto le intuizioni di allora, le “pratiche” che ne erano seguite, che posto o rilevanza hanno oggi nella varietà di forme in cui si esprime la presenza sociale delle donne, fuori e dentro le istituzioni. L’ingresso nella vita pubblica, il bisogno di contare, di occupare posti di potere, sembra aver operato, a partire dagli anni Ottanta, un capovolgimento rispetto all’esperienza del decennio precedente, che aveva messo l’attenzione essenzialmente sulla storia personale, sul “sé” visto nella sua complessità biologica, psichica, culturale. Ne è un segnale evidente la dimenticanza in cui è caduto il patrimonio di intelligenza collettiva che si è prodotto allora…Il “passaggio al simbolico” è stato visto come l’uscita dal “dominio capriccioso del reale”(…). (L. Melandri, Una visceralità indicibile. La pratica dell’inconscio nel movimento delle donne degli anni ’70)

E ancora:

L’affermarsi successivo di teorie “forti” e rassicuranti su una “differenza femminile” già data nella sua positività – il pensiero di Luce Irigaray, i documenti della Libreria delle donne di Milano – hanno sicuramente favorito la frettolosa scomparsa di una “pratica” che aveva dimostrato di saper sopportare le contraddizioni, i paradossi, le oscure confusioni tra i sessi (…). (Ibid.)

Non di replica, dunque, non di ripetizione nostalgica per noi si tratta, ma di una Ripresa di quel radicalismo delle origini che non basta più nominare perché sia realmente esistente e operante nell’attuale orizzonte politico femminista. Prima di procedere a una ricostruzione inevitabilmente sommaria di alcuni passaggi cruciali delle pratiche femministe sopra indicate, vorrei chiarire un aspetto importante che impedisce oggi a una pratica di Autocoscienza – comunque la si intenda – di essere una semplice replica nostalgica di una pratica del passato.

A segnare la distanza fra ieri e oggi sono, oltre all’elemento temporale, alcuni mutamenti avvenuti nel frattempo: sono moltissime oggi, a differenza di un tempo, le donne dotate, nel bene e nel male, di un bagaglio di esperienze – analitiche, psicoterapeutiche e psicologiche che, pur essendo praticate in quegli anni da alcune femministe, rappresentavano tuttavia un fenomeno decisamente meno diffuso.

Il fatto che oggi moltissime donne abbiano fatto determinati percorsi, pone qualche interrogativo sul senso e sul valore, oggi, di una pratica autocoscienziale. Ci si potrebbe domandare, insomma, che senso avrebbe per delle donne che hanno intrapreso per anni dei percorsi individuali, una pratica del partire da sé dal momento che è esattamente questo “partire da sé” ciò che da queste pratiche viene loro richiesto. E’ una domanda che abbiamo posto nel Gruppo in fb e ne sono uscite alcune risposte la più interessante delle quali sottolineava l’insufficienza-inadeguatezza di questi percorsi. “Non mi basta, non mi è bastato”- hanno detto alcune donne del gruppo.

Ma per dar conto della complessità delle questioni che sorgono quando parliamo di autocoscienza, vale la pena riportare alcune testimonianze dirette tratte da alcuni testi femministi che illustrano il travaglio in cui il movimento si dibatteva in quegli anni fra autocoscienza e pratica dell’inconscio, fra “pratica del fare” e costruzione, infine, di un ordine simbolico materno.

Della fine dell’autocoscienza e del passaggio alla pratica dell’inconscio si parla già negli enunciati che seguono:

Ciò che sembra…rendere necessario il passaggio dalla pratica dell’autocoscienza di Lonzi alla pratica dell’inconscio, è l’esigenza di affidarsi a una tecnica e a una interpretazione capaci di contenere una situazione magmatica ed esplosiva dallo stesso cumulo di “intuizioni” che il lavoro autocoscienziale aveva prodotto. (M. L. Boccia, cit.)

Il ricorso alla psicoanalisi e lo sviluppo di pratiche che tentano di dare forma alla relazione tra donne, rifacendosi al rapporto analitico, hanno infatti come motivazione esplicita la difficoltà a procedere nell’autocoscienza che (…) anche Carla Lonzi individua (…). (M. L. Boccia, Ibid.)

C’era per tutte, allora, l’angoscioso problema di come uscire dall’impasse dell’autocoscienza (…). L’analisi dell’inconscio era allettante più che altri (…). Lo dimostrava anche la grande diffusione di analisi individuali in atto o in programma tra di noi (e tuttora). Ma l’illusione di spostare l’analisi dal suo ambiente istituzionale all’ambito della pratica tra donne, si è scontrata con l’istituzionalità stessa… della pratica psicanalitica…Anche perché chi… ha decretato la morte dell’autocoscienza, si è assunta di fatto il ruolo istituzionale di analista (…).(D. Pellegrini, Una donna di troppo)

In realtà la pratica dell’autocoscienza generava ormai un senso d’impotenza per il semplice fatto che aveva esaurito le sue potenzialità (…). La comparsa della noia fu un segnale. La scoperta, per restare viva, domandava non di ripetersi ma un seguito nuovo (…). Da quei discorsi ormai ripetitivi, da quell’insistenza sugli aspetti dolorosi della propria condizione, affiorava un male oscuro che aveva radici profonde, dove non arrivavano i ragionamenti della presa di coscienza.(…). La teoria dell’autocoscienza… escludeva, come sappiamo, ogni forma di mediazione. “Non vogliamo d’ora in poi tra noi e il mondo nessuno schermo” si legge nel manifesto di Rivolta femminile (…). Il pensiero femminile si trovò dunque in questa stretta (…). A Milano quelle che si trovarono nella stretta, si regolarono nella maniera seguente: usare gli strumenti teorici che la cultura offriva ed escogitare una pratica politica che li convertisse al significarsi della differenza originaria umana di essere donne. Nel fare questo le milanesi si ispirarono da vicino al modello offerto da un gruppo femminile francese noto come Politique et Psycanalyse, nato a Parigi nel 1968. (Libreria delle donne di Milano, Non credere di avere dei diritti)

La fine dell’autocoscienza come pratica comune al femminismo ha due diversi esiti: da un lato l’approfondimento della scoperta di sé, soprattutto attraverso il ricorso a pratiche e concetti di origine psicanalitica; dall’altro l’azione politico-sociale e il diffondersi della cosiddetta “pratica del fare”, ovvero di iniziative e imprese sociali femminili. Queste due diverse anime del femminismo troverebbero una successiva forma di ricongiungimento attraverso lo sbocco della prima via, quella che ha scavato nella profondità dell’inconscio e della mente femminile, nella produzione di un simbolico in grado di fornire all’agire femminile… i referenti necessari per incidere… nell’universo delle mediazioni. L’approdo al simbolico e alla costruzione di una mediazione sociale femminile, per la Libreria delle donne di Milano, ad esempio, rappresenta la fine del dilemma “tra l’avere forza sociale e l’essere fedeli al nostro essere donne (…)”. (M. L. Boccia, cit.)

Ed ecco le motivazioni con cui il modello psicanalitico suggerito dalle francesi viene proposto e giustificato e adottato in Italia all’interno dei gruppi:

Nel rapporto analitico il potere attribuito all’analista diventa, paradossalmente, la condizione essenziale per essere liberati dalla dipendenza. In qualsiasi gruppo, non escluso quello formato da sole donne (…) in ogni caso ci si scontra con la disparità (…). Il trasferimento del rapporto analitico all’interno dei rapporti in corso fra donne dovrebbe portare chiarezza nella difficile ricostruzione delle richieste e degli investimenti che una donna fa su un’altra donna. (Pratica dell’ inconscio e movimento delle donne, foglio unico, Milano 1974, ristampato in “L’erba voglio” n. 18-19, ottobre 1974-gennaio 1975, vedi nota 3 in Il desiderio di politica di Lia Cigarini, Introduzione di Ida Dominjanni.

Ma vediamo da alcune testimonianze che cosa succedeva in quei gruppi:

Quando si parla di inconscio, quando ciò che è rimosso ricompare, nel gruppo si scatenano reazioni, dinamiche difficili da gestire (…). Non c’era, nei nostri gruppi, quella capacità di distacco, quel controllo che in una pratica terapeutica spetta all’analista. (L. Melandri, cit.)

La pratica dell’inconscio voleva dire entrare in una specie di seconda natura (…) era come “affondare in un imbuto da cui non sai se riuscirai a risalire”. (Ibid.)

Lo stare tra donne sviluppa angoscia, perché manca qualcosa tra donne, manca l’uomo, manca il fallo; l’angoscia di castrazione diventa sempre più forte; se in più c’è incapacità di elaborarla collettivamente, allora si moltiplicano le domande di analisi e andiamo ad arricchire gli psicanalisti. (Ibid.)

(…) all’interno del piccolo gruppo si creano ruoli di potere, relazioni materno-filial… Si aprono spiragli sull’inconscio, che crea grande angoscia senza dare la possibilità di cambiamento. Per questo si preferisce spesso l’analisi personale. Si ha l’impressione che l’interpretazione dei comportamenti sia delegata di fatto solo ad alcune, e che il progetto complessivo di questa pratica sia chiaro solo a loro. (Ibid.)

Due anni fa quando sono incominciati i primi tentativi di pratica dell’inconscio (…) la riunione settimanale (…) ha finito inevitabilmente per prendere l’andamento della seduta analitica (…) associazioni, sogni, interpretazioni sul caso singolo o sulle dinamiche di gruppo (…).(Ibid.)

Quando è nata questa ipotesi di lavoro (pratica dell’inconscio) collettivo, era già abbastanza chiaro in noi la contraddizione che chi poteva effettivamente dare un minimo di garanzia nell’analisi del profondo, dell’inconscio, erano le persone che avevano fatto nel passato un’esperienza analitica (…).(Ibid.)

Fu così che il passaggio dall’autocoscienza alla pratica dell’inconscio avvenne su iniziativa di alcune donne che avevano fatto analisi individuale:

La proposta di farsi analiste nel movimento fu accettata da me e da Lia: il “gruppo analisi” di cui faceva parte Lia cominciò nel ’74 mentre il gruppo di pratica dell’inconscio cominciò sette o otto mesi dopo (…). Lia pensava che la coppia paziente-analista dovesse poi far parte di uno stesso gruppo, dove si elaborava teoricamente anche quello che avveniva nell’analisi; io invece ero contraria a mettere insieme i due momenti, pensavo che il rapporto a due dovesse restare separato dal gruppo. Poi, di fatto succedeva che siccome entrambe eravamo paziente e analista, in un comune movimento di donne, era facile incontrarsi. Già questo fu un problema tale che poi le due analisi che avevo intrapreso furono interrotte di comune accordo. Né Lia né io eravamo analiste di professione, avevamo fatto analisi personale, per cui certamente era una partenza azzardata (…). Con l’entusiasmo che avevamo allora, pensai davvero che riportare su di sé il rapporto antico con la madre potesse aiutarci a venirne a capo, c’era una fiducia massima sia nell’analisi sia nella nuova socialità fra donne (…). Adesso, vista alla distanza, mi sembra davvero che fosse una follia l’idea di trasferire nel collettivo il rapporto analitico a due mentre invece la pratica dell’inconscio fu qualcosa d’altro; avevano ragione le psicanaliste a dire non chiamiamola così, diciamo che è un’altra cosa, che ci siamo inventate qualcosa d’altro. Assomigliava, è vero, a un gruppo d’analisi anche se non c’era la conduttrice. Dall’esperienza collettiva ho tratto moltissimo, mentre l’analisi a due fu davvero un tentativo azzardato che suscitò più angosce e fughe che altro. (L. Melandri, cit.)

Qui si parla di “analisi”, qui si parla di “analiste del movimento”, qui si nomina la “coppia paziente-analista”, qui si usa un linguaggio che appartiene a un preciso campo disciplinare ma si ammette anche, con onestà e chiarezza, che non si trattava di “analiste di professione” – benché delle femministe analiste di professione fossero presenti nei gruppi anche se nei documenti non compaiono i loro nomi e non ne emerge con chiarezza la funzione – ma di donne che avevano comunque attraversato un’esperienza d’analisi individuale. A leggere queste straordinarie testimonianze su cui il femminismo non si è mai soffermato a riflettere quanto avrebbe potuto e forse dovuto, emergono alcune importanti questioni.

La prima riguarda la “natura”, la qualità del desiderio di alcune donne che, pur non essendo, professionalmente parlando, delle psicanaliste, decidono di occupare di fatto, a partire da una loro personale esperienza analitica, la posizione di “analiste” all’interno di un gruppo. Va detto, per inciso, che ciò che qui interessa approfondire, non comporta alcun giudizio di merito su tale operato ma qualcosa di assai più importante che sollecita una riflessione su un problema che qui si mostra in tutto il suo spessore: l’inesistenza, allora come ora, di Luoghi psicanalitici alternativi fondati da psicanaliste donne per la “cura” delle donne.

Il prezioso patrimonio di sapere femminile maturato nei gruppi di autocoscienza e di pratica dell’inconscio, invece che essere “capitalizzato” dalla psicanalisi dei Padri, avrebbe potuto essere messo a disposizione per la creazione in Italia, di Altri Luoghi simbolici, ispirati all’insegnamento di Lonzi e di Irigaray, a cui rivolgersi per proseguire e portare a termine, per le donne che lo volessero, il percorso autocoscienziale e la “pratica dell’inconscio” avviati all’interno dei gruppi.

E’ stato dunque questo Vuoto – imputabile a una scarsa capacità inventiva da parte delle psicanaliste formate nelle scuole dei Padri nella costruzione di Altri Luoghi – ad aver reso impraticabile per molte donne quel passaggio spontaneo dall’autocoscienza a una pratica psicanalitica diversa, ispirata al pensiero della Differenza e immaginata da Lonzi come la sola degna prosecutrice -“poetica” – della pratica dell’inconscio.

L’inesistenza di questi Luoghi aveva aperto a tre strade:

– affrontare “lo stadio posteriore all’autocoscienza” con degli psicanalisti/e formati/e alla scuola dei Padri – come molte donne, di fatto, fecero. Era giocoforza, infatti, per molte donne destabilizzate dalla pratica del l’autocoscienza e dell’ dell’inconscio rivolgersi alle sole “scuole” di psicanalisi di fatto esistenti;

– affidarsi, invece che a degli psicanalisti di Scuola, a un “rapporto analitico” situato in un contesto di relazioni fra donne senza alcun riferimento all’istituzione psicanalitica (pratica dell’inconscio) come se questo bastasse a “neutralizzare il segno sessuato impresso dal soggetto” che a quel rapporto analitico aveva dato vita in altro contesto. (Cfr. M. L. Boccia, cit.)

– riesumare, a distanza di anni dall’abbandono di queste esperienze, sostituite nel ’76 dalla “pratica del fare”, la vecchia pratica lonziana di autocoscienza in chiave aggiornata, indicando in una neo-nata “nuova autocoscienza”, “lo strumento più efficace per la fondazione del soggetto femminile” e negli strumenti provenienti da altre discipline” ed “estratti dal loro ambito di provenienza”, gli attrezzi idonei per la realizzazione del Soggetto-donna.

Così, attraverso una finta soluzione, in realtà un compromesso fra la vecchia pratica dell’autocoscienza e l’utilizzo di “strumenti provenienti da altre discipline ” – in cui era inclusa anche la psicanalisi – la fedeltà a Lonzi e alla sua idea di una psicanalisi utile “a un certo stadio, posteriore all’autocoscienza” sembra formalmente realizzata. In realtà, a nascere, in quegli anni, non è un’Altra psicanalisi, – quella che forse Lonzi aveva in mente quando al posto della professione ci mise la poesia, ma una “nuova” autocoscienza che non disdegnava di servirsi di strumenti psicanalitici per “una riflessione di secondo grado”. (Fraire). L’originale contributo di pensiero del Femminismo degli anni ’70, la pratica dell’autocoscienza, la pratica dell’inconscio, la critica radicale rivolta dal femminismo alla psicanalisi dei Padri e, infine, le felici intuizioni di Lonzi e il contributo di Irigaray, avrebbero potuto/dovuto portare ad altro che a un compromesso, avrebbero dovuto portare alla nascita, alla crescita, alla diffusione e alla moltiplicazione in Italia, di Luoghi simbolici alternativi fondati da donne impegnate nella ricerca di una nuova “direzione della cura” e in grado di trasmettere una formazione psicanalitica pensata, teorizzata e praticata da donne ispirate all’insegnamento di queste due grandi figure femminili.

Ma nulla di tutto questo è avvenuto, né in quegli anni né in quelli successivi e la sofferenza femminile, la “salute” delle donne continua a essere saldamente in mano a uomini o a donne che continuano a formarsi alle scuole degli uomini.

Il pensiero della Differenza di Lonzi e soprattutto quello di Irigaray – che era una psicanalista oltre che filosofa – ha influenzato alcune filosofe ma non ha mai dato vita in Italia alla nascita di una “scuola” di psicanalisi fondata da donne ispirate a tale pensiero.

Se le cose sono andate così, se della straordinaria ricchezza di cui allora reciprocamente vivevano e si nutrivano la Psicanalisi, il Femminismo e la Politica quel che oggi resta è l’ossessione della rappresentanza e poco altro, una ragione c’è: è che molte donne che avevano fatto parte dei gruppi femministi, in mancanza di “scuole” psicanalitiche fondate da donne, sono passate dalla pratica del “partire da sé” e dalla “pratica dell’inconscio”, alla psicanalisi, alla psicologia e alla politica dei Padri che, in tempi di massima fecondità e di splendore del pensiero femminile e della rivoluzione da esso operata, non solo non erano all’altezza di quel pensiero ma se ne sono servite, oltre che per speculare, come nel caso dell’anoressia, sulla salute delle donne, per ricondurre molte di loro verso la via di un’integrazione fedele a quello stesso ordine simbolico generatore di malattia.

Psicologie cognitiviste e comportamentiste, psicoterapie, psicofarmaci e quant’altro hanno fatto il resto non senza la complicità di alcune femministe che da un po’ di anni a questa parte hanno spalancato porte e finestre alla psichiatria, alla psicologia che con il pensiero della Differenza di Lonzi e di Irigaray non hanno nulla a che spartire.

Non è troppo tardi, forse, per vedere dove siamo e dove stiamo andando. Non è troppo tardi, forse, perché le donne psicanaliste abbiano piccole orecchie senza diventare, a loro volta, come temeva Lonzi, “un Paio d’Orecchie”. E in fiduciosa e trepida attesa che qualcosa d’imprevisto possa ancora sorprenderci e farci uscire dal buio di questa palude e che la distanza fra Femminismo e Psicanalisi e Politica possa ridursi per non perdere definitivamente per strada una delle due anime del Femminismo, sarà utile, a chi ha deciso di entrare nelle Stanze degli uomini, praticare, da subito, radical-mente, quella pratica non a termine che è il “partire da sé” ben consapevoli, però, delle difficoltà che essa, proprio per averle incontrate in passato, può comportare.

Riproporre oggi questa pratica, come alcune giovani donne stanno coraggiosamente facendo, comporta – per evitare il rischio di far uso di parole come “autocoscienza” o “pratica dell’inconscio” in chiave puramente ideologica – la conoscenza di strade già battute e di saperi rimossi o insaputi.

Vediamo allora di individuare, in concreto, quelli che sono stati, in passato, i limiti e gli inciampi nel procedere, legati alla pratica dell’autocoscienza, le ragioni del suo abbandono e il successivo passaggio alla “pratica dell’inconscio” ispirata al modello del rapporto analitico, fino all’ordine simbolico materno con cui il cerchio, per una parte del femminismo si chiude.

Chi ha detto che l’autocoscienza è quella?

Quella è una pantomima per i fessi

Sarebbe finita prima di cominciare

È diventata aria fritta

Non parlare con me se hai «fatto autocoscienza”

L’autocoscienza è l’altra (C. Lonzi

Lonzi si interroga sulle ragioni che hanno portato molti gruppi ad abbandonare l’autocoscienza a favore di pratiche che reintroducono “l’interpretazione culturale”. Lonzi riconosce che “i fiumi di parole” scorsi dentro i gruppi portavano “una messe di intuizioni straripanti”, nella quale era difficile mettere le mani e che faceva oscillare tra la percezione della loro importanza e lo sconforto per la confusione. (Itinerario di riflessioni (’77) e Mito della proposta culturale ’78).

La situazione, in quegli anni di fuoco, non fu meno dolorosa per Margherita, una psicanalista di professione che si trovava all’interno del movimento e che così si descrive:

Il mio percorso è stato diverso. Arriverei addirittura a dire che senza un’analisi individuale, durata moltissimo tempo e iniziata nel 1984, dopo essere andata via dalla Libreria delle donne e aver lasciato il gruppo n. 4, la mia vita sarebbe stata segnata solo negativamente da quella specie di pietrificazione che ha preso a un certo punto il movimento delle donne; pietrificazione che ho visto già nel gruppo e nella Libreria delle donne (…). Quando il collettivo di Col di Lana si sciolse, nel 1980, optai per il gruppo n. 4 perché sembrava la strada più facile: facciamo una bella teoria, ci atteniamo a quella e le contraddizioni avranno la loro giusta risposta (…). Alla fine quando ho visto che tutto veniva azzerato, che nessuna delle difficoltà dei rapporti fra donne veniva presa in considerazione come oggetto di analisi, quando il cambiamento non era più all’ordine del giorno sia a livello personale sia a livello politico generale, allora sono andata via dalla Libreria – e non in modo indolore – e sono andata in analisi, con una posizione di totale rifiuto, con un senso di morte per tutto ciò che prima, per me era stato vita.

La scoperta della Madre

Della scoperta della madre” all’interno dei collettivi di autocoscienza scrive Ida Dominijanni ne ”il manifesto” del 1979. Ne parla in termini di “trasformazione del laboratorio politico femminista” in cui si prende atto di uno spostamento dall’analisi del rapporto donna-uomo (e donna-legge del padre) al rapporto donna-donna (e donna e fantasma materno). Uno spostamento che le appare importante per risolvere “tentazioni simbiotiche e difficoltà di individuazione, rivalità” (…) dovute a una mancata elaborazione del rapporto con la madre o a “forme di idealizzazione del materno, o al riprodursi inconsapevole nei rapporti fra donne dei ruoli di figlia e di madre”. La scoperta della dimensione simbolica della madre e l’invenzione delle pratiche politiche ad essa connesse, viene considerata “una svolta di straordinaria portata”… Nondimeno, la “grandezza dei risultati” e la positività dell’ordine simbolico materno, non risolve “il nocciolo di negatività” nelle relazioni tra donne che va “ri-trattato” e “ri-lavorato”.

Che cos’è “L’ordine simbolico della madre”? Com’è nato? Si è trattato forse di una brillante invenzione, di una nuova e originale teoria di “cura” dell’isteria femminile, di una “terapia politica” sostitutiva dislocata al di fuori del “setting” psicanalitico tradizionale? Come vi si approda? Per quali vie? E una volta attraversate e ritenute esaurite le vie della pratica autocoscienziale e della “pratica dell’inconscio”, l’ “elaborazione simbolica” – annunciata come salvifica dalle fautrici di tale ordine – era davvero “la posta in gioco” – come scrive l’autrice de “L’Ordine simbolico della madre” – o era invece – come pensava Putino – un “filo unificante e dispotico” divenuto, in una certa stagione del femminismo anni ‘90, “monopolio discorsivo”? Poteva davvero il femminismo sostituirsi felicemente alla pratica analitica nella cura dell’isteria femminile o dell’anoressia o di altre sofferenze femminili?

L’operazione, dunque, di cui si era trattato nell’Ordine simbolico della madre è duplice: sottrarre la cura dell’isteria – inclusa la propria – al setting psicanalitico tradizionale e assimilare la posizione del maitre (l’analista), a quella della madre. Il senso di questa operazione non sfugge all’attenzione di Putino:

“Negli anni ’90 – scrive Angela Putino in Amiche mie isteriche in risposta al testo di Muraro La posizione isterica e la necessità della mediazione – “una parte del femminismo italiano tenta di dare una svolta alla libertà femminile: se attraverso l’amore della madre ogni donna dà valore a se stessa occorre individuare una serie di pratiche di relazioni tra donne che, direttamente o indirettamente, si connettano a tale consapevolezza. Molti elementi che erano stati messi in campo da una rivoluzione femminista più eterogenea vengono attirati in questa orbita, con il rischio di venir composti e anche fissati nello schema relazionale materno. Tuttavia, non precisamente di amore materno si tratta (…) ma dell’”attaccamento isterico alla madre”. (A. Putino Amiche mie isteriche)

(…) Qualcuno sa bene che quando viene in un luogo in cui sono anch’io rischia di essere ammazzata (…). Resta vero il sentimento profondo di sentirsi al sicuro nel gruppo, ma questo perché nel gruppo c’è amore per la libertà femminile, c’è la ricerca di qualcosa che non ti taglierà mai fuori (…). Nel gruppo non corri mai questo rischio, magari trovi una che ti pianta una spada nello stomaco, ma non sarai ignorata (…) e questo ti restituisce il senso del tuo valore.” (L. Muraro, La posizione isterica e la necessità della mediazione).

Eppure c’era chi non la pensava così:

“La tentazione del bene (…) quella femminile tentazione (…) se pure può sorgere, come ho riscontrato proprio in donne che nel riferimento alla madre pongono il perno di una politica della differenza che si disloca simbolicamente dall’ordine paterno, proprio di quest’ultimo rischia di perpetuare il fantasma. Forse per questo motivo sono diventata così suscettibile ad alcune manifestazioni di quella che ho chiamato tentazione del bene che ho incontrato nella pratica politica. In una lista di quelle che mi sono via via diventate insopportabili: la tendenza a scivolare nella “liturgia materna”, in una visione edulcorata del mondo delle relazioni femminili, imbellettata e che finisce sempre in gloria: un certo tono salvifico riguardo la politica delle donne come palingenesi delle società…. Il tutto in onore alla grandezza materna, della libertà femminile, della forza che la nostra politica fa circolare tra noi. Insomma in una parola, quel che mi è diventato insopportabile si chiama ipocrisia femminile. ( D. Sartori, La tentazione del bene, in Diotima, La magica forza del negativo)

Era questa “liturgia materna” che faceva dire a Putino: “Il polo con cui è in competizione il nuovo femminismo non è il sovrano ma il papa”. E non è forse da questa liturgia è giunta al suo compimento che alcune Papesse incitano a brandire le spade? La predilezione per le spade pare piuttosto antica e quelle metaforicamente “piantate nello stomaco”, sono segno dell’Amore per la madre e della madre e della “libertà femminile”. Ma è di spade, ancora di spade si parla nel testo pubblicato nel blog di Paestum da alcune donne della Libreria:

È necessario giocarsela qui e ora, brandendo le nostre spade come incita Muraro, se necessario. Non è più tempo per pensare che le donne non sono pronte. Il sapere e le pratiche delle donne vengono da lontano e da qui uomini e donne possono ripensare il buon governo del mondo.

Il buon governo del mondo?

Ebbene, noi crediamo che sarebbe saggio che noi donne meditassimo su una teoria e su una pratica che indulge e ammicca a simboli fallici e a scenari fantasmatici violenti, per seguire, invece, la via indicata da Rosy Braidotti:

A meno che entrambe i sessi non si uniscano nel tentativo di realizzare una sessualità non fallica, di riscrivere il copione della sessualità prendendo le distanze dalla violenza del Fallo, nulla cambierà.

(R. Braidotti,In Metamorfosi)

E’ questa violenza del Fallo, – la violenza di un ordine simbolico che contempla un unico simbolo (il Fallo) per rappresentare DUE sessi – che farà dire a Freud che nessuna analisi, nessuna cura può “guarire” uomini e donne dal “rifiuto della femminilità” indotto dalla struttura di un tale ordine. Il che significa, detto altrimenti, che l’ordine simbolico materno non differisce in nulla da quell’ordine patriarcale paterno che si dice di voler combattere.

 

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4 Risposte to “Perchè un laboratorio sull’autocoscienza”

  1. giulia 14 ottobre 2013 a 14:18 #

    mi sarebbe piaciuto molto seguire il laboratorio!

Trackbacks/Pingbacks

  1. Tabula rasa. Il femminismo ritrova la sua strada | Tabula Rasa - 4 gennaio 2014

    […] Le motivazioni della proposta sono contenute in dettaglio nel testo  presentato a Paestum in apertura dei lavori del Laboratorio in cui, al centro di ogni possibile progetto di trasformazione politica, veniva posta l’urgenza di una riflessione aggiornata attorno alla pratica autocoscienziale del “partire da sé” introdotta in Italia, nel ’70, da Carla Lonzi e, prima ancora, dal gruppo Demau di cui faceva parte Daniela Pellegrini. (http://paestum2012.wordpress.com/2013/10/12/perche-un-laboratorio-sullautocoscienza/#more-2093) […]

  2. I laboratori di Paestum 2013. Autocoscienza | Gli occhi di Blimunda - 15 ottobre 2013

    […] a capire cosa sia l’autocoscienza oggi. Paola Zaretti ha letto un testo da cui partire (lo si trova qui), con alcune domande tra cui quella che per Paola era fondamentale: “Le donne ce l’hanno […]

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