Voci da Paestum

12 Ott

di Rosaria Guacci

Convegno “Libera ergo sum”. La sfida femminista nel cuore della politica, 5/6 ottobre 2013

A promuovere questo terzo convegno a Paestum, il cosiddetto Paestum 2013, sono state chiamate le donne giovani, la generazione successiva a quella delle “fondatrici ” degli anni ’70. Se il convegno dell’anno precedente si era chiuso con la dizione “Siamo tutte femministe storiche”, è con parole quasi poetiche e contestuali a un passaggio di testimone che queste giovani donne ci accolgono sabato mattina al Teatro Ariston di Paestum. “Le pratiche del pensare in presenza sono feconde. Ci hanno detto ‘Andate avanti voi; c’è stata una chiamata alla responsabilità di chi è venuta dopo”, inizia una delle organizzatrici del gruppo Artemide di Paestum. “La nostra è una pratica genealogica viva: d’amore. L’eredità ricevuta è enorme ma ancora da esplorare. Ci sono conflitti fra pratiche politiche femministe, poste in gioco. Vogliamo analizzarle.” E’ questa la pratica di relazione con le altre donne, il “fra donne”. L’andare con signoria nel mondo è ‘il senso di me’ nel mondo, “un’orizzontalità che non significa essere tutte pari, una genealogia viva che permette di procedere con più forza e libertà non stando più nelle dinamiche del Potere. Se negli anni ’70 ci fu bisogno di una pratica di separatezza, oggi l’unica separatezza che ci interessa è quella dal potere”. (Sara Gandini, Libreria delle donne di Milano). La genealogia in vita, il passaggio del testimone è una cosa bella; il superamento anche dialettico e conflittuale delle differenze generazionali vuol dire non negare gli apporti e la costruzione che si fa insieme, in uno scambio anche difficile. E’ un’eredità in vita, non contraffatta: oggi che siamo tutte vive possiamo parlarci in presenza.

A questo punto si entra nel vivo della discussione. Letizia Paolozzi, del Gruppo del Mercoledì di Roma, chiede qual è il segno che portano le donne in alcune forme di lotta come quella dei No Tav, ad esempio (si allude all’intera Rete in cui lavorano insieme donne e uomini), dove la differenza femminile non viene riconosciuta. Se il cammino è in parte già fatto non sembra però sufficiente. Si nomina l’assenza delle donne migranti nel senso che non si parla della relazione che intercorre con loro. “Si parla di Tratta, di Ius Soli ma questi temi vanno gestiti con un più ampio sguardo. Dobbiamo prendere in mano il governo dei conflitti non demandandolo più ai partiti e alle organizzazioni tradizionali di sinistra” (Imma Barbarossa, Roma).

Si cita la necessità di problematizzare alcune parole, come il partire da sé ma per sapersi anche allontanare per incontrare qualcosa di più grande; come la parola “relazione” da intendere come il rapporto con le donne con cui costruire assieme, agire insieme per aprire un welfare diverso da quello che ancora permettono le istituzioni. E infine problematizzare la parola “pratiche”: sfidare luoghi e donne che hanno pratiche diverse dalle nostre, cosa più che mai attuale in un Convegno dove sono presenti gruppi e collettivi di donne da tutt’Italia. Si chiede di moltiplicare spazi e relazioni, da inserire in un terreno di discontinuità perché il mondo è cambiato e anche noi lo siamo. Guardare, quindi, “a uno spazio non solo nazionale ma internazionale, da cui passa ormai anche la ricerca di reddito”. (Alisa Del Re, Padova)

Centrale la discussione sul nuovo significato da dare ai termini precarietà e conflitto, alle tappe della relazione che portano a un fine, più importanti del fine stesso.

Prendersi cura di sé nella malattia, la precarietà di essere ammalate e di avvicinarsi alla morte è una nuova dizione dell’essere precarie. “La parola ‘cura’ nella politica tradizionale la si sente ovunque, ma viene stravolta. Io ho avuto dei guadagni perché ho potuto vedere la questione della crisi in rapporto con le altre donne. Vorrei sentire non affermazioni ma la narrazione delle situazioni in cui ci troviamo”.(Maria Luisa Boccia, Roma)

Nel pomeriggio del sabato si aprono i Laboratori di discussione. Io vedo a quello su Lavoro e economia.

Molte denunciano la durezza delle esperienze in cui si trovano a lavorare, dalle ragazze che passano da un lavoro precario all’altro alle Sindacaliste di fabbriche dove le donne pagano un pegno pesante, alla crisi che “entra come ‘scippo di relazioni’ nella vita di chi è più garantita per reddito e nello sguardo delle donne, in situazioni di minor sicurezza, con cui è in rapporto, si vede oggettivata come privilegiata”.(Irene Strazzeri, Lecce)

Illuminanti gli interventi sul tema di Lia Cigarini, Antonella Picchio, Giordana Masotto. “Le donne hanno la forza per cambiare, ma se noi per prime le vediamo come le più deboli dei deboli, dove troveremo questa forza? (Lia Cigarini)

“Possiamo lavorare sulla tensione tra debolezza e forza? C’è un Godzilla che assorbe tutta la ricchezza del Welfare. Se le donne si trovano senza servizi sociali devono sostenere tutto sulle loro spalle.” (Antonella Picchio)

Si discute di micro e macro economie.

“La strettoia da cui uscire è il continuare a rimpallarsi tra chi fa economie condivise – (le microeconomie, ndr.) – e quelle delle fabbriche più coatte (come le donne della Mambro, ad esempio). Questa continua oscillazione è la realtà. Vogliamo dire che qualcuna ha la priorità nel costruire politica? No, ognuna ha il suo senso, purché si riesca in quel contesto a portare questa esperienza di rottura femminile. E’ il punto di vista delle donne che deve cambiare il senso, il punto della conflittualità. Rispetto alla flessibilità sempre maggiore che il Sistema vorrebbe, di cui parlano le sindacaliste: a me piace moltissimo la possibilità di cambiare lavoro, ma deve diventare dirompente il proprio modo di confliggere all’interno. E’ come se ci fosse una sorta di impulso irrefrenabile a portare la sintesi invece che aprire il conflitto. Possiamo portare un’idea diversa di conflitto ma conflitto dev’essere. E questa è una lezione per il mondo, non solo per noi.” (Giordana Masotto)

“Ha ragione Giordana, il conflitto va aperto, mentre le donne tendono a mediare. Con gli uomini è impossibile confliggere, loro tendono a far fuori chi gli si pone contro. Le donne sembrano andare avanti e indietro tra libertà e necessità, sanno tenerle unite. Sul conflitto io oscillo: forse hanno ragione le donne a fare un lavoro da formichine in settori dove stanno diventando maggioranza, quindi cambiamenti sui microcosmi. E’ il lavoro paziente che fai lì dove agisci per rafforzare le relazioni mantenendo la radicalità senza dover/ poter fare la rivoluzione come speravamo a Paestum l’anno scorso. Oscillo, appunto,fra una sorta di misoginia quando mi chiedo perché le donne non si ribellano e l’altro mio pensiero:” (Lia Cigarini.)

Rischi. “Concordo assolutamente sul ‘Primum vivere’. Ma il conflitto deve essere collettivo per essere efficace; se non ci si impegna in questa rivoluzione avremo solo le formichine nel loro contesto.” (Antonella Picchio)

Siamo ormai all’assemblea conclusiva di domenica mattina. C’è chi ha tratto energia da queste giornate di discussione e ricorda che l’energia è l’asse portante della creatività, chi, a proposito della sproporzione tra noi e la crisi ritorna all’immagine delle formiche di cui si era parlato il giorno prima, a questa società strutturata e fortissima, capace di trasferire montagne. E se le donne esistono nel micro hanno però una visione grande, un orizzonte più vasto, e possono riuscire a trasferire i contenuti che le guidano nel micro, dando a esso rilevanza sociale, nel macrocosmo in cui sono inserite. (Silvia Motta).

Quasi alla fine arrivano i temi più scottanti. Sono possibili ‘incursioni’ nella politica seconda in momenti di emergenza? – (La Legge Bossi/ Fini, La legge sul Femminicidio dove le donne sono presentate come oggetti di pura tutela) – chiede Fulvia Bandoli di Roma, e aggiunge: “Siamo sicure che entrare in quella politica infici la nostra pratica? Io credo che con un accordo di molte donne in relazione, su queste questioni, essa non si imbastardirebbe.” Qui esplode la passione in tutte le sue forme, i suoi dinieghi, le sue precisazioni. “Non so se c’è un difetto di pratica o di autorità, ma certo c’è un difetto di comunicazione; che è cosa già politica”, ricorda Laura Minguzzi della Libreria di Milano).

In conclusione, teniamo la passione politica e la consapevolezza della gestione del conflitto necessario come guadagno del Convegno.

E la convinzione, espressa da più parti, che la Rivolta è l’idea che la nostra Epoca deve pensare.

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