Paestum 2013: Spostamenti e riconoscimenti

16 Ott

di Anna Picciolini

Voglio dire di Paestum quello che ho detto in questi giorni alle amiche e alle compagne che mi hanno chiesto di parlarne, e voglio dirlo a tutte quelle con cui le pagine del Paese delle Donne mi permettono di comunicare. Scrivo una settimana dopo, e scrivo, intenzionalmente, prima di leggere gli interventi apparsi in questi ultimi giorni sul blog. L’incontro di Paestum 2013 è andato bene, molto bene. Meglio, mi permetto di dire, di come facesse pensare il dibattito che lo ha preceduto. L’avevo seguito poco… e quindi non ha condizionato le mie aspettative, che erano ovviamente diverse da quelle dello scorso anno, con una forte apertura di credito nei confronti dei gruppi di donne più giovani che lo avevano organizzato. La lettera-invito era bella: metteva a tema la libertà delle donne come qualcosa che dipende dalle condizioni materiali di vita, che postula l’accesso ai mezzi per condurre una vita dignitosa.

Sabato mattina l’incontro è stato aperto dagli interventi delle organizzatrici, che, partendo dalla lettera, hanno sottolineato come la precarietà sia “il punto debole del sistema, a partire dal quale si può pensare il cambiamento” (Ilaria di Femminile plurale). Nel processo di cambiamento hanno giocato e giocano un ruolo le “nostre” istituzioni: le librerie, le case delle donne, i luoghi occupati, nei quali nascono “nuove pratiche di relazioni lavorative”.

Ma se “la precarietà esistenziale crea conflitto – Chiara – questo conflitto non è fra generazioni” e “il riconoscimento reciproco fra generazioni è la base dell’autonomia di pensiero del movimento politico delle donne”. Ancora, afferma Chiara, “la disparità fra donne non deve insuperbire o inferiorizzare nessuna”.

Per questo è stato importante il gesto delle promotrici di Paestum 2012 che hanno detto “andate avanti voi”. Perché (Laura della Libreria di Milano) ci serve una “pratica genealogica in vita”. Serve “riconoscere il di più dell’altra come guadagno per me, perché è il riconoscere valore a una venuta prima che mi permette di andare nel mondo con forza”.

E’ stata giustamente sottolineata, soprattutto dalla compagne di Artemide, l’importanza del Fondo di solidarietà [Fondo Economia delle relazioni tra donne, Ndr], che ha consentito a chi aveva difficoltà economiche di venire a Paestum grazie ai contributi di altre.

Gli interventi della mattina di sabato si sono intrecciati su molti temi. Mi soffermo su quelli su cui, a mio avviso, c’è stata una capacità di esplicitare le pratiche differenti, di interrogarsi sulla loro efficacia, di gestire il conflitto producendo uno spostamento significativo.

E’ stato affrontato il rapporto fra rivoluzione simbolica e rivoluzione materiale: il femminismo della differenza, a partire dagli anni ’80, ha giudicato la prima “più forte e più importante”, come ha sottolineato Letizia Paolozzi, mentre la seconda “non si è ancora vista”. Ma, ha ricordato Geni Sardo, una rivoluzione materiale c’è stata nelle vite di quelle di noi che hanno adesso 60 anni e più, che a 17-18 avevano condizioni materiali molto simili alle giovani di oggi. E Antonella Picchio ha sottolineato come il nostro essere corpo-mente-emozioni ci dice che “non possiamo dividere simbolico e condizioni materiali, ma che il simbolico deve recuperare le condizioni materiali, che sono condizioni di potere”.

Fra le realtà che non possono essere lette se non tenendo insieme materialità delle vite e simbolico, quella delle donne migranti, che anche quest’anno non ci sono, non solo per difficoltà oggettive, ma per la mancanza di una relazione fra noi e loro, che a volte vediamo solo un “problema da gestire” (Antonietta di Foggia). Il rischio è anche un altro (Imma Barbarossa): che il problema, per essere gestito, venga disarticolato, ridotto a temi, “tratta”, “nuove cittadinanze”, ecc., perché non mancano solo i loro corpi, “manca il loro pensiero”.

Molto importante la sottolineatura da parte di Gabriella Musetti di quella modalità di trasmissione fra generazioni che nelle introduzioni è stata definita “genealogia in vita”. Rappresenta il superamento di quella non-comunicazione fra le generazioni che troppo spesso c’è stata in passato. Non vuol dire che alcune vanno in pensione, non vuol dire inclusione o comunanza, vuol dire confronto, “sguardi diversi sulle situazioni”.

Io ho detto che sarebbe necessario anche chiedersi che fine hanno fatto le “giovani” che in diverse circostanze si sono affacciate nei luoghi del femminismo, almeno da una ventina d’anni a questa parte: le ventenni dei collettivi che parteciparono alla organizzazione della manifestazione nazionale del giugno 1995 oggi hanno quarant’anni. E per lo più non ci sono (mentre le quarantenni impegnate in SNOQ hanno un’altra storia). E allora nella riflessione necessaria sulle istituzioni delle donne, sulla loro capacità di costruire pratiche politiche efficaci, andrebbe messa a tema anche la loro in/capacità di essere luoghi di confronto autentico.

C’è stato uno scollamento fra le esperienze delle istituzioni delle donne (case, librerie), delle pratiche di relazione raccontate ed enunciate e quello che è successo nella società (Maria Grazia Sentinelli). E comunque quei luoghi, pur oggetto di critiche legittime, sono necessari (Rosa Calderazzi) e vanno moltiplicati, per costruire uno spazio politico che non può più essere solo nazionale, ma deve essere europeo (Alisa Del Re).

Elisabetta Donini ha posto il problema del non facile rapporto fra femminismo e pacifismo, partendo dalle difficoltà di rapporto che donne e uomini hanno spesso anche in luoghi di movimento dove dovrebbero essere smontate logiche di pace-guerra. Il femminismo, ha detto Carla di Fano, citando Manuela Fraire, afferma che il conflitto è “funzione” della relazione, mentre chi sceglie la guerra come modalità di soluzione di un conflitto è perché lo vive come “disfunzione” delle relazioni.

Dopo circa un’ora dall’inizio dei lavori la sequenza degli interventi (si è adottata la stessa pratica dello scorso anno, con il microfono portato in giro per la sala) è stata interrotta dalla performance di un gruppo di giovani donne, che sono salite sul palco e si sono presentate come gruppo F9, F per femministe, nove per nuove, ma anche come 9, numero del gruppo (non tematico) in cui alcune di loro erano a Paestum 2012 e dove lo scontro generazionale era stato particolarmente acuto.

Ma le componenti del gruppo, e il manifesto che hanno letto lo testimonia (manifest@9 in https://primadituttolibere.wordpress.com/2013/07/15/fondo-paestum-2013-economia-delle-relazioni-tra-donne/), evitano accuratamente di definirsi “giovani”, negano di essere le “ereditiere”: affermano di non voler “vivere il confronto generazionale nell’asimmetria di potere e autorità”. Si definiscono, e questo termine aveva avuto fortuna già lo scorso anno, femministe “storiche”, perché calate nella storia di tutte. Sottolineano il rischio che “il femminismo parli del corpo delle altre, oggetto di un discorso politico e non soggetto”.

Dopo la performance, alcune delle intervenute ne hanno attaccato il metodo senza entrare nel merito, paragonandola alle incursioni dei collettivi studenteschi contro i “baroni” universitari (Tristana), o contestando il fatto che il gruppo avesse letto un testo già scritto (Rosetta Stella), violando una regola implicita dell’assemblea, il “confronto in presenza”.

Sul metodo (“vedo qui un conflitto che non mi piace”), ma anche nel merito, è intervenuta invece Maria Luisa Boccia: “mi interessano le pratiche e la loro efficacia, … vorrei parlare dei guadagni a partire dai vissuti, perché la nostra rivoluzione materiale e simbolica è prima di tutto nei vissuti”.

Sabato pomeriggio si sono riuniti nove gruppi di lavoro (io preferisco questo termine a quello di “laboratori”) tematici. Alcuni troppo numerosi, e questo ha complicato le cose. Non perché nei gruppi più piccoli non siano emerse divergenze, ma perché in questi è stato più facile il confronto, la gestione del conflitto per uscire con uno spostamento significativo di posizioni. E di questo aspetto, che è qualcosa di diverso dalle pratiche politiche, che è una questione di metodo in senso più tecnico, bisognerà parlare in futuro.

A ciascun gruppo, e a ciascuna delle persone che ne facevano parte, il compito di raccontarsi: così è stato fatto domenica in plenaria, così si sta facendo e si continuerà a fare sul blog, che è ovviamente destinato a rimanere (così come il Fondo di solidarietà, e questo era meno scontato).

Domenica mattina in plenaria, la maggior parte degli interventi sono stati di ripresa della discussione impostata sabato. E lì io ho vissuto la sensazione che per la maggior parte delle donne presenti, giovani e meno giovani (e uso questa categoria descrittiva solo per dire che in questo caso non descriveva proprio nulla…) quelle 24 ore non fossero passate invano.

Sulla performance del gruppo F9 giudizi più meditati, che entravano nel merito ed erano per lo più di condivisione. Anche se una del gruppo, ricordando le reazioni negative del giorno prima si è chiesta: “Possibile che non riusciamo più a gioire insieme della gioia di qualcuna?”

Certo sull’incontro nell’insieme sono rimasti giudizi contrastanti: c’è stata contaminazione, scambio, “spostamento in avanti collettivo della soggettività femminista” (Maria Grazia Sentinelli); non c’è stato scambio, ma contrapposizione (Katia Ricci); c’è stato un ricco confronto/intreccio di linguaggi e di pratiche (Gianna Candolo); abbiamo vissuto la “multicentralità nel femminismo, cioè una parzialità non oppositiva” (Elisabetta Donini). Il confronto fra le pratiche funziona quando non vengono assolutizzate, ma se ne riconosce la parzialità (Maria Castiglione).

Il conflitto ci ha portato a un nuovo livello di relazione, al riconoscimento reciproco “basato sull’inaddomesticato di ognuna” (Danila De Angelis). Dobbiamo “imparare a configgere fra noi, che non siamo nemiche, per affrontare il conflitto globale” (Danila De Angelis, Maria Paola Patuelli).

È stata sottolineata da molte l’importanza dell’autocoscienza come “pratica politica femminista che le donne propongono al mondo” (Lia Cigarini, Pia Brancadori). Non a caso un gruppo di lavoro aveva questo come tema e ha raccolto interesse ed entusiasmo da parte di molte “venute dopo”.

Più controverse le posizioni su un’altra pratica politica femminista, quella dell’affidamento all’autorità della madre (simbolica): si è parlato di autorità sociale delle donne, mentre Clara Jourdan ha negato la necessità della reciprocità nel riconoscimento del di più di valore dell’altra, affermata da alcune.

Le istituzioni delle donne e la loro efficacia sono state oggetto del lavoro di un gruppo in cui il conflitto è apparso a molte inutilmente aspro e inefficace: in plenaria, Maria Grazia Campari ha affermato che “la capacità femminile di creare spazi e gestire forme di governo … ci può gratificare, ma non ci può appagare. È una falsa alternativa quella fra essere potenti nelle nicchie e aggredire la foresta pietrificata delle istituzioni italiane”.

Maria Luisa Boccia – citata in plenaria da Eleonora di F9 – ha parlato nel gruppo di uno spostamento che non c’è stato, di una nostra inefficacia a contrastare lo svuotamento dei luoghi della democrazia. Da qui Eleonora ha sottolineato la nostra “incapacità di un’assunzione collettiva di responsabilità, di un potenziamento reciproco nel conflitto all’esterno”.

La rivoluzione necessaria di cui parliamo a Paestum e che dovremmo portare ovunque, si colloca “fra uno spazio micro, di presa di coscienza, e il contesto più ampio” (Antonella Picchio). Dobbiamo “lavorare nel micro con l’orizzonte grande”, necessario per tenere insieme le cose (Silvia di Milano).

Fulvia Bandoli ha posto l’esigenza che il femminismo faccia delle “incursioni” anche su terreni non suoi, per esempio firmando il referendum contro la legge Bossi-Fini.

Di leggi non si è parlato molto, soprattutto se penso al dibattito dell’anno scorso sulle norme per la presenza delle donne nei luoghi decisionali (50&50) o sull’applicazione della 194.

Ma le due leggi di cui si è parlato sono state all’origine del momento più sgradevole di tutto l’incontro, i 20 minuti (non di più) di scontro (che è cosa diversa dal conflitto) che hanno concluso la mattina di domenica.

Del DL 93/2013 in discussione in parlamento, quello in cui alcune norme molto discutibili contro la violenza maschile sulle donne annegavano fra altre norme securitarie (militarizzazione di cantieri) o relative ad altro (le province) aveva parlato sabato mattina solo Oria, presidente della cooperativa Befree, che di donne maltrattate si occupa. In quell’intervento si diceva che “ci stiamo polverizzando”, in riferimento al difficile e per certi versi confuso dibattito fra donne su quel testo.

Il gruppo del pomeriggio pare sia stato anch’esso luogo di conflitto non gestito, anche perché il tema della violenza era accostato a sessualità/amore. Proporre quindi quasi in conclusione della plenaria l’approvazione di una mozione, di un ordine del giorno sul DL non si è rivelata una scelta felice. Purtroppo questo scontro ha trascinato con sé un’altra proposta, quella avanzata il sabato mattina di scrivere a Giusi Nicolini, sindaca di Lampedusa, una lettera di espressione di vicinanza, proposta che si era arricchita successivamente nel senso che la lettera avrebbe dovuto contenere anche il rifiuto della legge Bossi-Fini o almeno la richiesta di cancellazione del reato di immigrazione clandestina.

Io credo che se non ci fosse stata la richiesta di approvare una mozione sul DL sulla violenza sarebbe stato facile, oserei dire ovvio, approvare un testo sull’immigrazione, ma l’altra proposta ha scatenato reazioni difficili da gestire, nel breve tempo in cui alcune già partivano e tutte davano segnali di stanchezza. Riconosco a Maria Luisa Boccia un tentativo di fare chiarezza, non riuscito. Sul DL è comparso un appello che lo definisce “non in nostro nome” e su di esso si stanno raccogliendo firme. La tragedia di Lampedusa intanto continua e forse sarà un terreno su cui “fare incursione”, se riusciremo a trovare modalità più efficaci di una firma.

Due commenti. Sabato mattina, per un momento, ho avuto con tristezza l’impressione che il conflitto fra donne della mia generazione (da noi gestito molto male) fosse spostato sulle più giovani, che invece, nel corso delle due giornate, hanno mostrato di avere ben chiaro che il conflitto vero è nel mondo, con il potere.

Domenica mattina, con gioia, ho registrato invece che nel linguaggio prevalente si è smesso di parlare di libertà femminile e si è ri/cominciato a parlare di libertà delle donne (e degli uomini). Quando il termine “libertà femminile” ha prevalso nel lessico femminista io ho resistito: mi fa problema che si usi femminile come un aggettivo qualificativo, a definire appunto una qualità diversa della libertà agita dalle donne. Si lasciava cadere così il termine libertà delle donne, che pone in primo piano i soggetti di questa libertà.

Domenica, ma anche sabato, non ho praticamente sentito parlare di libertà femminile, ma (quasi) sempre di libertà delle donne (e degli uomini). Cito due frasi che rafforzano il concetto: “io non sono libera, se non fra libere” (Maria Luisa Gizzio); “libertà di tutte e tutti, non come solidarietà, ma come condizione di una libertà piena” (Antonella Picchio).

Dietro questa trasformazione lessicale io leggo quell’intreccio fra materiale e simbolico che ha attraversato e segnato positivamente Paestum 2013.

E restando in tema vorrei concludere con Franca Fortunato, che ha detto: “Si può essere libere con poca felicità, ma non si può essere felici con poca libertà”.

(Questo articolo è pubblicato anche sul sito http://www.womenews.net)

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