Un “Sasso rovente nello stagno”

17 Ott

di Paola Zaretti

“Solo se il tuo desiderio fosse quello di gettare un sasso rovente nello stagno, potrei consigliarti di inviarlo. Perché sono certa che verrebbe frainteso…”

Ha risposto così un’amica che fa parte del gruppo di Autocoscienza on-line dopo aver letto le riflessioni qui proposte in merito ad alcuni accadimenti verificatisi a Paestum 2013. E poiché proprio di quel desiderio si tratta, ho deciso di postare quanto segue nonostante nulla garantisca dal fraintendimento che potrebbe seguirne.

Tutto quello che non mantiene uno stato di uguaglianza (…) viene privato di esistenza: così paradossalmente nell’indivisione si ha diritto di esistere e nel distinguersi si viene cancellate (Putino, Arte di polemizzare tra donne)

Ho letto alcuni documenti “dopo Paestum” – mi riferisco, in particolare, a due scritti firmati, rispettivamente, da Chiara Melloni, Ilaria Durigon e Laura Capuzzo di Femminile plurale e da Barbara Verzini, Tristana Dini e Stefania Tarantino -contenenti, sia pure in forme e tonalità non equiparabili, una critica sostanziale e sostanziosa, di merito e di metodo, al disegno di “conquista” del palco messa in atto dal Gruppo delle Femministe Nove.

A sollecitarmi a scrivere non è un giudizio di valore o disvalore assegnabile a tale performance – su cui ora non mi soffermo – ma un punto di osservazione che prescinde dai contenuti e dalla modalità del suo manifestarsi all’interno del Convegno. Un punto d’osservazione che, senza bisogno di andare a cercare “dietro” le parole delle scriventi – come ogni approccio “dietrologico” vorrebbe – sta dentro il cuore delle parole che giungono a chi legge e che dice di un conflitto fondato sul primato di un’egemonia femminile che ai primati e alle prestazioni di marca maschile non ha nulla da invidiare.

Mi sono chiesta, in effetti, se le critiche piuttosto astiose e svalutanti rivolte alle F Nove da Femminile plurale – non siano le stesse che potrebbero essere “girate” alle scriventi. Non occorre una particolare lungimiranza per comprendere che la principale e celebrata “posta in gioco” che a Paestum si è andata consumando, aveva di mira la conquista, attraverso il palco, di un potere egemonico giuocato non già, o non solo, fra donne di vecchia e nuova generazione ma fra donne della stessa generazione.

Ciò che è apparso chiaro a chi aveva occhi per vedere e orecchie per intendere, è che coloro che avevano ricevuto, dalle “anziane” l’investitura ad aprire il Paestum 2013, non erano disposte ad accettare di essere surclassate, imprevedibilmente, da altre che si presentavano lì, senza investitura.

Essere imprevedibilmente scalzate da una posizione, sino a quel momento privilegiata, di testimoni uniche di un passaggio generazionale da tempo perseguito e finalmente incoronato, non è piacevole, certo, e suscita, comprensibilmente, sentimenti di rabbia e risentimento nei riguardi di chi, con mossa imprevista, fa irruzione nel bel mezzo del palco mettendo in scacco – con il consenso e il favore di larga parte delle donne applaudenti presenti in sala – il presunto primato conquistato.

Uno schiaffo, insomma, uno schiaffo insopportabile a un narcisismo che reclama vendetta e risarcimento attraverso la scrittura. La quantità, la frequenza e la ripetitività dei meccanismi proiettivi riscontrabili soprattutto nel testo di Femminile Purale, è davvero impressionante e ciò sta a significare almeno un’evidenza: che l’autocoscienza – ritualmente ri-nominata nel PAESTUM 2013 – è una pratica oggi inesistente o ridotta al grado zero da molte di coloro che di questa parola fanno uso.

Solo un’acquisita consapevolezza delle ragioni del mio dire, del mio agire, solo la coscienza e il riconoscimento della verità che mi abita nel mentre rivolgo ad altra un’accusa che potrei/dovrei rivolgere innanzi tutto a me stessa, mi permette infatti di comprendere se tra me e l’altra, se tra le sue modalità comportamentali e le mie, esiste davvero quella relazione di differenza che vado predicando o se si tratta, invece, nel mio dire e nel mio agire, della solita famigerata opposizione speculare di stampo patriarcale.

Va da sé che senza una tale acquisizione, il marasma è assicurato: ciascuna accusa l’altra di fare ciò che lei stessa sta facendo – senza avere la minima consapevolezza di farlo. Si rischia così di annegare nel torbido di parole senza senso e sempre meno capaci di distinguere le irragionevoli ragioni di un “conflitto” in cui a scatenare la guerra fra donne è proprio – paradossalmente – quella insopportabile Differenza tanto invocata e maledettamente temuta.

Si attaccano così gli “eserciti” nemici senza accorgersi di essere lì con un paio di battaglioni altrettanto ben addestrati a ristabilire gerarchie perdute per via della presenza imprevista delle Femministe nove.

Uno spettacolo povero, troppo povero per un femminismo davvero nuovo – con o senza le “Nove”. Uno scenario che nemmeno l’oro di Putino, riesce a salvare da protagonismi e da primizie fallocentriche, da egemonie offerte in omaggio alla peggiore politica maschia che usa il molteplice, il Plurale – maschile o femminile che sia – al solo scopo di meglio esaltare l’Uno. Perché Putino, se proprio vogliamo citarla, scrive questo – anche questo:

“La differenza è una messa in gioco del molteplice. Forse per pensare in termini di differenza sessuale occorre abbandonare un modello, un’aggregazione di modi fissi, un’idea di germe e di origine; smetterla col calco ordinato e procedere in uno sviluppo dell’eterogeneo. Far dipendere la differenza dalla molteplicità e dalla possibilità delle variazioni, significa vanificarla come interiorità, soggetto e significante: metterla sui piani dei concatenamenti singolari, degli effetti che non possono essere restituiti a nessun centro”. (Putino)

Niente modelli, Niente modi fissi, Niente idea di germe o di origine, Nessun “centro”. Abbiamo compreso? E ancora: Vanificazione di soggetto e di significante. Questa la via indicata da Putino che con i trionfi dei vari IO IO IO narcisistici di turno e della loro implacabile voglia di vincere, di autorità e sovranità, non ha nulla a che vedere.

Che si sia voluto ignorare o ridimensionare l’accaduto come insignificante in un luogo in cui Libertà e Rivoluzione sono al centro, che non si considerino minimamente e non si discuta sulle eventuali responsabilità “formative” di alcune Madri del femminismo che hanno fatto della voglia di vincere la loro parola d’ordine, che si sia voluto rimuovere il “negativo” insistendo enfaticamente sulla bellezza e positività dell’incontro, sulla festa dell’essere donne – e tante- e insieme- appassionatamente, è una scelta che alla lunga preziosa risorsa che è la scrittura, di mettere nero su bianco e di elaborare e attenuare, in una qualche misura, sentimenti forti a parziale salvaguardia di chi li prova.

La frequenza e la ripetitività dei meccanismi proiettivi non paga. Non paga neppure nell’immediatezza di quel dato schiacciante e rimosso: il numero dimezzato delle partecipanti di cui nessuna pare preoccuparsi.

Se un cambiamento di questi modelli comportamentali giungerà dalle Nove non so. E’ presto per dirlo ma temo fortemente che quel numero ridotto di presenze testimoni di un ritardo nel comprendere e nel prendere atto che nessun cambiamento, nessuna vera rivoluzione personale e politica potrà giungere da un femminismo invischiato e contaminato dalle stesse logiche fallocentriche che vuole combattere.

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