Rassegna stampa: Luisa Betti, il manifesto

18 Ott

di Luisa Betti

Batti e ribatti sul post #Paestum

C’è un forbito dibattito intorno a quello che è successo a Paestum quest’anno. C’è chi fa finta di nulla, chi cerca di ripristinare i confini abbattuti, chi dà addosso alle Femministe nove (F9) per la “presa della Bastiglia” quando sono salite sul palco, chi ribadisce che l’autocoscienza ci porterà alla liberazione totale, e chi invece accetta di dialogare con un diverso modo di sentire e un differente modo di procedere, al di là dei dati anagrafici. E la sollecitazione a scrivere qui e oggi, mi viene proprio da uno degli interventi più lucidi in questo senso, ovvero quello di Pina Mandolfo sul blog di Paestum, di cui apprezzo la schiettezza e il coraggio.

D’altronde non è certo colpa delle più giovani ma neanche delle “medie” (come siamo state ribattezzate), se la realtà che ci si ripropone davanti è quella di una potente controffensiva di un potere patriarcale mai distrutto e con il sapore di scenari passati. E non è responsabilità nostra se chi ci dice che oggi dobbiamo ancora “stare ferme” in una stanza a confrontarci sul nostro “sentire”, ha in parte fallito (almeno come pratica unica e prevalente), dato che proprio la realtà e le condizioni di vita materiali delle donne oggi, ora, adesso, sono quelle che sono in Italia e nel mondo. Per questo, e per la decisione profonda di affermare il desiderio e il diritto a un mondo diverso, che la risposta dell’azione politica allo “stato delle cose” attuale, non è dettata dall’angoscia o da problemi esistenziali ma da una ratio lucida e spietata, determinata a una scelta coraggiosa e forse inevitabile: quella di combattere in prima linea, alzando la voce non dentro casa o in luoghi chiusi, ma fuori, pubblicamente e con forza.

Corpi usati, stracciati, strumentalizzati, fatti a pezzi, tutti e indistintamente: giovani, vecchie, medie, ragazze e bambine, storie di vita agghiaccianti, fuori dalla comprensione umana che si consumano ogni istante in una qualsiasi parte del mondo sul corpo di una donna. Ora, adesso, e in nome di quella discriminazione che sostenuta culturalmente diventa pratica su ogni circostanza di vita di una donna. Ma se la discriminazione è il marchio pressato a fuoco sulla pelle di chi nasce femmina, e se questo marchio te lo porti addosso finché campi, bello, grande, stampato sulla faccia, la via d’uscita qual è se non fermare la mano che imprime quel marchio? Eppure bisogna essere consapevoli che avere questo marchio in faccia fa di te una schiava. E allora si potrebbe pensare a un intreccio, a un sostegno tra pratiche di autocoscienza e pratiche politiche “esterne”, in cui l’una non esclude l’altra, e in cui ogni forma di lotta viene inclusa per dare l’avvio a un fronte femminista grande, forte e implacabile contro il potere maschile. Un vero soggetto politico che sappia dire e incidere sulla realtà. Che sappia cambiare davvero il modo di pensare, con una consapevolezza che permetta di rintracciare stereotipi nascosti nelle pieghe profonde della società e così tanto radicati da risultare quasi invisibili. Stereotipi che sono parte integrante del nostro modo di vivere, e che pongono uomini e donne su piani di superiorità e subalternità in base al sesso, e senza alcuna altra motivazione, condizionando pesantemente le relazioni umane e la vita. Ruoli definiti, stereotipati, che sono l’humus su cui proliferano la discriminazione e la violenza sulla donne. Una discriminazione che è già una forma di violenza perché riduce noi tutte a oggetto da conquistare, possedere, controllare, ed eventualmente sopprimere. Una condizione che ci accomuna nelle diverse consapevolezze e che è terreno per tutte le forme di lotta, perché ognuna di noi ha bisogno dell’altra, soprattutto se è contro questo potere e desidera una trasformazione dell’esistente.

Allora ci vuole elasticità, apertura, capacità reale di ascolto e soprattutto tanta pazienza. Prendere il meglio di quello che c’è stato prima, pensando però anche a qualcosa di nuovo, e avviando un dialogo reale, senza steccati o pregiudizi: “questo si fa, questo invece non si fa”. Altrimenti di quale libertà parliamo? E’ invece, credo, partendo da obiettivi comuni e dalla capacità di accogliere davvero le differenze, che potrà avvenire quel riconoscimento di autorevolezza non formale ma reale, sentita, vera, da parte di chi ha lottato prima di noi. Un riconoscimento, però, che deve essere reciproco.

(Questo articolo è stato pubblicato sul blog Antiviolenza de «il manifesto»)

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