“Eccitazione permanente” in relazioni politiche vive

22 Ott

di Sara Gandini e Laura Colombo

Pensare in presenza e niente esperte in cattedra anche quest’anno a Paestum. Si tratta del qui e ora, in relazione, una pratica politica viva, non un codice di comportamento o una lista di cose ammesse e precluse, non un’impalcatura. Infatti alcune a Paestum sono perfino salite sul palco per interloquire da femministe in un luogo del femminismo, nella maniera più efficace per loro.

L’imprescindibile per noi è poter scorgere semi di libertà femminile che germogliano. Quando ci sono donne che vivono la relazione tra loro come pratica politica e hanno il coraggio di rimettere in discussione tutto ma non il loro desiderio, il nostro stato di eccitazione prende il volo. È quello che abbiamo visto e sentito con la performance delle Femministe Nove a Paestum, che è stata un forte polo d’attrazione.

Ci sono state anche critiche decise, alcune hanno denunciato il rischio di ripetizione rispetto al femminismo degli Anni ‘70, una mancanza di originalità. Altre hanno detto che Paestum non era il luogo adatto per una performance di questo tipo, che l’intervento non doveva essere preparato in precedenza, che i termini del conflitto non erano chiari, che non ci si presenta come gruppo parlando a nome di un collettivo. Certamente queste critiche, che riguardano la pratica politica, sono importanti.

Noi vorremmo interloquire su un punto, contenuto nel manifesto letto durante la performance. È un conflitto necessario, perché ne va della nostra libertà. Come diceva Clara Jourdan a Paestum, si crea autorità femminile quando una donna riconosce a un’altra un di più su qualcosa d’importante per sé, senza pretendere reciprocità. Questo è l’atto significativo, rivoluzionario: posso creare autorità femminile, che circola nel mondo generando nuova società femminile per tutte. Nel loro manifesto, le Femministe Nove dicono di non voler vivere l’asimmetria dell’autorità. Noi pensiamo che questo sia un punto cruciale: cosa significa, oggi, riconoscere che non siamo tutte pari? Riconoscere il di più dell’altra? Perché è un guadagno per tutte? Noi sappiamo che quando riconosciamo in alcune donne un sapere, un’intelligenza e intuizioni che allargano l’orizzonte, i nostri riferimenti cambiano, il mondo cambia, perché deve fare i conti con la soggettività femminile. La misura su ciò che ha valore, il senso che diamo alle cose non è più lo stesso, e quello che capita è esattamente il potenziamento della libertà femminile, cui aspirano le Femministe Nove.

Ci rendiamo comunque conto che si tratta di un nodo politico intricato, da continuare a pensare. Facciamolo insieme!

Un punto del loro manifesto ci è piaciuto molto. Si tratta di un’affermazione importante, che riguarda noi e il nostro presente: “La rivolta è quello che il femminismo, in questo secolo, ha da ripensare”. Noi diremmo, con le nostre amate Pussy Riot, che abbiamo vinto nel momento in cui impariamo “ad essere arrabbiate e a dirlo politicamente”.

A Paestum abbiamo anche visto felicità e simpatia, voglia di divertirsi e gioire delle relazioni, desiderio di mettersi in gioco, con ironia. Le Femministe Nove erano fiere del lavoro che ci mostravano con la loro performance e questa forza si è irraggiata in tutta la sala di Paestum. Di questo siamo grate alle Femministe Nove, come siamo grate di avere nominato l’importanza dell’erotismo anche in politica, tema a noi caro da anni.

Desideriamo quindi creare momenti di scambio in presenza, in cui possiamo metterci in gioco in prima persona. Lo diciamo anche perché le Femministe Nove non c’erano nella preparazione di Paestum e ci avrebbe fatto piacere che invece fossero con noi nel pensare e organizzare l’incontro. È stato un momento molto conflittuale, che ci ha dato una grande occasione per conoscerci e rilanciare le relazioni tra noi, “venute dopo”. Solo puntando su relazioni vive possiamo mettere al centro la pratica del conflitto in modo fecondo. Nella speranza che coglieremo tutte l’occasione di ritrovarci a Bologna sabato 14 dicembre, accettiamo l’invito di Tristana Dini, Stefania Tarantino e Barbara Verzini.

(Questo articolo è stato pubblicato anche sul sito della Libreria delle donne di Milano)

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3 Risposte to ““Eccitazione permanente” in relazioni politiche vive”

  1. Paola Zaretti 22 ottobre 2013 a 14:26 #

    “Si crea autorità femminile quando una donna riconosce a un’altra un di più su qualcosa d’importante per sé, senza pretendere reciprocità”.

    Inutile dire che ritorna qui il solito vecchio ritornello sui benefici della “disparità” , dell”‘affidamento” e dell'”autorità”.
    Che cosa significa questo enunciato?
    Significa che a una donna viene richiesto – in una forma non distante da ciò che suona come un obbligo a tutti gli effetti – di dare autorità a un’altra donna rinunciando al tempo stesso a pretenderla per sé.
    Come possa essere considerato rivoluzionario un simile atto di sudditanza e di servitù coatta ispirata alla vecchia logica servo-padrone, interna, – come Lonzi ci ricorda – al mondo umano maschile, non si comprende. Resta oscuro, d’altronde, come la circolazione nel mondo di una tale autorità padronale possa generare “nuova società femminile per tutte”.
    Se c’è almeno una ragione per considerare Nove le Femministe Nove, questa consiste precisamente nel rifiuto radicale di un’asimmetria postulata, teorizzata e praticata da tempo, quale dogma a fondamento di una nuova e differente relazione fra donne.

  2. Lea Melandri 22 ottobre 2013 a 11:23 #

    care Sara e Laura,
    per la stima e l’affetto che ho per voi, che conosco da tanti anni, mi permetto di rilevare una contraddizione, rispetto a quello che avete scritto, e di esprimere un dissenso, che non data certo da oggi. Voi parlate di un ‘pensare in presenza e senza esperte in cattedra’, ma poi teorizzate traducete le (tante) diversità che ci sono tra di noi -non solo di pensiero- nei termini di una ‘disparità’ misurabile -’il di più, il di meno- e di ‘autorità’. Non è esattamente quello che hanno fatto, sia pure in modo molto più violento, gli uomini costruendo una comunità di simili sulla base di gerarchie di potere e di valore (vedi chiese, eserciti, partiti, nazioni, ecc.)? Pensate forse che cambi qualcosa contrapporre ‘autorità’ femminili (ordini simbolici di madri contro quello dei padri), genealogie femminili, lingua e tradizione femminile a quelle maschili? Pensate che la dipendenza, l’infantilizzazione dell’altra, produca meno danni di quella che abbiamo visto e purtroppo sperimentato nei rapporti di coppia e nelle relazioni famigliari? Per riconoscere e arricchirsi del sapere, dell’esperienza, della passione di un’altra donna non c’è bisogno di metterla su quella cattedra o quel palco simbolico che è l’”autorità”. Ci siamo ribellate alla cultura maschile perché unilaterale, incapace di reciprocità – a partire dal semplice riconoscimento che l’altro è un altro e non l’incarnazione proiettiva dei tuoi desideri, del tuo immaginario-, perché non dovremmo considerare la reciprocità un valore anche per le relazioni che andiamo costruendo tra donne? A dire la verità non liquiderei con facilità neppure l’egualitarismo -se vuol dire giustizia sociale, fine dello sfruttamento, ecc.- riletto e spogliato di tante nefandezze della storia maschile.
    Lea Melandri

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