I laboratori di Paestum 2013: Lavoro – Economia

28 Ott

di Alessandra Pigliaru

Il blog di Paestum riprende un bel progetto di Alessandra Pigliaru che per il suo blog Gli occhi di Blimunda sta raccogliendo, da alcune donne che hanno partecipato, report dei 9 laboratori svoltisi a Paestum nel pomeriggio di sabato 5 ottobre. Questo progetto è innanzitutto un modo di dare conto dell’attività avvenuta in gruppi più piccoli rispetto alle plenarie, rendendo disponibili a tutte le esperienze che a Paestum si sono vissute in parallelo. Inoltre offre uno spazio per maturare riflessioni nel “dopo”. Infine, è anche un invito a tutte le donne partecipanti a inviare a questo blog (compilando la mascherina che si trova in corrispondenza di “Mail“, nel menu in alto) articoli, racconti e riflessioni su quell’esperienza. Questo settimo articolo è dedicato al laboratorio Lavoro – Economia (per il primo “Autocoscienza” qui, per il secondo “Sessualità, amore, violenza” qui, per il terzo “Welfare e nuove cittadinanze” qui, per il quarto “Cura di sè, delle relazioni, del mondo”qui, per il quinto “Maternità – non maternità” qui, per il sesto “Pedagogia della differenza” qui). Buona lettura!

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Il progetto delle restituzioni laboratoriali ha previsto numerosi scambi (li ritrovate elencati in calce al presente post). Ne sono molto contenta e grata, soprattutto perché l’iniziativa ha preso una piega ben al di sopra di quella che mi aspettavo. Qualcuna direbbe che si tratta dell’imprevisto delle relazioni, io aggiungo che è il bello delle pratiche femministe che a Paestum hanno avuto modo di esprimersi ed essere messe a tema, proprio al cuore della politica.

Oggi sono in compagnia di Irene Strazzeri, le ho fatto tre domande sul laboratorio dedicato al tema Lavoro – economia.

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Ciao e grazie per aver accettato l’invito, Irene. Il laboratorio è stato frequentato da molte donne. La prima parte l’ho seguita anch’io e ho appunto sentito riflessioni interessanti, alcune delle quali hanno richiamato pratiche politiche e di confronto già in essere da tempo. Dimmi, perché tra i tanti laboratori presenti a Paestum hai scelto di partecipare proprio a quello su lavoro ed economia? E soprattutto, avevi delle aspettative precise?

Qualche giorno prima della partenza per Paestum ho incontrato un gruppo di donne con le quali mi sento in relazione politica. L’occasione ha fatto sì che ognuna condividesse con le altre le aspettative sul convegno. È stato dopo quell’incontro che ho deciso di seguire il gruppo Lavoro ed economia, ed è quel che è accaduto a Paestum, durante la plenaria del primo giorno, ad avermi poi definitivamente convinta.  Due momenti, dunque, uno intuitivo l’altro di rinforzo.  Confrontandomi con le aspettative di altre donne, in prima battuta, ho avvertito un disordine, che chiamerei “caos in oscillazione”. Dal simbolico comune che, senz’altro, si sarebbe avvertito, alla preoccupazione per la cura dei rapporti tra generazioni di donne, dal timore di un inciampo sull’autorità femminile alla sua capacità di stare persino nell’attenzione e nella capacità di ascolto -oggi capacità di gestione del conflitto? Dal disordine nelle relazioni, infine, alla fiducia piena nella politica delle relazioni e nel pensare in presenza. Attraversata da un sentire così ricco ma anche cosi confuso ho deciso che il mio laboratorio sarebbe stato quello che percepivo come più risolutivo e capace di offrire risposte alla più generale confusione, che precede tutte le altre secondo me, tra ciò che mi sembra falso e ciò che mi sembra finto: “Paestum potrà essere vero o falso, ma in alcun modo sarà finto”, mi dissi e dissi alle altre. Avevo in mente soprattutto la pratica del portare la finzione a giudizio della realtà, di cui scrive spesso Luisa Muraro su Via Dogana. L’economia e il lavoro, soprattutto il lavoro, soprattutto l’esperienza del lavoro soffre a mio avviso di orribili finzioni e di altrettanto orribili falsità, ma mai nei luoghi della politica delle donne si potrebbe mettere in scena una finzione sul lavoro che ne tradisca l’esperienza. La condizione precaria di molte donne che ostacola il desiderio mi fa orrore, ma la falsità di una precarietà come sistemazione coercitiva del desiderio mi fa altrettanto orrore. Il rinforzo a quell’aspettativa per me davvero centrale, come dicevo, è venuto dopo. Precisamente quando durante l’assemblea plenaria ha fatto irruzione sulla scena del palco del teatro Ariston “lo stato di eccitazione permanente” che molte ricorderanno o di cui, molte avranno sentito parlare. Durante la lettura del documento politico delleFemministe Nove mi è venuta la convinzione definitiva. Mi è diventato definitivamente chiaro, cioè, che il conflitto che si è aperto con la precarietà del lavoro è un conflitto che si può ri-significare nella differenza sessuale, è un conflitto sessuato in cui si può trovare la strada per una politica che consenta di restare fedeli a sé, per questa strada un conflitto anche mio. Non mi interessava trovare un obiettivo, quanto piuttosto trovare nell’esperienza della precarietà raccontata da altre come condizione di illibertà quei punti di conflittualità capaci di esprimere la differenza.

Mi puoi dire, sempre che tu lo desideri, l’esperienza che hai condiviso durante il laboratorio?

Durante il laboratorio Economia e lavoro ci siamo lasciate guidare dall’invito di Lia Cigarini a raccontarci partendo da noi, mettendo in parola e individuando quelle pratiche che avessero agito per noi come “primun vivere” in ambito lavorativo e nella nostra esistenza. Questa modalità, già sperimentata presso la Libreria delle Donne di Milano durante gli incontri dedicati all’Agorà sul lavoro, ha consentito a tutte di assumere su di sè la responsabilità del governo di eventuali conflitti, stando a noi stesse e riprendendo la parola delle altre. Molte di noi si sono raccontate nel lavoro e nel non lavoro, assottigliando sempre di più il confine tra l’uno e l’altro. Non sempre si è riuscite a superare la tendenza a restare nella forma della narrazione biografica di sé, senza andar oltre. Qualche volte invece è stato possibile percepire nel racconto di alcune la capacità di restituire quel nesso tra “primum vivere” e lavoro, tra produzione della vita ed economia. In quelle volte ho provato in ciò che stava accadendo la sensazione dell’eccitazione permanente. La pratica del partire da sé mi ha permesso di mettere in parola l’esperienza dello scippo delle relazioni che subisco nel mio ambiente lavorativo, quello universitario. Colleghe, collaboratrici, brillanti studentesse neolaureate velocemente sostituite, con le quali non è stato possibile portare a compimento un percorso comune, un progetto di ricerca, una riflessione intrapresa insieme. Sono riuscita, pensando in presenza con altre, a focalizzare la mortificazione tante volte vissuta nel sentirmi oggettivata nella condizione di “privilegiata” per via della mia posizione lavorativa stabile e non precaria. Ho potuto mettere in parola l’impoverimento simbolico della relazione con altre donne, capaci e stimate, quando interviene l’affermazione “tu non puoi capire cosa significa sentirsi precaria”. Il mio primun vivere, come ho raccontato, l’ho praticato nel ripristino della passione che mi ha legato ad altre “al di là” del contesto lavorativo istituzionalmente garantito e nella valorizzazione che ognuna poteva scambiare e offrire alle altre “al di là” di quella monetaria e acquisita nel ruolo. Insomma il senso del primun vivere realizzato nella mia vita lavorativa consiste nell’agire il non rispetto delle gerarchie e nel “non chiedere il permesso”, facendo qualunque cosa senza essere sola e mettendomi in gioco, esprimendo il dissenso tramite piccole rivolte al conformismo dell’accademia. Non credo che sarei stata capace di condividere il disagio e la riscossa con altre e di dirmelo, se non avessi avuto la possibilità di stare in quel laboratorio, se non avessi cercato quella possibilità.

Cosa ti ha colpito di ciò che è stato scambiato?

Quel che più mi ha colpita dell’esperienza del laboratorio Economia e lavoro è stata l’emersione di una domanda, verso la fine, che ha agito un po’ da raccordo tra le tante, inevitabilmente diverse esperienze di tutte, tra la diversità delle pratiche politiche di ognuna e quel che era successo anche fuori dal laboratorio in mattinata. La domanda l’ha posta Lia Cigarini ma registrava tanti campi di tensione che si erano aperti. Lia si domandava e domandava se la “rivoluzione necessaria”, il “libera ergo sum” consistesse nella pratica di una rivolta o nel lento ed efficace lavoro “da formichine”, che ognuna mette in atto nelle relazioni, nel contagio, nella trasformazione di sé e del contesto in cui si opera. La domanda fa eco alla contemporaneità – ciò che il femminismo ha da pensare in questo secolo è la rivolta – è stato detto a Paestum. La domanda non ha risposte ovviamente, non deve averne aggiungo, lasciando spazio all’inedito, ma una cosa è certa. Nessuna tra tutte noi che ci siamo incontrate a Paestum non ha interesse alla trasformazione del mondo. Sia che ci senta una guerriera sia che ci si senta una formichina.

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