Sul laboratorio “Cura di sé, delle relazioni e del mondo”. Un resoconto

28 Nov

di Anna Di Salvo – Katia Ricci – Franca Fortunato – Anna Potito

Il laboratorio sulla cura di sé, delle relazioni e  del mondo di Paestum 2013, coordinato da Anna Di Salvo, Franca Fortunato, Anna Potito e Katia Ricci della Rete delle Città Vicine, ha visto una numerosa partecipazione di donne.

Quello che segue è il resoconto dei vari interventi che si sono susseguiti e che hanno avuto al centro le pratiche di relazione e la loro efficacia, il desiderio che spinge ognuna nella pratica del prendersi cura di sé, dell’altra/o nella relazione e dei luoghi in cui si sta per necessità o per scelta.

In apertura Anna Di Salvo spiega come la proposta di coordinare il laboratorio sia partita dall’avere mandato, come donne delle Città Vicine, una riflessione al blog di Paestum, animate dal desiderio di poter dire le nostre riflessioni, i nostri guadagni in 13 anni di contatti con varie realtà ( urbaniste, architette, artiste, teologhe, amministratrici). Dice come in questi anni nelle Città Vicine la cura dello scambio si è molto allargata e con essa la possibilità di verificare nella realtà che cosa cambiava e si muoveva concretamente, assumendone la responsabilità dei luoghi, sia di quelli “dove viviamo che di quelli dove si muovono donne e uomini con cui siamo in relazione”. La cosa posta  al centro è la città, il territorio ma – dice Anna – “possiamo mettere qualsiasi altro oggetto perché comunque la nostra pratica politica è del mettere al centro il noi, come stiamo, dove ci troviamo, dove siamo con le relazioni, qual è il senso della politica e il senso della differenza, e come questa cosa poi la esterniamo nei luoghi dove viviamo. Questa pratica ci  ha rese consapevoli ed ha  allargato il nostro sapere e il nostro orizzonte”.  Katia Ricci, partendo da sé, sottolinea come il senso della cura sintetizza la politica e l’obiettivo che la muove nei luoghi come Paestum, la Merlettaia e la rete delle Città Vicine, dove agisce le sue passioni, che sono la politica della differenza e  dell’estetica per portare qualche scintilla di bellezza nella propria città. Riferendosi alle giovani ha espresso il sentimento di sentire responsabilità nei loro confronti,  ma questo “non significa dar loro sempre ragione”.  Nel riprendere l’invito di Maria Luisa Boccia a parlare delle pratiche che mettiamo in atto e misurarne l’efficacia, Katia parla della cura non come senso di abnegazione, ma come il cercare pratiche creative. Con le donne e gli uomini con cui è in relazione fa spesso riferimento all’arte, con performance e installazioni nella città, cosa che “mi fa dire che non sto nell’abnegazione, ma in un percorso di invenzione”. Franca Fortunato si sofferma sulla strada seguita dalle Città Vicine non per  la ricerca di obiettivi comuni, ma per dare senso a quello che accade nei luoghi in cui “viviamo”, e in quelli di donne e uomini di altre città con cui si è in relazione. Riferendosi, poi, agli interventi della stamattina sull’eredità del femminismo, Franca sottolinea come, se ci si guarda intorno, si può vedere che c’è un femminismo diffuso, al di là del dirsi o no femministe e appartenere a un collettivo.

La libertà femminile è venuta al mondo e le giovani l’hanno ereditata, al di là della loro volontà di conoscerla o meno. Quello che manca è la consapevolezza di dove viene loro questa libertà. Nessuna si può dire “non ereditaria”. Anna  Potito continua il discorso di Franca a proposito della libertà delle ragazze e parla delle sue alunne e di una nipotina, che vivono in maniera più libera di quanto abbia vissuto lei. “Mia nipote – dice – vive in un ambiente in cui ha sentito parlare di femminismo, ma in lei, come nelle ragazze giovani, vedo il desiderio di riscoprire tutto daccapo. Stamattina ho compreso le F9, la loro performance, come  bisogno di riscoprire da sé. Accettazione e riconoscimento non possono essere acquisiti semplicemente”.

Nella discussione che è seguita a questi primi interventi è stato accolto l’invito a parlare delle pratiche e di che cosa muove ciascuna nel proprio agire.  Le Donne in nero (Elisabetta Donini, Carla Panajoli, Nadia Nappo)  raccontando della loro esperienza, hanno sottolineato la mancanza di ascolto da parte delle altre. Sul rapporto tra percorsi del femminismo e percorsi dei femminismi pacifisti, Elisabetta Donini dice di sentire  la sofferenza di non riuscire a trovare con le altre, con cui comunque fa un pezzo di strada, quel coinvolgimento empatico che dà forza. Sottolinea che le guerre toccano il centro del patriarcato, che ha strutturato il rapporto donne e uomini sul rapporto di forza. Per Carla Panajoli la spinta verso l’adesione alle donne in nero è stata la relazione con le altre, che le ha permesso di avere un “contatto con le donne nei luoghi di conflitto attraverso quelle che ci sono state”.  Non chiede adesione e solidarietà con chi soffre, con le donne che sono in zone di guerra, perché il conflitto c’è anche da noi con il femminicidio. La logica che c’è dietro le guerre e i conflitti distruttivi, infatti, è  la stessa: totale disprezzo per l’altro che è il nemico. Come esempio di conflitto distruttivo porta il dibattito in Parlamento sulla fiducia al governo dove “ una di M5S dice  ”.

Mi colpisce – dice –  “il totale disprezzo, l’altro è il nemico, come nella logica della guerra. Lei è l’incarnazione del patriarcato. Fare spazio all’altro per superare la logica del nemico, è questo il pensiero della  differenza”. Melita Richter parlando della sua esperienza durante la guerra jugoslava ricorda il senso della presenza delle pacifiste in Bosnia nel  “ superamento dei confini” attraverso le relazioni tra donne, mentre Adamaria dice come la  parola “appartenenza” (alle donne in nero o altro) non le piace perché lei non appartiene a nessuno, neanche al “femminismo” , “io appartengo a me stessa”. Donatella Franchi e Laura Minguzzi continuano il discorso sulla guerra spostandolo sulle città che stanno diventando pericolose, nemiche e campo di guerra. “Mi sento una guerrigliera perché non accetto il degrado. E’ il patriarcato che si riversa nella città”- dice Donatella, impegnata con la sua pratica artistica in “una guerra urbana” di resistenza per accendere un lume creativo anche negli altri e trasformare l’ambiente. Per Laura  la scelta di vivere in città è stata una scelta di relazione e di libertà, una rinuncia agli agi materiali in nome di qualcosa di più grande. Ora le città  sono diventate “nemiche” e porta come esempio Mosca, dove c’è stata da poco. Laura dice la necessità di “riconquistare le città perché siano come vogliamo noi”.

La  cura delle relazioni e del partire dal proprio desiderio tornano nell’intervento di Maria Castiglioni, che mostra perplessità rispetto alle donne in nero perché  “non capisco qual è il loro desiderio”. Fa autocritica riguardo al gesto di solidarietà nei confronti della sindaca di Lampedusa, espressa nell’assemblea generale, riconoscendo di non avere con lei alcuna relazione, come da tempo, invece,  hanno Anna Di Salvo e altre donne delle Città Vicine. “Ho fatto uno svarione – dice- perché non la conosco e ricado in una cornice di militanza tradizionale”. Riguardo all’avere cura del mondo racconta la sua esperienza: “A Milano faccio pratica di autocoscienza con il gruppo delle Giardiniere senza avere un obiettivo. Teniamo insieme tale pratica con il rapporto con le istituzione, dove abbiamo avuto relazioni con donne perché volevamo capire da loro se le istituzioni sono abitabili da donne. Abbiamo lavorato sulle relazioni per due anni e solo dopo abbiamo pensato un progetto di riuso di una zona militare dismessa e l’abbiamo presentato alla vicesindaca. Se c’è una pratica possibile con le donne che stanno nelle istituzioni è la gentilezza delle relazioni”. Anna Di Salvo rafforza la pratica del partire dalle relazioni per agire anche la solidarietà. Inutile andare in modo spontaneistico a Lampedusa. Le  donne e gli uomini della rete delle Città Vicine possono esprimere solidarietà alla sindaca perché è da tre anni che hanno costruito delle relazioni con lei, con gli abitanti e con l’associazione Askavusa. Riferendosi, poi, alle Donne in nero Anna dice: “ tutte facciamo buone pratiche, ma quello che ci distingue  è lo sguardo differente. E’ necessario uno spostamento di sguardo dalla guerra patriarcale alla forza femminile che si esprime anche in zone di guerre. Una cosa è leggere nei loro gesti la grandezza, altra è vedere la guerra del patriarcato”. Fa l’esempio delle donne del No Muos mettendo in risalto lo sguardo e le pratiche originali delle madri di Niscemi che, in nome della vita, si oppongono all’installazione  del sistema satellitare della marina militare statunitense che consentirà agli Usa di controllare le comunicazioni su tutto il pianeta e servirà, anche, a guidare i droni, i micidiali caccia senza pilota di stanza a Sigonella.

Fulvia Bandoli racconta la sua esperienza in SEL dove sta con “disagio” e in Parlamento, dove – dice- di aver  elaborato una serie di leggi facendo riferimento alla sua relazione con Franca Chiaromonte, prioritaria anche rispetto al segretario del suo partito. Sulla cura dice come lei vuole “dare alla cura un’accezione non tradizionale e non domestica”, in quanto “ c’è nella cura un di più perché si va dal piccolo, dalla cura di sé al mondo”. In riferimento a Lampedusa ricorda la sua  conoscenza più che ventennale con Giusi Nicolini e dice che “il femminismo deve fare incursioni anche in altri luoghi”. Si riferisce al referendum dei radicali sull’abolizione della legge Bossi – Fini, l’unico a non aver raggiunto le firme, con cui “avremmo potuto aiutare Giusi, firmando”.  Ricorda come negli anni ’70 si recava con la Nicolini  sulla spiaggia dei Conigli per salvare le uova delle tartarughe, la   stessa dove  “in questi giorni ha contato i corpi di uomini e donne morti”.  Piuttosto che fare un’altra manifestazione in piazza in solidarietà per la sindaca di Lampedusa, Letizia di Livorno ritiene importante essere presente lì con i corpi  per significare che non ci sono corpi più e meno importanti. Franca Gianoni che sottolinea che non ha senso contrapporre le pratiche delle donne in nero alle altre perché tutte facce di un unico poliedro, parla del disagio di non riuscire a portare le pratiche femministe nei movimenti. Nel suo comitato Primum vivere a Firenze avverte che hanno acquisito delle pratiche prese dalle donne, che però  non vengono né riconosciute né nominate come tali. Anche Patrizia Losito avverte lo stesso disagio, mentre Elisabetta Cibelli,  impegnata nella cura del figlio piccolo insieme con il compagno Giacomo di Maschile Plurale, fa esperienza della fragilità del corpo piccolo e dell’essere madre in tempo di “post patriarcato” . Il senso della vita che dà la cura nel maneggiare i corpi fragili cambia il proprio sguardo e non permette più la disumanizzazione del conflitto distruttivo. “Se gli uomini lavorassero sulla prossimità dei corpi non avrebbero tanta facilità a sparare e a fare la  guerra” perché “la cura cambia l’ordine della realtà”. Simonetta di Roma continua il discorso sulla cura dei corpi e racconta la sua esperienza di vicinanza e di cura nell’accompagnare la sua  compagna alla morte. Dice del guadagno di libertà e felicità che lei ha sempre tenuto insieme perché “si può essere libere con poca felicità ma non si può essere felici con poca libertà”.

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