In risposta a “Le ragioni di un no” di Ilaria Durigon, Laura Capuzzo, Chiara Melloni

9 Dic

di Stefania Tarantino – Tristana Dini – Barbara Verzini – Sara Gandini – Laura Colombo

In risposta a “Le ragioni di un no” di Ilaria Durigon, Laura Capuzzo, Chiara Melloni

Carissime,

l’incontro è stato pensato non per escludere qualcuna ma per mettere a tema questioni che principalmente riguardano la generazione politica successiva agli anni ’70. Parliamo di “generazione politica” per riferirci al contesto in cui ci siamo, insieme ad altre, trovate ad agire politicamente e singolarmente a partire dagli inizi degli anni ‘90. Un contesto molto diverso da quello degli anni ‘60 e ’70 in cui, come si diceva, si “partiva da zero”, e in cui il movimento delle donne cominciava a prendere una forma non più collaterale ai partiti storici della sinistra istituzionale ed extra-parlamentare. Dalle battaglie per l’emancipazione e per la parità si passava al separatismo e alla differenza sessuale.

Quando siamo nate noi politicamente, tutto ciò era già sedimentato in un sapere, in delle pratiche e questo si respirava in un clima dove la rivendicazione lasciava il posto per l’affermazione della libertà femminile. Ecco perché parliamo di “nostra” generazione politica. Si tratta di capire che la modificazione del contesto sociale, politico ed economico ha innescato altre esigenze (pensiamo, ad esempio, al difficile rapporto tra libertà femminile e condizioni materiali) e dunque richiede nuovo pensiero e nuove pratiche. Non siamo così ingenue da non renderci conto della difficoltà anche di parlarci e di confrontarci senza che questo possa suscitare perplessità (non sempre benevole) di chi si sente esclusa, però nostra intenzione è non dare nulla per scontato: sappiamo che c’è desiderio di interloquire, curiosità, un sentirsi prese in causa da parte di chi ci ha precedute. Se c’è una cosa secondo noi di cui oggi abbiamo tutte bisogno, è di sbarazzarci di ogni forma di omologazione politica che ha devastato ogni libera azione dei movimenti femministi. Per certi versi, ancora oggi alcune di queste forme continuano ad essere praticate attraverso ingerenze dal sapore dubbio, e ne abbiamo già viste molte in questi mesi che hanno preceduto e seguito l’incontro di Paestum 2013.

A Paestum eravamo insieme e insieme abbiamo visto che la questione del rapporto tra generazioni politiche differenti è uscita potente, sia perché l’incontro è stato pensato e organizzato da chi è “venuta dopo”, sia per le diverse reazioni all’azione delle Femministe 9. A Paestum abbiamo parlato moltissimo di pratiche e di efficacia, di relazioni e politica, anche nottetempo, proprio perché c’erano conflitti fecondi e modalità differenti di porsi e di agire, diverse possibilità di pensare la politica, lo spazio collettivo, il movimento.

Detto questo, e lo diciamo in maniera netta, se si vuole continuare a lavorare insieme, è necessaria una discontinuità nei metodi e nei meriti. Ciò per andare verso una moltiplicazione di incontri che siano all’altezza di tutte le questioni che si sono aperte e che si stanno aprendo. Non vogliamo sfuggire alle parole che usate come, ad esempio, competizione e verità. Per noi non c’è nessuna competizione, ma un lavorare sulle divergenze e non sullo status quo. È questo ciò che più ci preme: costruire società femminile al di là di qualsiasi forma di fusionalità e con-fusionalità. Per dirla con il linguaggio musicale, la difficoltà sta nel mantenere la pluralità delle voci senza ridurle ad una, a far sì che ciascuna possa iniziare percorsi non ancora tracciati e che ancora non possiamo prevedere. Questo è il lavoro da fare secondo noi. È una scommessa alta e dagli esiti incerti, ma vale la pena provarci. È questa l’idea che ci ha mosso per l’incontro di Bologna.

Apprezziamo comunque la sincerità delle vostre perplessità e vi ringraziamo. Ci saranno sicuramente altre occasioni. Per chi invece vorrà, ci vediamo a Bologna.

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4 Risposte to “In risposta a “Le ragioni di un no” di Ilaria Durigon, Laura Capuzzo, Chiara Melloni”

  1. Donatella Proietti Cerquoni 9 dicembre 2013 a 14:13 #

    Carissime, sono rimasta di stucco nel leggere alcune vostre affermazioni.
    Non è vero che solo negli anni 90 si prendevano le distanze dalla parità. Affermare questo significa, ancora una volta, cancellare Lonzi, per fare uno soltanto dei nomi che hanno prodotto pensiero differente proprio in quegli anni. Per non parlare di Virginia Woolf, restando in Europa e ben prima degli anni 70, ma potremmo allargare gli orizzonti e guardare a quegli Stati Uniti da cui proveniva quel meraviglioso testo, Noi e il nostro corpo, oggetto di letture collettive nei gruppi di autocoscienza.
    Che questa affermazione sbagliatissima la si faccia per ignoranza o per altre ragioni, ha poca importanza e potremmo passare oltre, dato che abbiamo da risolvere questioni importantissime.
    Il punto, però, è che vedo una certa difficoltà in questo tentativo, che abbandonerei rapidamente, con la stessa velocità e superficialità con la quale si è venuto a creare, il concetto di “generazione politica” che sta producendo più danni di quanti ne vorrebbe rimediare.

    Ma per restare per un momento alla storia: la verità la conosce chi c’era e sta nei libri, sostiene anche Melandri nella sua lettera. Sarebbe bene documentarsi per scoprire come la divaricazione tra il “femminismo di stato”, della parità e quello della differenza si sviluppavano contemporaneamente producendo una dialettica a mio parere mai affrontata compiutamente se ancora oggi si tende a confondere una maggiore soggettività femminile con una accresciuta presenza di donne nei diversi ambiti della società.

  2. morena piccoli 9 dicembre 2013 a 09:38 #

    Ben detto ragazze! Uscire da tutto ció che sentiamo inadeguato o insufficente a dire di noi diventa una strada ineludibile. Lo fate grazie al pensiero nel quale siamo cresciute e che ci ha permesso la libertá di immaginare mondi…io mi sento con voi…
    Un abbraccio morena piccoli

  3. Gabriella Paolucci 9 dicembre 2013 a 09:37 #

    Mi dispiace, ma devo dire che non capisco…
    Soprattutto non capisco e non condivido l’affermazione “insieme abbiamo visto che la questione del rapporto tra generazioni politiche differenti è uscita potente, sia perché l’incontro è stato pensato e organizzato da chi è “venuta dopo”, sia per le diverse reazioni all’azione delle Femministe 9″ .
    In primo luogo l’incontro è stato pensato e organizzato a partire da una volontà comune di donne di diverse generazioni (in particolare vorrei ricordare il forte impegno di Lea Melandri perché l’esperienza di Paestum proseguisse, e proprio per un coinvolgimento attivo nell’organizzazione delle più giovani).
    In secondo luogo non mi è sembrato affatto che la reazione all’intervento delle Femministe 9 sia stata caratterizzata dal contrapporsi di due fasce generazionali, di cui una plaudente e l’altra critica: al contrario, approvazioni e dissensi sono venuti in ordine sparso sia dalle “anziane” che dalle “giovani”.
    Infine, contesto con forza l’idea che esistano “questioni che principalmente riguardano” una “generazione politica” e non un’altra, tantomeno, per fare solo un esempio, il “difficile rapporto tra libertà femminile e condizioni materiali”, che, mi sembra, attraversa implacabilmente tutte le generazioni.
    Soprattutto mi interrogo, vi interrogo su questo: dove va a finire, in tutto questo, l’dea del “partire da sé” dell’uscire da categorie uniformanti che cancellino le differenze, del “mantenere la pluralità delle voci senza ridurle ad una”, se noi stesse ci riduciamo a numeri accorpati, e per di più accorpati per numeri, quelli delle nostre età…?
    A proposito, io che ho 53 anni, in quale categoria generazionale mi metto? O mi faccio mettere?

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