Tabula rasa. Il femminismo ritrova la sua strada. Genealogia di un Blog

22 Dic

di Paola Zaretti

Report Bologna 14-15 Dicembre

Il blog di prossima apertura cui abbiamo voluto dare questo titolo vanta una propria genealogia, una storia breve ma intensa che lo precede e di cui ci pare opportuno dar conto per meglio orientare chi legge lungo la traiettoria di alcuni  antecedenti che hanno contribuito alla sua nascita e alla sua costruzione.

La sua storia ha inizio nel momento in cui alcune donne che facevano parte di un gruppo di autocoscienza on-line, decidono di proporre all’incontro di Paestum 2013 un Laboratorio sul tema dell’Autocoscienza.

Le motivazioni della proposta sono contenute in dettaglio nel testo  presentato a Paestum in apertura dei lavori del Laboratorio (link) in cui, al centro di ogni possibile progetto di trasformazione politica, veniva posta l’urgenza di una riflessione aggiornata attorno alla pratica autocoscienziale del “partire da sé” introdotta in Italia, nel ’70, da Carla Lonzi e, prima ancora, dal gruppo Demau di cui faceva parte Daniela Pellegrini.
Non che siano mancate a Paestum, da parte di alcune “storiche” del femminismo italiano presenti all’incontro (Cigarini, Boccia), le consuete celebrazioni “rituali” a questa pratica ma il punto, per noi, che avevamo proposto il Laboratorio con un preciso intento, era –  e resta – un altro:  l’ abbandono di riti e rituali – così abituali nel maschile – e il desiderio di andare dentro le cose, al cuore, dunque, della storia di una pratica considerata “finita” da tanta parte del femminismo storico e da tempo ridotta a pura nominazione.
Una seconda occasione per entrare nel vivo della storia e della complessa evoluzione di questa pratica e per dare così continuità al Laboratorio di Autocoscienza svoltosi a Paestum – al quale era presente anche Daniela Pellegrini – è stata offerta dalla felice coincidenza di una precedente proposta di incontro di Daniela stessa – in cui il tema dell’autocoscienza era parte integrante – che si è concretizzata grazie al lavoro di altre donne interessate e ha preso corpo e ci ha viste insieme, anche sul piano simbolico, all’appuntamento di Bologna del 14-15 Dicembre.

Non eravamo moltissime a Bologna ma vi siamo giunte da diverse parti d’Italia: Roma, Firenze, Modena, Bologna, Padova, Terni, Milano, Verona, Ventimiglia, ed eravamo lì, numerose quanto basta, per fare di un incontro di due giorni qualcosa di diverso da un vuoto rituale, per farne Luogo e occasione di pensiero in presenza da cui potesse eventualmente nascere e maturare un desiderio autentico di rivederci, in futuro, per approfondire la conoscenza di noi e delle nostre diversità, per confrontare esperienze di vita, scacchi, saperi ma anche per dar conto di un preciso posizionamento di alcune di noi all’interno di un femminismo che – come qualcuna ha suggerito – ha bisogno di ritrovare la strada.
Due giornate dense di interrogativi e di proposte in cui ciascuna ci ha messo del suo, con  autenticità e passione, e in cui non è mancato – come avviene in ogni consesso di donne che si rispetti – qualche conflitto rivelatosi, alla fine, estremamente fecondo per aver aperto l’accesso a informazioni e testimonianze inedite riguardanti situazioni drammaticamente vissute in prima persona da alcune donne all’interno di uno dei luoghi accademici italiani in cui il ”pensiero della differenza” viene teorizzato e diffuso.
Ed è così che, in quell’occasione, è stato possibile declinare l’Autocoscienza nei suoi molteplici aspetti e nelle sue finalità: il senso di questa pratica oggi, la necessità del “partire da sé” come condizione preliminare e ineludibile di ogni reale processo di trasformazione personale e politica, la critica all’uso vuoto e nominale di questi termini, l’esperimento di una pratica autocoscienziale on-line e l’impegno a darne conto e, da ultimo, l’annuncio, su proposta di Donatella Proietti, della prossima apertura di un blog i cui antecedenti genealogici sono individuabili nella sequenza dei passaggi descritti.
Il nome del blog Tabula rasa: il femminismo ritrova la sua strada vuole essere un indicatore di  percorso e di progetto personale e politico di alcune donne decise ad attuare nei riguardi di un femminismo del pensiero della Differenza che ha perso la sua strada e che ha ridotto la Differenza all’opposizione duale erede dell’Uno patriarcale, la stessa opera di decostruzione messa in atto a suo tempo dal femminismo nei riguardi del patriarcato.
Tabula rasa: il femminismo ritrova la sua strada è un blog – ci teniamo a precisarlo – che non nasce e non vive in “contrapposizione” al blog di Paestum ma che si situa invece – come Lonzi avrebbe detto – “su un altro piano”. Su questo:

“Una via dopo l’altra, ma senza ritorno.” “Puoi decidere dove essere o non essere,” “Deve pur esserci un’uscita…è lei che ti cerca”.  (Wislawa Szymborska)

Segue testo presentato in occasione dell’incontro del 14 da Paola Zaretti

Bologna Convegno 14-15 Dicembre con Daniela Pellegrini

Felice di essere qui e di partecipare, assieme a Daniela e a tutte le donne presenti a un incontro che si colloca, a mio parere, in un momento storico particolarmente importante nella lunga intensa e travagliata storia del femminismo italiano. In un momento di crisi generalizzata e profonda del movimento cui il Convegno di Paestum 2012 ha tentato di porre rimedio convocando forze giovani e meno giovani nel duplice tentativo di superare antiche e logoranti divisioni consumate a suo tempo fra donne della prima generazione aprendo al tempo stesso un dialogo con le giovani donne presenti in vista di una prospettiva politica centrata su due parole chiave: Libertà e Rivoluzione.
Un passo decisamente importante dopo quarant’anni che ha avuto se non altro il merito di creare le condizioni per fare il punto della situazione sullo stato di salute e di vitalità di un movimento altrimenti difficili da afferrare nei suoi contorni, nella sua reale esistenza, consistenza e incidenza nel sociale e nel politico.
E il punto – determinato, almeno in una qualche misura, anche dal numero delle donne effettivamente presenti – lo si è potuto fare, in quell’occasione, non solo sul versante positivo prendendo piacevolmente atto, chi da vicino chi da lontano, dell’entusiasmo diffuso e contagioso che ha accompagnato l’iniziativa nel suo complesso e che – beninteso – non è poca cosa, ma anche sul versante un po’ meno esaltante e promettente determinato dal numero effettivo delle partecipanti (attorno alle 800-1000 persone), un numero che, dopo quarant’anni di femminismo, sarebbe stato perlomeno imprudente considerare un clamoroso successo.
Se si pensa che quest’anno il numero delle partecipanti si è ulteriormente dimezzato, porsi qualche domanda forse non guasta.
In effetti, è sulla recente esperienza del Paestum 2013 che vorrei spendere qualche parola perché è proprio dall’esperienza di quell’ incontro, dalla sua impostazione programmatica iniziale e dalle vicende che dal principio alla fine ne hanno segnato l’andamento e che si sono protratte anche  nel “dopo Paestum”, che mi sarà possibile trasmettere – partendo da me e dal un punto di osservazione critica su quanto avvenuto, durante e dopo l’evento – la ragione fondamentale per la quale oggi sono qui e che non vedo come meglio farvi arrivare se non attraverso alcune parole di Lonzi che sono già un programma, un progetto di vita, una direzione politica e di lavoro che mi appartiene e di cui la nascita di Oikos-bios, il Centro filosofico di psicanalisi di genere antiviolenza da me fondato nel 2006, testimonia:

Non cerco quello di cui ho bisogno ma lo faccio esistere.

Come dire che ciò di cui ho bisogno, così come non l’ho trovato, a suo tempo, nelle istituzioni in generale e neppure nelle istituzioni psicanalitiche, non l’ho trovato neppure né nel primo, né nel secondo incontro di Paestum e tutto mi induce a credere che se ci dovesse essere un terzo Paestum a venire, nulla per me cambierebbe per il semplice fatto che la piega presa dal secondo – dopo l’entusiasmo lievemente e comprensibilmente maniacale che sembrava aver dato impulso e ossigeno al primo – era una piaga già presente e nascosta fra le pieghe di un femminismo italiano sempre più istituzionalizzato, sempre più sclerotizzato e avvitato su se stesso, sempre più  schiacciato su una dimensione narcisistica e autoreferenziale di ruoli e di giochi di potere facilmente riconoscibili anche agli occhi di un/una principiante della politica.
Che nome dare a questa piaga? Potrei definirla, propriamente parlando, come quella piaga di cui Lonzi voleva fare “tabula rasa”, quella piaga che lei aveva ben individuato negli “strumenti culturali” del patriarcato distinguendosi e osteggiando un certo femminismo che di tali strumenti faceva e continua a fare, come è avvenuto a Paestum, largamente uso.
Uno di questi strumenti è ciò che Claudia Bruno in un recente saggio, ricordando una sezione de Il secondo sesso di De Beauvoir, chiama  “giustificazione infinita”, una giustificazione di cui le donne sono costantemente alla ricerca e che consiste:

nell’ esserci, contare, vincere, farsi in quattro, dieci mille pezzi per mostrare che noi possiamo e sappiamo rifare il mondo e salvarlo (…) avere continuamente un’opinione su quel che accade, dover per forza prendere parola per uscire dall’indifferenziato (…). Se mi vedi, mi senti,  se mi leggi, se mi ri-conosci allora esisto. Poter fare questo è una conquista impagabile, doverlo fare per dimostrare di esistere è una giustificazione infinita.

Tra potere e dovere c’è dunque un abisso. Come non riconoscere in queste parole, la via indicata da Lonzi quando scrive: “Liberata dal bisogno di giustificarmi e giustificare la vita ai miei occhi”?

E le donne – prosegue Bruno – si giustificano, ci giustifichiamo, continuamente, con i corpi e con le parole. Le donne dubitano ancora di se stesse, dubitiamo di noi stesse, e quindi delle altre. Le donne non si danno abbastanza credito, non ci diamo abbastanza credito, e questo accade quando il credito è misurato sul giudizio e non sull’ascolto e sulla fede dell’altra come di sé.

Ecco io credo che la piega-piaga presa dal Paestum 2013 si sia dilatata proprio per la direzione presa: quella dell’apparire, del contare, del vincere, del farsi in quattro, dieci e mille pezzi  pur di emergere – basti pensare, a questo proposito, all’improvviso scindersi del gruppo promotore  inizialmente unito cui era stata affidata la gestione del Convegno, in tre gruppi distinti contro le F nove, basti pensare al desiderio egemonico successivamente messo in atto da uno di questi gruppi (Verzini, Tarantino), sfociato nel Convegno che proprio oggi si tiene proprio qui a Bologna in una non casuale concomitanza con questo, annunciato per ben due volte nel blog.
Ecco, credo che oggi sia necessario fare tabula rasa di QUEL femminismo della  “Differenza che non c’è” rispetto ai paradigmi  maschili di comportamento da esso adottati e riproposti in una sorta di automatismo comportamentale forse anche inconscio. Per questo credo sia necessario restituire senso e significato a quella parola vuota e ormai buona per tutti gli usi che è diventato, come s’è visto a Paestum, il “partire da sé”, una pratica femminista che tali comportamenti non fanno che smentire.
E’ tempo di smettere di usare Lonzi – la cui pratica è stata considerata finita e messa al bando da immemorabile tempo da coloro che la nominano, così come è stata messa al bando fino al punto di essere divenuta innominabile, la pratica dell’inconscio attivata a metà degli anni ‘70 da alcune donne (Cigarini e Melandri) nei gruppi femministi.

Chi ha detto che l’autocoscienza è quella? Quella è un è una pantomima per i fessi.
Sarebbe finita prima di cominciare… E’ dilagata nei fraintendimenti. E’ diventata aria fritta.
L’autocoscienza è l’altra.

Scriveva così Lonzi. Bisogna dunque andare dentro le cose invece che usare il pensiero di grandi donne in modo spesso parziale e strumentale e non potremo certo farlo in queste due giornate. Ma ci sono donne pronte a farlo e sono forse più numerose di quanto non si creda e di quanto si possa desiderare. Basta solo cominciare.
E io vorrei cominciare proprio da qui, da questo incontro.
Ho conosciuto Daniela da poco e solo per aver letto il suo libro con cui il mio, nonostante non ci fossimo mai conosciute in precedenza e nonostante nessuna delle due sapesse dunque nulla dell’esistenza dell’altra, era in risonanza.
Constatarlo ha avuto l’effetto imprevisto del bagliore di un lampo che mi dava forza e fiducia, due sensazioni che mi venivano dal fatto che un’altra Donna “di troppo” – come lei si definisce e come io mi sono sentita a mia volta in tutti i luoghi che ho frequentato, istituzioni psicanalitiche incluse da cui, come Irigaray, ho preso da anni distanza – era giunta, senza che ci fossimo mai incontrate e dunque per altre vie, a conclusioni teoriche riguardanti il cosiddetto “femminismo della differenza” che erano molto vicine alle mie, a cominciare dalla critica all’ordine simbolico della madre di Muraro che, come ho cercato di dimostrare nel libro, non è altro che il riflesso speculare dell’ordine paterno patriarcale rovesciato.
Ma c’’è una altra donna importante, Angela Putino, una filosofa femminista napoletana che purtroppo non c’è più e che voglio qui ricordare. Una donna poco conosciuta per essere stata a sua volta un elemento di disturbo nel panorama del femminismo italiano e di cui ho avuto modo di leggere, grazie a un’amica qui presente, Donatella Proietti, il suo libro Amiche mie isteriche in risposta a un testo di Muraro La posizione isterica e la necessità della mediazione in cui le insidie presenti nella teorizzazione di un ordine materno sono lucidamente descritte. Ecco come Angela descrive la cancellazione di sé operata da altre donne:

(…). La guerra si fa talvolta perché c’è una straniera. Dovremmo saper essere tra noi straniere senza distanze, senza indifferenze e vicine senza identificazioni. Spesso tra donne si vive una fusione senza separazione: una sorta di indiviso. Tutto quello che non mantiene uno stato di uguaglianza (…) viene privato di esistenza: così paradossalmente nell’indivisione si ha diritto di esistere e nel distinguersi si viene cancellate.

Non sapevo nulla di Daniela, della sua vita e della sua esperienza nel femminismo. Non avevo mai letto, fra i tanti nomi di donne che scorrevano nelle mie pagine, il suo, e solo leggendo il suo libro ho scoperto il ruolo tutt’altro che marginale che lei aveva avuto nella storia del femminismo italiano che se l’era inghiottita. Scoprivo, per esempio, che la pratica dell’inconscio di cui lei diffidava – e su  questo punto  la sua visione non differiva da quella di Lonzi  – era stata proposta da alcune già all’interno del gruppo Demau “al posto” della pratica dell’autocoscienza e che tale proposta aveva dato luogo alla divisione del gruppo, alla separazione fra lei e Cigarini e, infine, alla sua chiusura.
A conferma del rifiuto di Lonzi della pratica dell’inconscio vi leggo questo passaggio:

Questo dirottamento dei rapporti, nei gruppi femministi, verso l’analisi del profondo o pratica dell’inconscio non mi va per diversi motivi, ma soprattutto perché si ha un bel dire che non esiste più analista né analizzata, c’è circolarità, ecc. Non è vero: esiste la cultura dell’analisi. Ossia: quello che viene detto sprofonda e resta solo quello che, come teoria, viene elaborato.

Lonzi vedeva nell’uso di alcune istituzioni – la chiesa per il peccato, la psicanalisi per la malattia mentale – l’effetto di un’impasse nella comunicazione, il fallimento nella possibilità di soddisfare un bisogno umano di rispondenza ed è a partire da questa constatazione che immagina un’alternativa che, una volta “intuita”, deve essere “sperimentata” per poter uscire dallo status quo culturale. Tale è, per lei,  la pratica autocoscienziale sul cui abbandono e fraintendimento da parte del femminismo così si interroga:

Perché l’autocoscienza è stata fraintesa e abbandonata in molti gruppi che dicono di averla fatta senza averla fatta? Perché si è considerato un passo avanti averla sostituita con la pratica dell’inconscio? Perché nella cultura maschile e nei suoi derivati al femminile nessuno capisce niente dell’espressione di sé in quanto tale (…). Occorrevano un ascolto diverso (rispondenza) e una parola diversa per un dialogo effettivo (…). Bastava non buttare a mare le premesse, per non essere prese dall’urgenza di presentare un bilancio.

C’è dunque qualcosa – le premesse – che per Lonzi sono state “buttate a mare”. Ma che cos’era esattamente l’autocoscienza per lei? In che cosa consisteva? Credo che sviscerare questo punto, su cui c’è disinformazione, approssimazione e confusione, sia essenziale per poterci addentrare in una serie di altre questioni inerenti l’autocoscienza che sorgono strada facendo e che faranno dire a Lonzi:

Certo non è facile, spesso è disperante, ma chi ha detto che sarebbe stato facile e non disperante?

Ma vediamo di cogliere nel brano che segue, davvero straordinario –  in cui Lonzi  descrive e dà dettagliatamente conto di come si svolga la pratica autocoscienziale da lei introdotta – quali siano le differenze e le affinità fra questa pratica e la pratica analitica.  C’ è qui tutto un mondo da scoprire e mi sa che per parlarne non basterebbe un altro libro. Ritroviamo qui lo stesso travaglio, lo stesso sforzo e gli immancabili inciampi che si avvertono in alcuni testi di Freud in cui la fatica della speculazione raggiunge i suoi massimi livelli.  Il parallelo non è improprio dal momento che è lei stessa a paragonare il suo rapporto con Sara al rapporto di Freud con Fliess, l’amico medico con cui Freud aveva fatto la sua autoanalisi. Ed è in quella “luce diversa” , qui infine evocata, in cui al termine di un percorso due soggetti si ritrovano – distinti – che Lonzi individua la fine di un processo infinito, di quel processo che Boccia ha definito con pertinenza un’analisi interminabile.

…Fatto sta che non si può essere autentici l’uno con l’altro se non si corrono gli stessi rischi e imprevisti e se non si è ugualmente all’oscuro dei meccanismi che muovono il rapporto. Se uno li conosce e l’altro no, si sviluppa un’inautenticità tra i due, e non basta osservare che è dichiarata a priori, perché il malato non sa ugualmente di che si tratta. Nel gruppo invece, l’inferiorizzazione è un dato di partenza che tende a risolversi nei colpi di scena del rapporto, che sono tali anche per chi è stato individuato come analista e non lo è. Quindi sia inferiore che superiore hanno un’unica bussola, l’autenticità, in un viaggio comune in cui, chi ci si è avventurato finora, ha portato attrezzi più consistenti: teorie, interpretazioni basate su miti, analisi dei sogni ecc. Invece in questo viaggio di due altrettanto inesperte e sprovvedute e che solo per strada scoprono in che pericoli si sono cacciate, quando avvengono le reazioni di quella inferiorizzata l’altra non ha niente in mano che le permetta di parare il colpo. In modo che l’inferiorizzazione, come dato soggettivo, si supera prendendo fiducia da quella superiore – inizio del viaggio euforico per entrambe – come dato oggettivo si supera attraverso quello che l’inferiore scopre nella superiore provocando in lei senso di colpa, e perciò depressione e debolezza. A sua volta la superiore, prima accoglie al suo livello, idealmente, la inferiore che da questo gesto di fiducia prende forza, poi precipita nel turbine del senso di colpa fino a sentirsi incomparabilmente al di sotto di chi voleva sollevare, poiché quella la accusa di averla ingannata. La superiore subisce allora, in varie fasi del conflitto, tutto ciò che l’altra le infligge poiché cerca l’approvazione-assoluzione della inferiore per trovare fiducia nella propria autenticità, però in questo modo si scopre dipendente e abbandona il rapporto: la inferiore a sua volta ha una perdita di identità collegata all’abitudine a usufruire dell’approvazione-gratificazione da parte di quella superiore, così anch’essa abbandona il rapporto. La superiore deve ritrovare fiducia nel recupero della propria innocenza, la inferiore deve trovare fiducia nel recupero della propria autonomia. La base per la RIUSCITA di tutto il ciclo si fonda sul riconoscimento reciproco dell’autenticità che deve averla vinta sui dubbi e sulle angosce di fallimento. In questo processo, di cui la fase conclusiva si svolge separatamente, restano coinvolti entrambe i poli del rapporto e si liberano entrambi per quanto riescono a conoscersi l’una con l’altra, a distaccarsi dall’equilibrio delle influenze complementari e a RITROVARSI IN UNA LUCE DIVERSA DOVE SONO DUE SOGGETTI DISTINTI.

Sarebbe troppo lungo commentare questo incredibile passaggio ma c’è un punto essenziale che possiamo evidenziare ed è l’assenza – dichiarata a priori, almeno in teoria, – di una disparità, all’interno della relazione descritta e un giuoco di possibili alternanze e di intercambiabilità nella posizione di due donne: la posizione dell’inferiorizzata e quella della superiorizzata, un giuoco, un processo che si conclude e si risolve al sopraggiungere improvviso di “una luce diversa” -dice Lonzi  –  in cui sono due soggetti distinti miracolosamente appaiono in tutta la loro visibilità Qui non abbiamo una che rispetto all’esperienza vissuta ne sa di più e una che ne sa di meno, qui non c’è, come nell’analisi, quel soggetto supposto sapere che è l’analista, ci sono due donne ugualmente “inesperte e sprovvedute” che hanno come “bussola” in comune soltanto l’autenticità anche se Lonzi non si nasconde la verità quando allude alla scoperta dei pericoli in cui le due si sono cacciate.
Ecco, su questo pericolo si potrebbe aprire un discorso che ci porterebbe ad una lettura critica della pratica autocoscenziale di Lonzi. Fare autocoscienza, insomma, non era una passeggiata visto che dopo quell’esperienza e dopo la pratica dell’inconscio che ne voleva essere la prosecuzione, moltissime donne si sono rivolte alla psicanalisi  dei Padri andando così a nutrire il loro sapere e a rimpolpare le loro fortune che in quegli anni d’oro furono cospicue.
Ma c’è un brano di Lonzi, bellissimo, con cui vorrei chiudere, in cui pare che lei, almeno lei, sia riuscita nel suo percorso autoanalitico di liberazione cui ogni donna dovrebbe approdare al termine di un’analisi condotta contro ogni forma di integrazione e questo proverebbe che è possibile anche se dobbiamo sempre ricordare che Lonzi era Lonzi:

Liberata dall’idea di dover portare la mia barca in un porto, liberata dal bisogno di giustificarmi e giustificare la vita ai miei occhi, liberata dalla speranza che qualcosa cambi, che migliori, che sia la vera vita, liberata dal ruolo materno femminile, liberata dal sospetto di avere creduto per mancanza di fede o per stupidità, liberata dal volere dimostrare che “è possibile” essendo donna, liberata dall’avere qualcosa da salvare, liberata dall’idea che dipenda da me, liberata dalla paura di non potere tornare indietro, liberata dal terrore di “vedere com’è e non poterlo dire”, liberata dall’attaccamento al dire, liberata dall’interdetto al fare, liberata dall’ipotesi che ci sia una strada, liberata dallo smacco di non potere mantenere, liberata dal negare che è stato tutto invano, liberata dall’ottimismo, liberata dal disfattismo, liberata dal confronto, dallo svantaggio, dalle profezie, liberata dall’inutile orgoglio, liberata dall’inutile vergogna. (C. Lonzi, Taci, anzi parla)

Nessun commento potrebbe essere all’altezza di questo brano. Ma a interrogarci e a commuoverci, fra tutte le liberazioni nominate nell’infaticabile giuoco di  confluenza dei contrari, ce n’è una che ci lascia senza fiato: la liberazione dall’inutile vergogna, una condizione di sofferenza vissuta che spesso incontriamo nel Diario.
Di quale aspetto di se stessa, di che cosa, Carla Lonzi si era dovuta vergognare per desiderarne la liberazione? C’è una sola parola che mi frulla in testa e che i Greci chiamavano Hybris.

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