Da Le Città Vicine per La Carta di Lampedusa

26 Gen

Contributo della rete delle “Città Vicine” per “La Carta di Lampedusa” e per l’incontro dei movimenti e associazioni che si terrà a Lampedusa dal 31 gennaio al 2 febbraio 2014 (a cura di Anna Di Salvo e Rossella Sferlazzo).

Il “Primum vivere” delle donne di Lampedusa: tra criticità e coraggio.

Da oltre tre anni s’intensificano le relazioni, gli incontri, la realizzazione di mostre, concerti e video pensati e voluti dalle donne e dagli uomini della rete delle “Città Vicine” e dalle donne e dagli uomini delle associazioni “Askavusa” e “Colors revolutions” insieme ad alcune/i abitanti di Lampedusa, che hanno fatto sì  che l’isola venisse individuata come luogo significativo della rete delle Città Vicine.

Teatro e luogo privilegiato per questi scambi, oltre alle rappresentazioni artistiche tenute da Giacomo Sferlazzo a Catania e al percorso itinerante della mostra “Lampedusa porta della vita” pensata e messa insieme da Rossella Sferlazzo, Anna Di Salvo e Katia Ricci, è stato sinora il “Lampedusa in festival”, che ogni anno si tiene in luglio a Lampedusa e che ha accolto e dato risonanza alle forme politiche che la rete delle Città Vicine mette in essere, riassunte in sintesi nel testo “Architetture del desiderio” (ed. Liguori 2011, presentato al Lampedusa in festival nel luglio del 2011) e nella recente pubblicazione degli atti del convegno tenutosi a Roma nel marzo 2013 “Ci prendiamo la città” a cura della MAG di Verona nella rivista “AP Autogestione politica prima”. La rete delle Città Vicine ha seguito con passione gli eventi degli sbarchi, spesso drammatici, susseguitisi nell’isola, esprimendosi e pronunciandosi criticamente in merito alle tremende condizioni vissute dai migranti al centro d’accoglienza Imbriacole, ai trattati e leggi inique quali quello di Schengen, la Bossi-Fini o l’istituzione di provvedimenti diabolici quali “Frontex”, chiedendone l’abolizione, e cercando d’essere di giovamento con letture e analisi sensate, in merito alla complessa contraddizione interna alle/agli abitanti dell’isola, facente capo alla questione del definire in positivo o in negativo, gli sbarchi e la presenza dei /delle migranti nell’isola.

In quel groviglio di pulsioni, desideri e preoccupazioni, c’è venuta in aiuto la politica delle donne e il pensiero della differenza sessuale, per guardare la questione da un’angolazione nuova e con sguardi originali che superando schematismi, paure e pregiudizi si attenessero alla verità dei fatti, alle reali conseguenze, alla individuazione della posizione geografica dell’isola quale naturale ponte di salvezza tra due continenti e alla nobile visione di terra d’accoglienza delle genti venute dal mare che Lampedusa riveste da sempre. In quest’analisi generale, ci sembra che sia giunto e sia questo il momento, addirittura si  potrebbe dire che qui e ora si propone il “Kairos”, l’occasione per mettere a fuoco e significare con forza anche le vite travagliate e complesse che le donne di Lampedusa e delle isole Pelagie ostinatamente mettono insieme e compongono giorno dopo giorno. La loro posizione solita e consueta, è quella di saper mantenere un equilibrio sublime tra desiderio di mettere in forma vite di qualità per sé e i propri cari, dando al contempo, se possibile, aiuto e accoglienza a donne e uomini migranti che arrivano dall’altra parte del mare, e la precarietà e la necessità di far fronte a immani difficoltà, frustrazioni e disagi non indifferenti. Disagi quali possono essere quelli che quotidianamente si presentano a donne che vivono in un’isola dalla precisa situazione geografica e politica dalla quale derivano situazioni di grave isolamento (pur sottolineando che Lampedusa, Linosa, Pantelleria sono isole meravigliose…).

A Lampedusa e nel complesso intero delle Pelagie, le donne sono private della possibilità di accedere a scelte e percorsi lavorativi, pena la decisione (forzata per alcune), di lasciare l’isola e divenire a loro volta “migranti”. L’aspetto della comunicazione umana, culturale e politica con persone, luoghi, realtà e spazi esistenti oltre il proprio territorio, risulta dispendioso da ogni punto di vista in quanto gli spostamenti non godono di quelle agevolazioni economiche che sarebbero necessarie visto l’eccessivo isolamento e decentramento, inoltre i collegamenti con l’isola madre, la Sicilia, e il resto d’Italia, sono incerti, insicuri e sfibranti, risentendo delle alterne condizioni atmosferiche e delle convenienze delle varie compagnie di viaggi. Ed è forse per questo che molte donne, soprattutto le più giovani, hanno affinato la loro bravura nell’uso della comunicazione virtuale on line, affidando alla posta elettronica, a facebook, a skype, a twitter, ecc., il compito di sostituire la relazione in presenza, il contatto e il calore umano… Per godere dei benché minimi servizi sanitari, dalle ecografie agli esami più complessi (per non parlare di terapie, interventi chirurgici e per dare alla luce bambine e bambini), le donne e gli uomini a Lampedusa devono recarsi a loro spese in aereo, in nave, e quando va male in elicottero, in altre città per usufruire di servizi e strutture sanitarie adeguate… Anche le strutture scolastiche (a partire dalle scuole primarie alle scuole medie di primo grado) risultano insufficienti, inadeguate e poco accoglienti e propositive ad ogni livello,  da quello educativo a quello formativo e creativo… Per non parlare degli istituti d’istruzione superiore di secondo grado che rappresentano, e per chissà per quanto ancora, per le mamme lampedusane un vero e proprio miraggio… Dura vita allora per le brave, forti e coraggiose donne di Lampedusa, che non vogliono venire meno a quanto concerne e rende prezioso saper fare fronte a quello che il contesto in cui vivono richiede loro. Una preziosità e una complessità femminile alla quale va data visibilità e risonanza ma anche supporto, idee, strategie e sostegno per azioni di lotta che  riescano a rendere meno difficoltoso e più felice il dipanarsi delle loro GRANDI vite.

Vite di donne coraggiose e ricche d’umanità che nell’emergenza degli sbarchi dei naufragi dei/delle migranti, non hanno esitato a fare gesti forti d’umanità ed accoglienza aprendo e mettendo a disposizione le case, offrendo indumenti e tenendo accesi permanente i forni perché il pane non venisse mai a mancare!

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Una Risposta to “Da Le Città Vicine per La Carta di Lampedusa”

  1. Anna Pacifico 27 gennaio 2014 a 11:28 #

    RagioneDonna

    27-1-2014 Giornata della memoria
    Vite non riconosciute

    Interrogarsi sul nostro ‘sentire la vita’ nell’era della mondializzazione delle culture, rilevarne le incongruenze, le distorsioni o registrarne i punti valoriali, è il fine della pratica di una filosofia per la vita, secondo il principio che fare filosofia significa risolvere problemi inerenti la vita reale degli esseri umani e animali, concepire la conoscenza come riflessione intorno alla vita per la vita, nel senso del sostegno e della durata, con la volontà di produrre bene comune, sostenere quella facoltà imprescindibile di ogni vivente che è la capacità di ‘sentire’.
    Noi sentiamo che il ‘razzismo’ è la radice di ogni male, ma sentiamo anche che le nostre società sono purtroppo fondate sulla discriminazione, razziale e non; persino in quelle in cui il grado di estensione dei diritti e l’acquisizione delle libertà democratiche sembrano essersi consolidate esiste il virus della discriminazione. La qual cosa pone in tutte le persone buone e altruiste una domanda: dove è come si origina questo male? A questa domanda io rispondo con altri, donne e uomini che hanno acquisito coscienza: nel sistema patriarcale, interessato a forgiare una teoria socio-politica sulla base di categorie rigide, escludenti e contraddittorie, che di fatto sostengono un agire improntato alla violenza e al dominio.
    Non sono forse i potentati maschili dominanti che continuano a produrre armi e a fomentare guerre, le forme più aberranti, cause primarie di ogni rovina planetaria, dalle emigrazioni forzate ai disastri dell’ecosistema geologico? Se il nostro pianeta è tormentato da crisi economiche, finanziarie, ambientali, alimentari e di combustibili, è evidente che il potere dominante maschile ne è il principale responsabile e che non può di fatto essere al contempo il protagonista del cambiamento, se non viene educato e guidato, a correggere i mali finora prodotti, da menti predisposte e coscienti di dover difendere la Vita, atte cioè a far prevalere la ‘logica della vita’.
    Per un cambiamento epocale della società, infatti, è indispensabile trasformare innanzitutto il nostro modo di concepire la vita associata, partendo dai suoi fondamenti, ovvero dal diritto alla vita, principio sancito nella “Carta dei diritti umani”, per la quale peraltro si batté una donna, Jane Hersch. Questo diritto, io dico, non può essere scisso dal “dovere del rispetto della vita di ogni essere vivente”. Sancire nuovi principi regolativi fondanti ‘società rispettose della Vita’ vuol dire attivare la volontà di ricercare, nella più ampia condivisione possibile, comportamenti e azioni comunitarie oneste e rispettose delle diverse esigenze vitali di tutti gli esseri conosciuti e conoscibili, oltre ogni specismo, e avvertirle come ‘doveri’.
    La mentalità discriminatoria e discriminante è di fatto insita in alcune espressioni pronunciate da chi ancora non ha fatto i conti con il ‘virus’ di cui è anch’egli/ella vittima. Che gli oppressi siano trattati ‘come animali’ e che gli oppressori siano ‘bestie’, sono termini di paragone che danno prova del radicato senso del razzismo e della sua ambigua e confusa messa a fuoco del valore della vita. Esso si fonda su opposizioni correlate, su quella forte/debole, maschio/femmina, ricco/povero, bello/brutto, sano/malato, umano/animale, e innanzitutto sulla base della specie di appartenenza. È chiaro, infatti, che la discriminazione nei confronti degli animali equivale al razzismo riguardo alla razza umana, e che fintanto resterà questo stereotipo, nulla potrà cambiare nella mente e nell’animo di noi umani. La scelta di depositare, a spregio, teste di maiale davanti alle sedi di rappresentanza ebraica è la riprova di tale assimilazione concettuale. Sappiamo bene che concetti e idee derivano per la maggior parte dall’ambiente nel quale siamo cresciuti, dall’educazione ricevuta e dalle esperienze compiute, tanto da vedere o inibite o rafforzate la nostra autonomia di pensiero. I nazifascisti misero a punto una capillare propaganda contro gli Ebrei, a partire dai libri scolastici. Se continuano a predominare, dunque, principi educativi fondati sulle opposizioni, queste stesse prima o poi si agglutineranno in una micidiale miscela esplosiva. Ma i nostri governanti pare non diano la giusta importanza all’istruzione e alla cultura, se non a quella ‘di regime’, ossia finalizzata alle esigenze del potere costituito, oggi globalizzato (potremmo dire totalitarizzato). Come negare che quello predominante sia tutt’oggi un dominio culturale di matrice sessista, che persegue un unico obiettivo contrario al rispetto delle vite: la crescita economica, fondata sul profitto e l’accrescimento dei consumi? Obiettivo questo che esige un’esasperata competitività sociale e politica, e che inevitabilmente genera conflitti, il primo dei quali si attua in ciascuna/o di noi in particolari forme persino di malessere psicofisico, fonte delle più disparate reazioni violente, dalla criminalità organizzata, all’incuria e allo sfruttamento dei soggetti ‘deboli’, all’egoismo e all’indifferenza sempre più diffusi.
    Tutti i genocidi e le ingiustizie ancora presenti nel mondo, io dico, hanno la comune radice nel mancato riconoscimento della vita degli esseri come valore primario. L’altra/o non sono che strumenti utili per raggiungere il proprio fine, oggetto per il perseguimento dei propri interessi. Tutto l’orrore prodotto nell’umanità ha origine nell’umano stesso, prerogativa di una mente, quella maschile dominante, che non sa riconoscere l’importanza, l’unicità e la bellezza degli esseri che lo circondano, per il semplice fatto che non è costruttore di vite. Laddove, di fatto, il pensiero fattivo delle donne è riuscito a modificare la staticità egotistica del dominio maschile, il vantaggio risulta clamoroso per l’intera umanità: a partire dalle prime acquisizioni reali di diritti, all’istruzione, al voto, all’accesso alle libere professioni, fino alle problematiche sollevate in ambito filosofico, sociopolitico, economico e religioso, volte a smuovere e a modificare le situazioni di privilegio consolidatesi nel tempo. La ‘razionalità empatica’, di cui il cervello femminile è dotato per sua natura, va spontaneamente a sostegno della vita, fondamento del bene e della pacifica interazione tra i viventi, senza distinzioni di specie. È statisticamente dato il fatto che il punto di vista delle donne (non proporzionale alla loro presenza) costituisce un potenziale immenso non ancora del tutto conosciuto, deprivato com’è stato della sua rilevanza sociale, oltre che individuale, misconosciuto e tutt’oggi mistificato dal pensiero maschile dominante. Questa razionalità resta assente nei luoghi di dirigenza, e laddove ha potuto insediarsi si è giocoforza integrato nel pensiero dominante. Ragion per cui, se si vuole uscire dal corso forzoso della supremazia maschile, è evidente che occorre cambiare, innanzitutto in noi stesse/i, l’assetto cognitivo su cui si fonda l’impianto filosofico di base che la sostiene, per spostarne l’asse sul pensiero femminile, predisposto al riconoscimento della vita concreta degli esseri viventi, per esserne potenzialmente fattrice. Dobbiamo poter comprendere che tutti i viventi sono in simbiosi e tutti in egual misura necessitano di cura e di sostentamento, pena l’estinzione della stessa vita del nostro pianeta.
    Finora, ci siamo affidate/i agli ‘uomini di buona volontà’.
    Da oggi in poi dovremo affidarci alle donne che sappiano riaffermare coraggiosamente il ‘valore della vita’.
    Anna Pacifico

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