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Abitare la complessità

25 Lug

di Rosanna Marcodoppido

Alle donne di Primum vivere

Carissime, seguo da sempre il vostro interessante dibattito così come, in generale, cerco di conoscere cosa succede tra le donne che hanno a cuore la loro libertà. Non sono venuta l’anno scorso a Paestum perché non si può fare tutto ciò che si desidera, ma anche per ragioni che ritengo utile esplicitare con voi, sollecitata dal molto gradito invito che mi è arrivato tempo fa da Femminile Plurale in vista dell’appuntamento di questo anno.

Non sono una femminista storica nel senso che voi date a questa definizione in quanto non provengo dalla pratica politica dell’autocoscienza degli anni settanta. Sono, questo sì, una femminista storica dell’Udi, associazione grazie alla quale a partire dal 1974 ho avuto la possibilità di accedere alla politica autonoma delle donne e al femminismo.

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venerdì 7 dicembre ore 18-22 – Modena – Udi – Sguardi diversi su Paestum

22 Nov

sede dell’Udi di Modena – via del gambero 77

Nel 1976 si tenne, a Paestum, l’ultimo convegno nazionale del femminismo italiano. Trentasei anni dopo, il 5, 6 e 7 Ottobre scorsi quasi mille donne si incontrano nuovamente, sempre a Paestum, Continua a leggere

Perché non dedico a Paestum le mie tre ghinee

4 Ott

Rosangela Pesenti

Prendo alla lettera il vostro imperativo, Primum vivere, sperando che la scelta del latino abbia voluto richiamare il ricordo di una lingua che fu davvero ecumenica e condivisa, anche se solo dal ceto intellettuale, di tutta Europa.
Ho sentito, nel vostro incipit, il richiamo a un respiro più vasto, anche rispetto a quell’uso meschino che poi si fece in Italia del latino, come strumento di discriminazione e selezione, mortificato a mero codice di riconoscimento per la costruzione di una classe dirigente la cui insipienza, nonostante i titoli accademici, è sotto gli occhi di tutti.
Pur non appartenendo al gruppo delle figlie degli “uomini colti”, mi trovo davanti alla scelta di come destinare le mie tre ghinee in questo momento.
Ho svolto con passione l’onesto lavoro d’insegnante, sentendomi fortunata, pur avendolo conquistato con quell’impegno che molte di noi hanno messo a frutto attingendo all’atavica abitudine al lavoro duro e approfittando di alcuni spiragli aperti dalle lotte egualitarie degli anni Settanta.
Dei pochi che ce l’hanno fatta allora, (del mio ceto sociale) penso che noi donne siamo state più tenaci e più brave, soprattutto quelle, come me, cresciute femministe e costantemente impegnate per concretizzare il mondo migliore, guardandolo con occhi di donna, nell’uguaglianza delle possibilità, nella cancellazione delle discriminazioni, nella fine delle gerarchie sociali, nella pace tra umani e con la terra.
Intelligenze, competenze, impegno, spesso perfino lungimiranza e capacità di empatia, che la classe dirigente di questo paese (non solo i politici e i governi) ha oscurato, mortificato, tenuto ai margini, perfino condannato e sbeffeggiato.
E oggi, tra le tante incertezze, grava anche sul mio futuro quella di poter avere un’onesta pensione. Continua a leggere